L'intervento
Le «esagerate aspre reazioni» alle decisioni giurisdizionali assunte «con coscienza» dalla magistratura arrecano «sofferenza all’intero corpo giudiziario» e contribuiscono ad avvelenare il dibattito pubblico sul rapporto tra politica e giustizia. È questo il grido d’allarme che si è levato dall’Aula Magna della Suprema Corte durante l’inaugurazione dell’Anno giudiziario. Un rito solenne che, qualora passasse la riforma Nordio-Meloni, potrebbe essere l’ultimo a vedere riuniti sotto un unico organo di governo giudici e pubblici ministeri. D’Ascola ha richiamato istituzioni e forze politiche alla necessità di «coltivare con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione», condizione indispensabile per garantire un confronto «pacato e razionale sul futuro della giustizia». La sua relazione ha toccato i nervi scoperti del sistema. Pur partendo dai dati positivi sulla riduzione degli arretrati e denunciando piaghe sociali come la «barbarie dei suicidi in carcere» e l’incompletezza della digitalizzazione, il cuore del suo intervento è stato politico-istituzionale. Il dibattito in corso, ha evidenziato, non può trasformarsi in una delegittimazione della magistratura, né può cedere alla «tentazione di influire sul magistrato stesso, immaginandolo avvicinabile, pavido, condizionabile». Il futuro della giurisdizione - ha sottolineato - deve invece fondarsi sulla tutela dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, che rappresentano «fondamenti imprescindibili del sistema giudiziario» e dello Stato di diritto. In questo quadro si colloca il tema più sensibile: la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Per il Primo presidente la questione non è soltanto di natura organizzativa o funzionale, ma assume un rilievo costituzionale e sistemico, poiché incide sull’equilibrio tra poteri e sulla stessa architettura delle garanzie previste dalla Carta.
Qualunque assetto futuro dovrà preservare il carattere della magistratura come «ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Un monito che si inserisce nel solco della riflessione già avviata dalla sua predecessora, Margherita Cassano, che lo scorso anno aveva invocato «un vero e proprio patto per lo Stato di diritto tra tutti gli organi cui la Costituzione assegna l’esercizio di funzioni sovrane», fondato sul rispetto reciproco e sulla responsabilità istituzionale. Al centro delle preoccupazioni resta il ruolo del pm, chiamato a operare come parte processuale ma con un obbligo di imparzialità e con una funzione di garanzia nei confronti dei diritti fondamentali. D’Ascola ha evidenziato il rischio che una riforma mal calibrata possa alterare questo equilibrio, trasformando il pm in un soggetto dotato di un potere eccessivo o, al contrario, rendendolo vulnerabile a interferenze esterne.
Il timore è duplice: da un lato, la possibile creazione di un “super-pm” dotato di un proprio Consiglio superiore separato e sottratto a efficaci meccanismi di controllo; dall’altro, l’eventualità che la magistratura requirente finisca, direttamente o indirettamente, sotto l’influenza del potere esecutivo, con una conseguente lesione del principio di indipendenza. Un rischio già segnalato anche dal Csm, che nel suo parere sulla riforma ha messo in guardia da una possibile «deriva autoreferenziale». Dal medesimo leggìo, poco dopo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto con toni netti e difensivi, definendo «ripugnanti le insinuazioni su interferenze illecite».
D’Ascola ha richiamato l’importanza di preservare le garanzie che oggi presidiano l’autonomia del pm, tra cui l’obbligatorietà dell’azione penale e la titolarità delle indagini, sottolineando come il sistema attuale abbia dimostrato di possedere «tutti gli anticorpi» per evitare derive eccessive. Nel nuovo assetto, ha aggiunto, il pm dovrà continuare a rimanere terzo e imparziale, mantenendo anche l’obbligo di svolgere accertamenti a favore della persona indagata. Un ulteriore capitolo riguarda il sorteggio dei componenti togati del Csm e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Anche in questo caso, secondo il Primo presidente della Cassazione, il tema non è la deroga al principio di elettività delle cariche pubbliche, ma la capacità dei nuovi meccanismi di garantire effettivamente il principio «veicolato dalla prestazione della garanzia dell’indipendenza della magistratura». Resta aperto, invece, l’interrogativo se i procedimenti disciplinari possano essere affidati a un giudice che non disponga delle stesse garanzie di autonomia e indipendenza dei magistrati sottoposti al suo controllo, «in quanto organo di raccordo, in ragione della sua estrazione, fra potere politico e potere di garanzia». Sarà il corpo elettorale a pronunciarsi «sull’opportunità della modifica costituzionale», ma - ha sottolineato D’Ascola - spetterà alla dottrina e agli operatori del diritto il compito di interpretare la nuova norma in coerenza con i principi supremi dell’ordinamento, che la Corte costituzionale ha chiarito non essere modificabili nel loro contenuto essenziale nemmeno da leggi di revisione costituzionale. In questo senso, Parlamento e governo dovranno «riservare la massima attenzione» nella fase di attuazione della riforma, affinché essa escluda «ogni possibile rischio di indebolimento, o anche solo di appannamento, dei principi costituzionali fondanti della giurisdizione».
Il discorso di D’Ascola si è chiuso con un richiamo alla responsabilità etica e istituzionale della magistratura. I giudici - ha affermato - devono continuare a fare affidamento «sulla propria professionalità», evitando di essere «comodamente ossequienti al più potente o spregiudicato dei litiganti», e garantendo sempre «rispetto verso le parti e gli avvocati che le assistono». Un appello alla sobrietà ma anche al riconoscimento del ruolo costituzionale della magistratura. Che non può essere indebolito né compromesso da pressioni esterne.