Martedì 10 Febbraio 2026

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L’Inps, il Csm e lo strano caso delle consulenze “a domicilio” per i magistrati

L'accordo votato a Palazzo Bachelet prevede la presenza di funzionari a disposizione delle toghe. Ma allora c'è quel personale che per i cittadini non è mai abbastanza?...

29 Gennaio 2026, 17:44

30 Gennaio 2026, 08:15

L’Inps, il Csm e lo strano caso delle consulenze  “a domicilio” per i magistrati

“Vi pare normale?”. La domanda, brutale nella sua semplicità, non arriva da un commentatore qualsiasi ma da Antonio Rinaudo, ex procuratore aggiunto di Torino. Ed è una domanda che, dopo il voto di mercoledì in Plenum, pesa come un macigno sul Consiglio superiore della magistratura e sull’Inps.

Ecco i fatti. Il Csm ha approvato, con una maggioranza risicatissima e grazie al voto decisivo del vicepresidente Fabio Pinelli, un accordo che prevede la presenza di funzionari Inps — gratuitamente — a disposizione dei magistrati italiani, per consulenze previdenziali, pensionistiche e assicurative, in sede o da remoto. Un servizio riservato, esclusivo, “a domicilio”. Non per tutti i dipendenti pubblici. Non per il personale amministrativo della giustizia. Solo per i magistrati.

Ed è qui che il ragionamento di Rinaudo colpisce nel segno. Vi pare normale che l’Inps metta a disposizione gratuitamente propri funzionari per le pratiche pensionistiche di tutti i magistrati d’Italia, mentre le altre categorie di lavoratori attendono anni per una pensione o per la liquidazione di fine carriera? È una domanda che incrocia la realtà quotidiana di tantissimi cittadini, costretti a prenotazioni online, appuntamenti rinviati, risposte automatiche che giustificano tutto con la solita formula: “mancanza di personale”.

Già, il personale. Quello che, come ricorda Rinaudo, l’Inps dichiara di non avere quando risponde ai solleciti di lavoratori, vedove, invalidi. E che improvvisamente, però, si materializza quando si tratta di assistere i magistrati, per di più all’interno di Palazzo Bachelet. Come mai per i magistrati il personale necessario c’è? È una domanda che non chiama in causa solo l’opportunità politica, ma l’eguaglianza dei cittadini davanti alle Istituzioni.

La disparità diventa ancora più evidente se si guarda all’interno dello stesso settore giustizia. Perché nell’accordo restano esclusi cancellieri e amministrativi che pure condividono lo stesso ambiente di lavoro dei magistrati? Una scelta che, secondo Rinaudo, configura una palese violazione dell’articolo 3 della Costituzione, con macroscopici profili di illegittimità.

 Non è un dettaglio giuridico, ma un problema sistemico. Il Csm non è un ente previdenziale, né un datore di lavoro e tantomeno un Caf.  Si occupa di tutelare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Che cosa c’entra, allora, con le pensioni? E perché farsi promotore di un servizio che rafforza l’idea di un trattamento separato, privilegiato, mentre il resto della Pubblica amministrazione fatica a garantire servizi essenziali?

Ora la palla passa altrove. “Attendiamo le valutazioni della Corte dei conti”, spiega sempre Rinaudo. Tradotto: qualcuno dovrà chiedersi se l’uso di risorse pubbliche, in questo modo selettivo, sia davvero compatibile con i principi di imparzialità, buon andamento ed eguaglianza. Perché la domanda iniziale – “Vi pare normale?” - per ora resta senza risposta. E questo, forse, è il problema più grande.