Martedì 10 Febbraio 2026

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“Lo Cicero come Scarantino”. De Luca smonta Report: rischio depistaggio

Il procuratore di Caltanissetta ritorna in commissione Antimafia e fa a pezzi la “pista nera” su Capaci rilanciata dalla trasmissione di Rai3

10 Febbraio 2026, 18:56

“Lo Cicero come Scarantino”. De Luca smonta Report: rischio depistaggio

Salvatore De Luca, procuratore di Caltanissetta, è tornato in commissione Antimafia per chiarire una volta per tutte la cosiddetta “pista nera” legata alle dichiarazioni di Alberto Lo Cicero e Maria Romeo. E lo ha fatto senza giri di parole: è roba che non sta in piedi, costruita su fonti che non hanno alcuna credibilità. Anzi, paragona Lo Cicero direttamente a Vincenzo Scarantino, il falso pentito che provocò uno dei più gravi depistaggi sulla strage di via D'Amelio. Se si fosse quindi dato retta a certe ricostruzioni televisive, avremmo rischiato l’ennesimo disastro giudiziario.

Tutto parte da una vecchia storia degli anni Novanta. Lo Cicero, dopo un tentato omicidio, inizia a parlare con i carabinieri e poi con i magistrati. Diventa collaboratore, ma già nel 1995 il Tribunale di Palermo lo bolla come bugiardo seriale: mente sulla sua qualifica di uomo d’onore, non conosce nemmeno la geografia dei mandamenti mafiosi, gonfia il ruolo di piccoli boss locali. Per i giudici, le sue parole sono carta straccia, salvo rare parti riscontrate da altre prove solide. Eppure, anni dopo, quelle stesse dichiarazioni – filtrate attraverso Maria Romeo, la sua ex compagna – tornano in scena grazie alla trasmissione di Rai3 Report, che le presenta come possibile chiave per dimostrare il coinvolgimento di Stefano Delle Chiaie nella strage di Capaci.

De Luca è netto: Lo Cicero non ha mai parlato direttamente di Delle Chiaie negli atti ufficiali. Tutto arriva di seconda mano, dal racconto di Romeo, una donna che – parole del Gip Santi Bologna che ha archiviato – corre dietro a un programma di protezione e si contraddice continuamente. Il procuratore racconta come Romeo, sentita a sommarie informazioni, ammetta di aver collaborato per ricongiungersi con Lo Cicero portato in località protetta, e di sentirsi abbandonata dallo Stato. Da lì parte una girandola di accuse: contro magistrati, carabinieri, persino il procuratore Caselli che oggi sposa la pista nera. Poi ritratta, poi torna indietro.

Ma quello che De Luca ha denunciato con forza non è solo l'inconsistenza della pista nera. È il metodo. Il metodo Report. Un metodo che non ha nulla a che vedere con il giornalismo di inchiesta. L’episodio più emblematico riguarda l’intervista del giornalista Paolo Mondani al luogotenente Walter Giustini. Durante l'intervista, Giustini riferisce che Lo Cicero gli aveva raccontato di aver visto “un paio di volte Stefano Delle Chiaie a Capaci”. Fin qui, la notizia. Ma poi? Poi nulla. Mondani si ferma. Non chiede quando, non chiede dove, non chiede come. Non applica quello che De Luca ha ricordato essere il parametro base del giornalismo: chi, come, dove, quando. «Quando io ho sentito quest'intervista, io ho detto, interessante, sentiamo il resto. Fine. Come fine?», ha chiosato De Luca in commissione Antimafia. Perché quella frase può significare tutto e niente. Può voler dire che Lo Cicero lo ha visto a passeggio sul lungomare mentre si prendeva il gelato. Oppure che lo ha visto davanti al tunnel mentre metteva una cassetta di tritolo.

Quando la procura di Caltanissetta convoca il giornalista Paolo Mondani per chiarire, arriva la sorpresa. Mondani si trincera dietro il segreto professionale per l’intero girato. De Luca lo contesta punto su punto: il segreto serve a proteggere chi parla, non a nascondere cosa è stato detto dopo che è andato in onda. E qui viene fuori il dettaglio sorprendente. Mondani, durante le sommarie informazioni, avrebbe detto: “Visto che lei è collaborativo, qualcosa le dico”. Il procuratore ha raccontato: «Mancava solo un buffetto sulla mia guancia, visto che ero stato collaborativo». Insomma, il giornalista che tratta il magistrato come se fosse lui l'indagato da premiare se fa il bravo. Un ribaltamento dei ruoli interessante. Accade quando il giornalismo non è più giornalismo, ma una via di mezzo tra un questurino e un pubblico ministero.

Tutto si basa su bugie

Chi è Alberto Lo Cicero? Un soggetto che il Tribunale di Palermo, con sentenza del 27 luglio 1995, ha ritenuto “assolutamente non credibile, inattendibile”. Ha mentito sulla sua qualifica di uomo d'onore di Cosa Nostra. «Avere mentito sulla sua qualifica di uomo d'onore mina totalmente la credibilità del collaboratore», ha spiegato De Luca. Perché certe notizie possono essere conosciute solo se sei effettivamente uomo d'onore. Se menti su questo, tutto quello che dici diventa «carta straccia».

Lo Cicero ha mentito su tanti aspetti. Ha mentito circa l'omicidio Cassarà. Non distingueva i mandamenti di Resuttana e di Tommaso Natale San Lorenzo, che sono contigui. Portava avanti valutazioni sulla famiglia Madonia come se fossero gregari di Mariano Tullio Troia. Un soggetto che non era uomo d'onore, che frequentava per motivi di lavoro un piccolo centro mafioso, e che si era fatto l'idea sbagliata che Mariano Tullio Troia fosse il centro dell’universo. Se Lo Cicero è inattendibile, ancora peggio è Maria Romeo. La donna che, secondo il Gip Bologna, “ha certamente mentito” e la cui “tendenza al mendacio condiziona irreversibilmente la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni”.

Il Gip ha scritto che il racconto della Romeo “appare davvero grottesco e degno di un’ambientazione cinematografica di un film di Cipri e Maresco”. De Luca ha ammesso che inizialmente la procura aveva ritenuto l'attendibilità di Romeo Maria «molto precaria», ma senza affondare il coltello. È stato il Gip a scavalcarli, con una motivazione serrata che ha ritenuto «assolutamente negativa» la credibilità della donna. «Quello zero tagliato di cui ho parlato nella precedente audizione, purissima aria fritta», ha detto. Questa valutazione non è solo della procura di Caltanissetta. È condivisa dal Gip che ha emesso il decreto di archiviazione. È condivisa dal procuratore nazionale antimafia Grasso e dal sostituto Donadio, che nel 2007 - quando Lo Cicero era ancora vivo ma gravemente malato - non hanno ritenuto opportuno neanche fare un atto di impulso. «Se avesse avuto un minimo di rilievo approfondire quello che aveva detto Lo Cicero, il procuratore Grasso si sarebbe precipitato», ha spiegato De Luca. «Il fatto che sia mancato addirittura un atto d’impulso significa che non c'era trippa per gatti».

Perché Report continua a insistere? E lo fa evocando complotti. Quando parla di “documenti decisivi nascosti in archivio”, la percezione è di insabbiamento. Ma quei documenti non erano affatto nascosti. Erano nel fascicolo. «Nascosti in archivio è falso», ha detto De Luca. «Presupporrebbe che la procura li abbia voluto occultare. I procedimenti definiti vanno in archivio». Poi ci sono i presunti colloqui tra Paolo Borsellino e Lo Cicero. Le versioni cambiano. Prima dieci minuti di conversazione. Poi, a Report, diventa un colloquio dalle 19 a mezzanotte in massima segretezza. «È completamente stravolto», ha commentato De Luca.

Il procuratore ha chiarito che la procura non è pregiudizialmente ostile alla pista nera. Ma una cosa è indagare su piste serie, altra cosa è seguire «aria fritta». De Luca ha ribadito il metodo: «Seguire gli elementi probatori, non siamo pilotati da pregiudizi ideologici. Il gruppo stragi è composto da magistrati con tutti gli orientamenti culturali». La verità sulle stragi è un bene troppo prezioso per essere lasciato nelle mani di chi preferisce il fascino del “nero” alla grigia, ma necessaria, analisi dei documenti e delle prove reali. Cosa che, nel piccolo, magari anche qualche volta commettendo errori, su Il Dubbio cerchiamo di fare. Il giornalismo di inchiesta non dovrebbe essere intrattenimento. E sulle stragi del 1992 c'è ben poco da intrattenere.