Mercoledì 04 Febbraio 2026

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Magistrati "alla sbarra", archiviazioni al 96%. Ma le motivazioni restano segrete

Dove si esercita davvero il filtro disciplinare? I dati dicono che quasi il totale delle segnalazioni viene archiviato direttamente dalla procura generale della Cassazione, senza mai arrivare al Csm

03 Febbraio 2026, 16:43

Magistrati "alla sbarra", archiviazioni al 96%. Ma le motivazioni restano segrete

C’è un dato che, più di ogni altro, dovrebbe interrogare il dibattito pubblico sulla giustizia disciplinare dei magistrati. È un dato che invece resta confinato tra le pieghe di studi interni e pubblicazioni specialistiche, lontano dagli occhi dei cittadini: il 96 per cento delle segnalazioni presentate contro i magistrati viene archiviato direttamente dalla procura generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, senza mai arrivare all’esame della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. Un’enormità statistica, ma soprattutto un gigantesco problema di trasparenza.

Nel solo 2024 le segnalazioni pervenute sono state 1.587, in lieve calo rispetto alla media del quinquennio 2020-2024 (1.742). Eppure, quasi la totalità di queste viene fermata a monte, perché ritenuta inammissibile o manifestamente infondata. Archiviata. Fine della storia. Con un dettaglio che ha del paradossale: i motivi delle archiviazioni non sono conoscibili nemmeno da chi ha presentato la segnalazione. Nessuna motivazione accessibile, nessuna possibilità di verifica, nessun controllo esterno. Alla faccia della trasparenza.

Il dato emerge da un’analisi statistica sull’attività della Sezione disciplinare del Csm, condotta all’interno dello stesso Consiglio e pubblicata anche dalla rivista di Magistratura democratica " Questione giustizia". Uno studio che arriva in un momento tutt’altro che neutro: le settimane che precedono il referendum sulla giustizia, in cui la “compiacenza” della giustizia domestica è indicata come una delle ragioni per sottrarre ai futuri Csm la funzione disciplinare.

Lo studio, di cui  Il Sole24 Ore ha prodotto un estratto, fotografa un sistema che, una volta superata la barriera dell’archiviazione, mostra una struttura tutt’altro che indulgente. In tre anni di consiliatura, la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 199 sentenze. Di queste, 82 sono di condanna (41 percento), 94 di assoluzione (47 percento) e 23 di non doversi procedere (12 percento), in gran parte per dimissioni del magistrato dall’ordine giudiziario poco prima dell’udienza. Se queste ultime vengono accostate alle condanne, come spesso avviene nella lettura sostanziale dei dati, la quota delle decisioni “sfavorevoli” all’incolpato arriva al 49 percento, contro il 47 percento delle assoluzioni.

Ancora più significativo è il capitolo delle impugnazioni. Le sentenze della sezione disciplinare vengono impugnate di rado, sia dal ministero della Giustizia sia dalla procura generale della Cassazione. Nell’ultimo triennio, l’83 percento delle assoluzioni non è stato impugnato (78 casi su 94). Quanto alle condanne, le impugnazioni, spesso motivate dalla presunta eccessiva mitezza della sanzione, sono state appena 7 su 82. E quando si impugna, quasi sempre si perde. Oltre il 70 percento delle impugnazioni viene respinto. Nel dettaglio, il 77 percento dei ricorsi contro sentenze di condanna e il 50 percento di quelli contro assoluzioni. Complessivamente, più del 90 percento delle sentenze di assoluzione diventa definitiva, per mancata impugnazione o per rigetto del ricorso. Quasi analoga, all’86 percento, la percentuale di conferma delle condanne.

Numeri che raccontano un sistema con un’elevata “tenuta” giurisprudenziale, ma che allo stesso tempo pongono una domanda cruciale: dove si esercita davvero il filtro disciplinare? La risposta è evidente: prima del Csm, a piazza Cavour, in una fase “blindata”, sottratta a qualsiasi scrutinio esterno. È lì, nelle mani di pochissimi magistrati della procura generale, che si decide il destino della quasi totalità delle segnalazioni.

La riforma costituzionale, va ricordato, non interviene sul procedimento disciplinare, rinviando i futuri cambiamenti alla legislazione ordinaria, così come la revisione del catalogo degli illeciti. E nulla dice sul nodo centrale della trasparenza delle archiviazioni, sul diritto dei segnalanti a conoscere le ragioni del rigetto, sul controllo democratico di un potere che si esercita, di fatto, nel silenzio. Anche in questo caso si dovranno attendere, in caso di vittoria del Sì, le norme di attuazione. Il risultato, comunque, è un sistema che, numeri alla mano, non assolve in massa, ma che archivia quasi tutto prima ancora di giudicare. Ed è questo il vero buco nero della giustizia disciplinare: non tanto le sentenze del Csm, quanto ciò che non arriva mai a essere una sentenza.