Domenica 08 Febbraio 2026

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«I decreti non possono aiutare il Sì. Lo slogan? Vogliamo giudici forti»

Colloquio con Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, anima del Comitato “Sì Separa” e della battaglia per la separazione delle carriere

07 Febbraio 2026, 09:13

«I decreti non possono aiutare il Sì. Lo slogan? Vogliamo giudici forti»

«Non si fa campagna referendaria con i decreti sicurezza». Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, anima del Comitato “Sì Separa” e della battaglia per la separazione delle carriere, è perplesso e anche un po’ preoccupato: «Sarebbe molto meglio occuparci di politica della sicurezza a mente fredda, dopo il voto popolare sulla riforma». Fratelli d’Italia sfodera locandine in cui attribuisce alla legge Nordio il potere di disinnescare il presunto buonismo dei giudici, la loro indulgenza verso i black bloc o i migranti. Un messaggio confuso e illogico. «Noi, parlo del Comitato e della Fondazione, abbiamo una strada molto chiara: incontri con la società civile, con la sinistra più riformista come con le espressioni del cattolicesimo liberale. Il messaggio è semplice: con il muovo ordinamento giudiziario avremo un giudice più forte. Trovo sempre efficace la metafora del triangolo isoscele: al vertice c’è un magistrato che giudica ed è sopra le due parti, cioè l’accusa e la difesa. Ora invece quel triangolo è rovesciato e le due magistrature schiacciano il difensore».

La figura del giudice è un presidio istituzionale caro all’elettorato conservatore: esaltare la riforma come strumento per tutelare proprio la funzione del giudice può essere la via migliore. Screditare invece la magistratura giudicante sembra come minimo inutile, se non dannoso. «Io non mi occupo di elettorato, ma di contenuti. Cito sempre un esempio di malagiustizia su tutti: il caso Tortora. Non perché sia l’unico, ma perché è esemplare quanto avvenuto ai magistrati che si occuparono di quel processo: i pm che lo accusarono ingiustamente e i giudici che lo condannarono hanno fatto carriera, uno di loro è stato addirittura eletto, dai suoi colleghi, al Csm. Il giudice relatore che in secondo grado rilevò le incongruenze della tesi accusatoria e il presidente della Corte d’appello che lo assolse sono stati emarginati. Ecco: noi vogliamo giudici forti che non siano schiacciati dalle dinamiche corporative interne alla magistratura».

Chiarissimo. Ed è forse il motivo per cui Carlo Nordio ha inserito, nella propria legge, il sorteggio dei togati. «Sul punto sono stato a lungo scettico. Nelle diverse audizioni in cui sono intervenuto alla Camera e al Senato, l’ho ripetuto più volte. Poi ho cambiato idea. Ed è stata decisiva la splendida riflessione compiuta a riguardo proprio da un magistrato, Andrea Mirenda, che oggi siede in plenum. Se un giudice appena entrato in ruolo può assumersi la responsabilità di infliggere a una persona la pena dell’ergastolo, com’è possibile che non sia in grado di assumersi, da consigliere superiore sorteggiato, la responsabilità di decidere sulla carriera di un collega?». Oltretutto l’elettorato di centrodestra andrebbe persuaso proprio con la tutela dell’alta funzione che spetta all’ordine giudiziario e con il rischio che, a comprometterla, sia la distorsione correntizia. Servirebbe qualcosa come “cacciamo i mercanti dal tempio”, insomma, dove i mercanti sono le correnti, alle quali va sottratto il controllo sulla giustizia e la magistratura, che continuano a essere “sacre”. «Certo, ma non trascurerei che in realtà l’agitarsi dell’Anm può essere un boomerang. Distorcere il senso della riforma è inaccettabile, e davvero solo in Italia potevamo trasformare un sindacato privato dei magistrati in un interlocutore politico. Solo da noi poteva radicarsi l’irritualità dei pareri che il Csm emette nel pieno dell’esame parlamentare, come se fosse una terza camera. In ogni caso, il messaggio che ci sforziamo di dare, come Comitato Sì Separa e come Fondazione Einaudi, passa anche per la testimonianza preziosa dei tanti magistrati favorevoli alla riforma. La loro valutazione evoca indirettamente anche i rischi a cui l’Anm, per converso, si espone. Non dobbiamo dimenticare che ci sarà un 24 marzo. Il giorno dopo il voto non potremo risvegliarci fra le macerie». Lo ha detto anche il professor Zanon nel forum con il Dubbio di cui abbiamo dato conto sul giornale di ieri.

C’è il rischio che il fronte del Sì resti rinchiuso in convegni frequentati da chi è già convinto di votare per la riforma. Bisognerebbe parlare, invece, alla stragrande maggioranza di cittadini che non sa di ordinamento giudiziario. «Noi abbiamo i riscontri e i numeri migliori, sui social. Scegliamo messaggi che puntualmente vengono copiati da altri. Il nostro obiettivo è favorire in tutti i modi possibili una crescita civile, una vera consapevolezza sui temi della riforma». E quindi fare campagna per il Sì a colpi di decreti serve a poco. «Devo riconoscere l’esempio di equilibrio che la premier Meloni ha offerto fin dal principio del dibattito sulla separazione delle carriere. Poi è chiaro che messaggi distorsivi dal fronte opposto innescano una reazione, e che dunque i toni, nelle ultime settimane, sono più aspri anche da parte del governo. Sono infelici battute come quelle con cui altri esponenti dell’Esecutivo prefigurano un distacco della polizia giudiziaria dal pm. D’altronde la confusione nasce dal paradosso di avere, nel nostro Paese, una sinistra riformista che per la gran parte sceglie il giustizialismo e una destra garantista a corrente alternata. Noi ci chiamiamo fuori, non abbiamo simpatie per gli schieramenti, vogliamo rivolgerci solo ai cittadini. Ma non possiamo trattenerci dall’obiettare sul ricorso all’ennesimo decreto sicurezza». Che accresce la confusione. «Non è con i decreti sicurezza che si fa campagna per il Sì, lo ripeto. Oltretutto, in termini di consenso politico generale, si tratta di una strategia controproducente: si ammette implicitamente che tutti i precedenti decreti, dai rave-party in avanti, sono stati inefficaci. Abbiamo ottimi argomenti, a sostegno del Sì. Bastano. L’importante è impegnarsi a contrastare le mistificazioni con la chiarezza della ragione».