Martedì 03 Marzo 2026

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Angeli e Demoni

Canestrini: «Con le motivazioni di Bibbiano crolla l'accusa e cade la gogna mediatica»

Presunti affidi illeciti, per l'avvocato di Monopoli il Tribunale di Reggio Emilia certifica il fallimento del metodo dell’accusa: prove testimoniali inattendibili, convinzioni elevate a colpa e una narrazione che ha sostituito l’accertamento dei fatti. Una decisione che ristabilisce il primato del diritto

06 Febbraio 2026, 11:49

07 Febbraio 2026, 17:21

Canestrini:

Giuseppe Sambataro e Nicola Canestrini

«Con il deposito delle motivazioni umiliato l’impianto accusatorio: smentita l’inquisizione con relativa gogna mediatica». A dirlo è Nicola Canestrini, difensore, insieme a Giuseppe Sambataro, dell'assistente sociale Francesco Monopoli nel processo sui presunti affidi illeciti a Bibbiano. La sentenza del Tribunale di Reggio Emilia sul processo “Angeli e Demoni” certifica ciò che le difese hanno sostenuto sin dall’inizio: l’impianto accusatorio non reggeva, perché costruito su un metodo sbagliato prima ancora che su fatti sbagliati. Per anni l’accusa ha occupato il dibattimento con una massa imponente di dichiarazioni testimoniali, presentate come decisive, ma in realtà fragili, contraddittorie, spesso prive di riscontri e incapaci di sostenere un giudizio di responsabilità penale. Un impianto fondato non sull’accertamento, ma sulla ripetizione; non sulla prova, ma sulla suggestione; non sui fatti, ma su valutazioni trasformate in colpa». La sentenza, da questo punto di vista, è chiara: il dibattimento non ha fatto emergere nessuna prova circa le accuse portate in aula dalla pm Valentina Salvi, il cui impianto si basava su testimoni giudicati dal collegio poco attendibili e in alcuni casi indagabili.

«La sentenza - prosegue Canestrini - recepisce in modo chiaro le osservazioni della difesa: le testimonianze su cui si reggeva l’accusa erano prive di attendibilità, smentite dai documenti o comunque inidonee a fondare una ricostruzione penale seria. È esattamente ciò che la difesa ha dimostrato nel corso del processo, smontando punto per punto una narrazione accusatoria che pretendeva di sostituire il metodo probatorio con una lettura ideologica della realtà. Non si tratta di singoli errori, ma del fallimento di un’impostazione inquisitoria, in cui il sospetto precede il fatto, la convinzione precede la verifica, e la colpa è data per presupposta. Un modello che la difesa ha contestato radicalmente e che oggi risulta smentito».

Come la difesa ha sempre sostenuto, «è crollato l’impianto accusatorio. Dopo aver occupato per anni il dibattimento, le presunte prove d’accusa si sono rivelate, alla prova dei fatti, sfornite di attendibilità e incapaci di reggere un giudizio penale. Abbiamo sempre detto che non c’erano prove, ma convinzioni trasformate in accusa. È la fine di una giustizia fondata sul sospetto - conclude Canestrini -. Questo processo lascia una lezione che va oltre il caso concreto: quando l’accusa rinuncia al metodo probatorio e si affida all’ideologia, il processo diventa inquisizione. E l’inquisizione, prima o poi, cade».