Lunedì 02 Febbraio 2026

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Nordio: «Blasfemo bollare la riforma come un attacco alla magistratura»

Nel suo discorso all'inaugurazione dell'anno giudiziario, il ministro rivendica di aver “garantito” anche i pm. «Se vince il no, resto al mio posto»

30 Gennaio 2026, 18:47

Carlo Nordio

È una giornata importante. È un’inaugurazione dell’anno giudiziario celebrata a ridosso della sfida finale, il referendum sulla separazione delle carriere. Nordio sembra misurare tutto il peso del prova che lo attende. E si presenta, nel preambolo dell’intervento alla cerimonia, con l’enfasi sulla propria quarta partecipazione. Si rivolge al Capo dello Stato Sergio Mattarella, che lo ascolta senza perdere di vista il testo scritto consegnato dal ministro a tutte le autorità accorse nell’aula magna della Cassazione.

Ma come quasi sempre gli capita, Nordio si affranca dalla versione ufficiale e parla a braccio. Insiste sul significato storico del momento, legato, dice, a tre aspetti: il «privilegio di onorare ancora una volta il Presidente della Repubblica», la «stabilità» del «governo» e la possibilità di «affermare alcuni principi consustanziali alla nostra patria democratica». A partire, certo, dalla «attività che ha visto il ministero della Giustizia protagonista di un processo profondo di rinnovamento».

E così il guardasigilli lascia un po’ in coda il cruciale tornante che la politica giudiziaria sta per affrontare. Sa che la “sua” separazione delle carriere non è la prima modifica costituzionale della giustizia nell’era repubblicana. Ma sa anche che questa è la prima volta dal 1948 che si interviene sull’assetto della magistratura. Come da prassi, Nordio sciorina molti dati, ma poi arriva al cuore del discorso: «La riforma è prossima al vaglio del popolo sovrano. Si tratta di una scelta di coerenza giuridica con la riforma processuale iniziata da Giuliano Vassalli, medaglia d’argento della Resistenza. Ora, in perfetta aderenza al dettato costituzionale – tiene a ricordare, con un accenno al rispetto dell’articolo 138 che riprenderà in chiusura – approda al giudizio del popolo sovrano». Ebbene, l’autore del “divorzio” tra giudici e pm sente il dovere di «ribadire, con fermezza» come sia, dal suo punto di vista, «blasfemo» sostenere che «questa riforma tenda a minare l’indipendenza della magistratura».

Ecco, quell’aggettivo, «blasfemo», sarà definito «inappropriato», poche ore dopo, dal presidente Anm Cesare Parodi. Eppure sembra molto in sintonia con la convinzione del guardasigilli di essere protagonista in un passaggio decisivo. Il ministro rilegge l’articolo 104 da lui proposto, che per la prima volta esplicita la natura di «ordine autonomo e indipendente» anche per i magistrati dell’accusa. Aggiunge: «Un’interpretazione diversa da questa letterale è un’arbitraria e malevola distorsione». Così come le insinuazioni sulla volontà di sottomettere prima o poi le Procure all’Esecutivo rappresentano «null’altro che una grossolana manipolazione divinatoria di una realtà immaginaria».

Fin qui la confutazione. Dopodiché arriva l’apertura. Nordio fa prima appello a un «dibattito» che spera «si mantenga nei limiti della razionalità» e della «pacatezza». Riconosce che possano esserci «buone ragioni» per criticare la riforma, che però «cedono alle ragioni migliori». Soprattutto, invita a esprimere entrambe «senza retropensieri elettorali». A cosa si riferisce, di preciso? Lo chiarisce subito: «Se il popolo respingerà» la riforma, «resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione». È il primo passaggio dal carattere strettamente politico: riecheggia le parole con cui Giorgia Meloni ha subito dissociato il proprio destino di premier dalla vittoria del Sì al referendum sulle carriere separate. Ma il ministro della Giustizia dice anche cosa farebbe se gli italiani confermassero la riforma: «Inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura, per elaborare le necessarie norme attuative». Con una clausola: la disciplina applicativa dovrà restare «nell’ambito perimetrato dell’innovazione». Ed è un evidente riferimento all’impossibilità di stravolgere la previsione sul sorteggio dei due eventuali futuri Csm, di annacquare tutto in una estrazione “temperata” che rimetterebbe in gioco le correnti.

Nordio abbraccia in pochi minuti diversi dossier. Respinge, con un’abilità che non basta a nascondere le contraddizioni, l’accusa di una «proliferazione dissennata, nel diritto penale, di indiscriminati interventi persecutori». Difficile sostenerlo a fronte di reati, che il governo ha voluto, come quello che punisce la resistenza passiva alle forze dell’ordine o le proteste dei detenuti. Ha qualche base in più la rivendicazione sugli organici, sia del personale – inclusa la «stabilizzazione» degli addetti assunti con il Pnrr – sia della «magistratura», per la quale, puntualizza il guardasigilli, «abbiamo attuato ben cinque procedure concorsuali», per un «totale di duemila» immissioni. L’obiettivo, rivendica, è conseguire la «copertura integrale, per la prima volta dall’avvento della Repubblica, degli organici entro il 2026».


C’è spazio, ancora, per la «rivoluzione» portata dalla «intelligenza artificiale», che però «non potrà mai sostituire l’intelligenza e soprattutto il cuore della natura umana». Non manca l’excursus sul penale telematico, sui rinvii della sua «obbligatorietà» e sul relativo «appello alla collaborazione», accolto da «uffici giudiziari e Csm» e sostenuto dall’«apporto dell’avvocatura». Tutte attività «compiute nel rispetto della legge», scandisce Nordio. Che aggiunge: «Troverei persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni che in questi giorni sono state diffuse sull’ipotesi di interferenze illecite, da parte nostra, nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura». Si riferisce, il ministro, alle polemiche sul presunto software spia “svelato” da Report. Ma sa bene come persino quelle insinuazioni siano il contorno dell’unica vera battaglia che lo mette alla prova. E che ha il solo obiettivo del Sì al referendum.