“Ammazzasentenze” sicuramente lo è stato, il giudice Corrado Carnevale, mancato ieri a 95 anni. Ma non nel senso dispregiativo dato dai tanti suoi detrattori, quelli del giro dei “professionisti dell’antimafia” di cui parlava Leonardo Sciascia. Magari “amico dei mafiosi”. Ma all’opposto, solo il più preparato, severo e pignolo giudice di Cassazione il quale, ben consapevole del fatto che il diritto è prima di tutto forma e osservanza delle regole, non esitava a bocciare le sentenze mal scritte e peggio motivate. Con la sindrome del primo della classe, quello meritevole e antipatico.
Così si era raccontato, senza falsa modestia, nel libro di Andrea Monda “Un uomo solo”: “A diciassette anni ho preso la maturità classica con il massimo dei voti, a ventuno mi sono laureato con lode e diritto alla pubblicazione della tesi, a ventitré al concorso per entrare in magistratura sono arrivato primo, così come a ogni concorso successivo…”. A cinquantacinque anni è il più giovane presidente italiano alla guida di una sezione di Cassazione, la prima, quella cui venivano affidati i processi di mafia. Un traguardo che sarà anche la sua disgrazia. Perché il suo compito di “fare le pulci” ai colleghi è già spiacevole a poco gradito a una corporazione suscettibile come quella delle toghe. Ma osare toccare le condanne, soprattutto gli ergastoli, nei confronti dei boss di Cosa Nostra, quello è veramente insopportabile.
Ma Corrado Carnevale “il solista” tira dritto. E pagherà la sua solitudine. La prima sarà la svolta del 1986, quando il giudice “ammazza” la condanna all’ergastolo di primo grado inflitta ai boss Michele e Salvatore Greco per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici. “Chiunque – commenterà con sprezzo il magistrato – anche uno studente di giurisprudenza, in Cassazione avrebbe deciso nel senso dell’annullamento”. Ma parte l’attacco politico, con un’interpellanza di deputati del Pci al ministro della giustizia Martinazzoli proprio contro Carnevale, anche se la decisione della prima sezione della Cassazione era stata collegiale. E un anno dopo lo stesso Guardasigilli disporrà, sempre accogliendo una richiesta dei parlamentari comunisti, un monitoraggio su tutta la giurisprudenza della prima sezione della Cassazione.
“Un’inaccettabile invasione di campo”, commenterà Carnevale, e il Csm voterà in suo favore all’unanimità. Non osiamo immaginare quel che succederebbe oggi, se il ministro Nordio osasse assumere una simile iniziativa nei confronti di un qualunque organo giudicante. Ma allora erano gli stessi esponenti dell’opposizione di sinistra a farsi promotori di un'iniziativa che entrava in modo diretto nell’autonomia e indipendenza della magistratura, valori di rango costituzionale. Il risultato di quel monitoraggio fu clamoroso e in favore di Carnevale e dei suoi colleghi. Tanto che la relazione del nuovo ministro Giuliano Vassalli, il padre della riforma del codice di procedura penale subentrato a Martinazzoli, disse a chiare lettere che non solo i provvedimenti della prima sezione della Cassazione non presentavano anomalie o irregolarità, ma che gli unici errori erano da attribuirsi ai giudici di merito, a volte errori così gravi da far arrossire. Quello fu sicuramente il giorno del trionfo di Carnevale, anche sul piano mediatico, tanto che il quotidiano La Repubblica fu costretto a titolare “Carnevale ha ragione”.
Ma ben altro clima politico si respirava nel 1992, quando fu promosso il secondo monitoraggio. Siamo agli anni in cui, se al nord è scoppiata “tangentopoli”, al sud le stragi di mafia si susseguono e i boss sono tutti latitanti. Lo Stato sembra sconfitto. Il garantismo è un prezzo che non ci si potrà più permettere. Così sarà il socialista Claudio Martelli, sia pure sollecitato dalla commissione bicamerale antimafia presieduta da Luciano Violante, a disporre il secondo monitoraggio. Che ebbe lo stesso risultato del primo, anche se non ci fu più quella votazione all’unanimità del Csm e Corrado Carnevale questa volta rimase veramente da solo. Perché c’era nell’aria la scommessa del Maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone, nel frattempo diventato Direttore degli affari penali al ministero di Giustizia.
Su quello che passerà alla storia come il più grande processo alla mafia, aleggiavano già molte critiche, mentre era già entrato in vigore il sistema accusatorio nel processo penale. Il Maxiprocesso era considerato un “mostro giuridico” sia sul piano formale, per il numero degli imputati, tenuti insieme solo dal reato associativo (416 bis), sia sul piano sostanziale per le accuse sostenute dai collaboratori di giustizia. Inoltre aveva avuto già una vita travagliata, con molte assoluzioni in primo grado e il famoso “teorema Buscetta” fatto a pezzi in appello. Ma le condanne in Cassazione erano considerate un segnale importante. Non si poteva certo affidare alle mani pignole di Corrado Carnevale il controllo di legittimità di quelle carte.
Per il magistrato fu la fine. Un po’ perché fu introdotto un sistema di rotazione al vertice delle sezioni della Cassazione, un po’ perché fu lui stesso a sottrarsi a quel processo, fatto sta che la storia andò avanti senza di lui. Anzi gli fu persino inflitta poi la massima infamia, l’incriminazione per concorso esterno in associazione mafiosa. Naturalmente fu poi assolto, alla fine. Ma siamo nel 2002, gli anni sono passati, i boss mafiosi che non si riusciva a catturare erano stati comunque condannati all’ergastolo, Falcone era stato assassinato probabilmente anche a causa di quel processo. Come sarebbe andata se ci fosse stato Carnevale a giudicare quella sentenza d’appello? Avrebbe fatto giustizia o avrebbero gioito i mafiosi, come pensa qualcuno? Bisognerebbe chiederlo a un insospettabile come Adriano Sofri, condannato come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi in un processo indiziario. Cioè a uno di sinistra che nulla ha a che fare con la mafia, e che ha fatto lo sciopero della fame quando il giudice Carnevale è stato sottratto al suo processo su richiesta del “pentito” che lo accusava. Anche questa storia sarebbe andata diversamente, crediamo. Se le regole dello Stato di diritto avessero prevalso.