Domenica 08 Febbraio 2026

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Angeli e Demoni

La difesa di Anghinolfi: «Sentenza demolitoria, crolla l’impianto dell’accusa nel processo Bibbiano»

Gli avvocati Ognibene e Mazza: le motivazioni smontano la tesi del falso penale nelle relazioni dei servizi sociali: atti valutativi, assenza di fatti oggettivi, deserto probatorio e gravi carenze metodologiche. Sei anni di processo fondati su una tesi preconcetta

07 Febbraio 2026, 17:26

La difesa di Anghinolfi: «Sentenza demolitoria, crolla l’impianto dell’accusa nel processo Bibbiano»

Rossella Ognibene e Oliviero Mazza

«Si tratta di una sentenza totalmente demolitoria dell’impianto dell’accusa. Ha trovato pieno accoglimento la nostra tesi per cui le relazioni dei servizi sociali non possono essere guardate con la lente del falso penale, trattandosi di atti discrezionali a contenuto valutativo. In questo campo non esiste un vero oggettivo e, quindi, non può nemmeno ipotizzarsi un falso che per il pm sarebbe stato addirittura aggravato dalla fidefacienza, mentre le poche presunte falsità “fattuali” contestate sono state ritenute insussistenti». È questo il commento di Rossella Ognibene e Oliviero Mazza, difensori della responsabile del Servizio sociale della Val d'Enza, nel processo sui presunti affidi illeciti a Bibbiano, uscito demolito dalla sentenza di primo grado. 

«Vorremmo sottolineare questo passaggio davvero illuminante della motivazione: «La scelta di incentrare le contestazioni di falso su aspetti meramente valutativi, contestando l’ipotizzato “taglio” delle relazioni … ha disvelato l’intrinseca debolezza dell’intero impianto accusatorio, fondato su premesse davvero fragili, in quanto opinabili e non ancorate ai fatti, gli unici che il processo penale è deputato ad accertare», sottolineano.

«Un processo costruito su una tesi preconcetta, i demoni, priva di riferimenti fattuali. Problemi di inquadramento giuridico, deserto probatorio sui pochissimi fatti contestati, difetto di scientificità delle consulenze tecniche, sono altre evidenti criticità sulle quali è franato l’intero impianto accusatorio - concludono i legali -. Non si è mai visto in Italia un esercizio così patologico del potere d’accusa. Un processo durato 6 anni che non avrebbe nemmeno dovuto celebrarsi».