Lunedì 02 Febbraio 2026

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Separare le carriere favorisce la mafia? Ecco perché Saviano sbaglia

L’allarme dello scrittore parte da un presupposto errato e che ricalca, paradossalmente, proprio le critiche mosse a Falcone quando propose la Procura nazionale

30 Gennaio 2026, 18:00

02 Febbraio 2026, 07:54

Roberto Saviano

C’è un paradosso che attraversa il dibattito pubblico italiano e che Roberto Saviano, nel suo ultimo intervento su la Repubblica, incarna alla perfezione. È l’idea, ormai diventata un dogma per una certa area intellettuale, che ogni riforma della giustizia che provi a scardinare l’attuale assetto di potere della magistratura sia, per definizione, un favore alle mafie.

Saviano scrive che il "Sì" al referendum sulla separazione delle carriere indebolirebbe la lotta ai clan. Lo fa con la solita foga narrativa, parlando di pubblici ministeri che diventerebbero improvvisamente “più soli, più esposti, più governabili”. Ma, a guardare bene le carte e la storia, ci si accorge che il suo ragionamento parte da un presupposto sbagliato e finisce per ricalcare, ironia della sorte, proprio quegli attacchi che un tempo venivano rivolti a Giovanni Falcone.

Andiamo con ordine. Il punto centrale di Saviano è che dividere le carriere tra chi giudica e chi accusa significherebbe togliere autonomia al pubblico ministero. Secondo lui, una magistratura meno “unita” sarebbe una magistratura più fragile di fronte ai boss. Ma questa è una suggestione, non un dato di fatto. La riforma proposta non prevede affatto che il Pm finisca sotto il controllo del governo. L’indipendenza resta un pilastro, garantita da un Csm che, pur sdoppiato, mantiene la sua natura di governo autonomo. Dire che il Pm perderebbe la sua libertà è un errore di fondo che serve solo a spaventare i lettori, agitando lo spettro di un’accusa asservita alla politica.

La cosa che lascia più l'amaro in bocca è che Saviano sembra aver dimenticato una lezione che lui stesso, anni fa, ha raccontato magistralmente in televisione. Ricordate il suo monologo su Falcone? In quell'occasione spiegò bene come il magistrato trucidato a Capaci fosse stato isolato, umiliato e accusato di essere un “venduto” al potere politico. Ecco, oggi la storia si ripete quasi identica. Quando Falcone propose la Procura Nazionale Antimafia, i suoi oppositori — a partire dall’Associazione Nazionale Magistrati — usarono gli stessi identici argomenti che oggi usa Saviano. Dicevano che la “Superprocura” sarebbe stata un modo per permettere alla politica di controllare le indagini, che avrebbe tolto autonomia alle singole procure, che era un regalo ai poteri occulti. Falcone veniva accusato dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi e, purtroppo, da una grandissima parte della sinistra di allora, di voler “gerarchizzare” l’antimafia per consegnarla nelle mani del governo Andreotti.

Oggi Saviano usa quelle stesse vecchie lenti per guardare alla separazione delle carriere. È curioso che un intellettuale raffinato come lui non si accorga di essere caduto in un conformismo che fa male alla verità. Da lui ci si aspetterebbe il coraggio di uscire dal coro di quella sinistra che, pur di dare contro al governo Meloni, si ritrova a difendere un ordinamento giudiziario che ha ancora radici profonde nel periodo fascista. Parliamo del vecchio ordinamento Grandi del 1941, una struttura che vede il giudice e l'accusatore come due facce della stessa medaglia, uniti da un cordone ombelicale che il codice Vassalli dell'89 — di matrice liberale e accusatoria — avrebbe dovuto recidere da tempo. Quella riforma dell'89 voleva un processo “di parti”, dove accusa e difesa giocano ad armi pari davanti a un giudice terzo. Ma finché il Pm e il giudice appartengono alla stessa carriera, quel principio resta una bellissima intenzione sulla carta e un'ingiustizia nella realtà delle aule.

Invece no. Si preferisce gridare al “pericolo mafioso” ogni volta che si tocca lo status quo. Saviano giustamente attacca i decreti sicurezza di questo governo, parlando di un “panpenalismo” che sovraccarica i tribunali e punisce solo la povertà. Su questo ha ragione da vendere: rincorrere il consenso facile aumentando le pene per ogni cosa non serve a nulla se non a fare propaganda e a far esplodere le carceri. Ma allora, perché usare tutta questa forza intellettuale per difendere un assetto corporativo della magistratura che nulla ha a che fare con l'efficienza delle indagini? Perché, invece, non si usa tutta quell'energia che la sinistra e i soliti personaggi del mondo dello spettacolo stanno sperperando per convogliarla contro le politiche panpenaliste che il governo sta pericolosamente attuando? Eppure l'attenzione sembra tutta concentrata nel difendere l'unità delle carriere, come se fosse l'ultimo baluardo della democrazia.

La separazione delle carriere non è un tecnicismo inutile. È la precondizione per avere un processo davvero giusto, dove il giudice sia un terzo imparziale e non il “collega d'ufficio” di chi sostiene l'accusa. Le grandi inchieste antimafia, come scrive Saviano, si reggono su strutture solide e coordinate. Ma la solidità non viene dal fatto che Pm e giudici stiano nello stesso ordine; viene dalla qualità delle prove e dal rispetto delle regole. Anzi, una carriera separata permetterebbe una maggiore professionalità del Pm, che oggi spesso manca proprio perché non esiste un percorso formativo e attitudinale specifico per chi deve sostenere l'accusa. Dire che il "Sì" aiuta i clan perché rende il Pm “più solo” significa ignorare che la vera forza dello Stato sta nella distinzione dei ruoli, non nella loro confusione.

Saviano scrive che le mafie vincono nel silenzio e nella normalità. Vero. Ma vincono anche quando la discussione sui diritti e sulle riforme si trasforma in una rissa ideologica fatta di slogan. Dire che chi vuole separare le carriere è, magari involontariamente, un complice dei boss è un'offesa all'intelligenza e alla storia. È il ritorno di quel “teorema del sospetto” che tanto male ha fatto proprio a quegli uomini, come Falcone, che Saviano dice di ammirare. La lotta alla mafia non si fa conservando privilegi di casta, ma rendendo lo Stato moderno, trasparente e giusto.

Sarebbe bello se, per una volta, si potesse discutere della giustizia senza usare l’antimafia come una clava per bloccare ogni cambiamento. Difendere l’attuale sistema non significa proteggere la legalità, ma solo conservare un potere che ha dimostrato troppe volte i suoi limiti. Un sistema che, come sappiamo, ha spesso privilegiato magistrati che, invece di combattere seriamente la mafia con i fatti, hanno preferito creare teoremi giudiziari infiniti e mediatici. Basti pensare alla parabola della cosiddetta (non) Trattativa Stato-mafia e alla ricerca infinita di “mandanti occulti” mai provati, mentre ancora oggi non conosciamo i nomi di tutti i mafiosi che hanno partecipato materialmente alla strage di Via D’Amelio. Questi teoremi hanno mangiato risorse, tempo e hanno distolto l'attenzione dalla ricerca della verità storica e giudiziaria.

Saviano dovrebbe saperlo: la vera modernizzazione non è una minaccia, ma l’unico modo per non lasciare che la lotta alle mafie resti prigioniera del passato e di una retorica che non spaventa più nessuno, tranne chi ha voglia di credere alle favole. Separare le carriere significa dare dignità al giudice e responsabilità al pubblico ministero. Tutto il resto è solo propaganda.