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Il retroscena

Ma nel “sindacato” c’è chi ipotizza la scissione in caso di vittoria del Sì

Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati esclude lo scioglimento, ma tra pm e giudici emergono interrogativi

13 Febbraio 2026, 12:31

Ma nel “sindacato” c’è chi ipotizza la scissione in caso di vittoria del Sì

«Se la riforma costituzionale della separazione delle carriere verrà approvata non solo l’Anm non si scioglierà. Resterà l’unico luogo di dibattito e di incontro in cui i magistrati potranno relazionarsi in base alla loro specifica sensibilità. Saremmo sì divisi per categoria ma resteremmo tutti magistrati chiamati ad affrontare problematiche forti». Ha risposto così Cesare Parodi a una nostra domanda sabato scorso, al termine della presentazione del suo libro “Riforma della giustizia e dintorni” nella libreria Mondadori presso la Galleria Sordi di Roma.

Il leader del “sindacato” delle toghe ha poi ironizzato: «Essendo l’Anm una associazione privata spero che qualcuno non voglia poi modificare il nostro ‘oggetto’ e decidere di promuovere, oltre agli intenti attuali, anche i balli latino-americani».

L'attuale statuto dell'Anm, all'articolo 1, prevede: «È costituita l’Associazione tra i Magistrati italiani, denominata Associazione Nazionale Magistrati (Anm), con sede in Roma». Quindi, pure se passasse la riforma, non ci sarebbe da metter mano qui. Lo spunto per sollevare la questione ce lo aveva fornito il professor Giorgio Spangher: «Le dinamiche della separazione tra pm e giudici non saranno verosimilmente immediate. Sono, come si suol dire, effetti a rilascio lento. Naturalmente bisognerà verificare se ci saranno concorsi separati, come si articoleranno i due Csm, come si articoleranno le eventuali correnti dei pm e dei giudici. Saranno questioni legate alle modalità attuative della riforma e alle dinamiche di potere all’interno dei vari Csm. E da questo dipenderà anche la possibile divisione dell’Anm in più articolazioni».

In realtà alcuni colleghi di Parodi, a dire il vero pochissimi, non sono così sicuri che, se passasse la riforma, l’Anm rimarrebbe unita. Adesso ovviamente ogni discorso è prematuro perché sono tutti impegnati con la campagna referendaria, ma qualche ragionamento viene fuori, se lo si sollecita. «Nell’immediato sicuramente non accadrà nulla – ci spiega un magistrato – almeno per preservare la nostra immagine dopo una sconfitta, e perché condividiamo la stessa cultura. Poi il tema potrebbe porsi, perché sarebbero diversi gli interessi da tutelare: da una parte quelli dei pm, dall’altra parte quelli dei giudici. E non si esclude che questo potrebbe essere il tema del nostro congresso che dovrebbe tenersi in autunno».

«Ovviamente noi auspichiamo di parlare d’altro – aggiunge il magistrato – perché al momento i sondaggi ci danno in ripresa e quindi la speranza è di non dover discutere di una magistratura separata». Legato a questo tema c’è quello dell’Alta Corte disciplinare, all’interno della quale i magistrati non saranno più portatori degli stessi interessi e dovranno giudicarsi come parti diverse dell’ordinamento. Secondo l’ex presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, «quando tra quindici anni, se passasse la riforma, i pm saranno totalmente altro dai giudici, questi ultimi, dentro il nuovo organo disciplinare, non avranno più la maggioranza», in quanto si troveranno a dover essere giudicati da sei laici e tre pubblici ministeri, mentre loro saranno sei. «Perché la toga di un pm dovrebbe garantirmi di più di quella di un avvocato?», si è chiesto Santalucia a un evento organizzato due giorni fa dalla Camera penale di Civitavecchia.

Secondo il professor Spangher, invece, «è vero che l’Alta Corte è composta da quindici persone: quello che non è ancora chiaro è come sarà la composizione dell’organo che applicherà le sanzioni. Non saranno certamente tutti e quindici, altrimenti non ci sarebbe la possibilità di avere un collegio di secondo grado. Verosimilmente la norma di attuazione dovrà determinare come sarà composto l’organo che giudicherà l’illecito. Un errore che la magistratura fa è sommare la componente nominata dal Presidente della Repubblica (che indicherà, nel nuovo organismo, tre membri laici, ndr) con quella degli altri laici (tre sorteggiati dal Parlamento, ndr). Se facciamo questo ragionamento si dovrebbe ritenere che la Corte Costituzionale, per la quale il Capo dello Stato nomina cinque membri - poi ci sono i cinque di nomina parlamentare e cinque provenienti dalle magistrature superiori - sarebbe un organo di controllo politico perché, diciamo, i professori universitari sono nel numero di dieci».

«Io invece credo - conclude l’emerito di procedura penale - che quelli indicati dal Presidente della Repubblica vadano estrapolati dalla componente di tutti gli altri e questo anche in considerazione del fatto che il Presidente della Repubblica presiede l’organo di governo autonomo».