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Gli allontanamenti dei minori devono restare un’extrema ratio, essere eseguiti dai Servizi sociali e mai dalle forze dell’ordine se non in casi limite, e interrotti qualora il bambino si opponga. Soprattutto, il minore deve essere ascoltato, perché è un soggetto portatore di diritti. È questo il cuore del documento presentato ieri dall’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, presieduta da Marina Terragni, che ha diffuso un vademecum per fare chiarezza su un tema tornato al centro del dibattito dopo la recente vicenda della “famiglia nel bosco”, ma già esploso nel 2019 con il caso Bibbiano.
All’epoca si assistette ad una demonizzazione dei Servizi e dell’istituto dell’affido, grazie alle distorsioni mediatiche di una vicenda giudiziaria che non ha retto alla prova dei Tribunali. Le conseguenze sono state pesantissime, tant’è che il numero delle famiglie disposte ad accogliere minori in difficoltà si è ridotto, con un conseguente aumento degli affidi nelle case famiglia, a loro volta demonizzate. Da lì anche la scrittura di una norma - la Roccella-Nordio - che punta a fare un censimento degli affidi, mantenendo, però, a parere di chi scrive, quella narrazione di fondo che vuole l’affido come un problema anziché come uno strumento di tutela.
Per la Garante si tratta di un intervento positivo, perché consente di fare «una fotografia di un mondo di cui oggi si sa troppo poco». Intervento al quale la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lasciato intendere potrebbero seguire ulteriori iniziative legislative.
Alla luce delle norme vigenti, Terragni ha scelto di rispondere alle domande più ricorrenti sul tema, con il supporto di un comitato scientifico composto da avvocate esperte in materia, Marina Marconato e Alessandra Capuano Branca, e con il contributo della criminologa Elvira Reale, impegnata nella redazione di un’agenda dei diritti dei minori nei procedimenti giudiziari. «Ci siamo abituati al prelevamento forzoso come una prassi abbastanza ordinaria — ha osservato Terragni —. La regola è tenere al centro l’interesse superiore del minore, ma è anche importante riuscire a commisurare il trauma della separazione e stabilire se sia superiore al trauma della permanenza in famiglia».
Il documento nasce proprio per rimettere al centro l’interesse del bambino, che «troppo spesso — ha sottolineato Marconato — viene spostato per privilegiare l’interesse dei genitori o addirittura dello Stato». Dal punto di vista normativo, l’articolo 403 del Codice civile consente il prelevamento forzoso solo in caso di abbandono morale o materiale, di pregiudizio grave o di rischi imminenti per la salute. Tuttavia, nella pratica, l’allontanamento avviene anche in contesti di conflittualità tra genitori, in contrasto con il diritto del minore a crescere nella propria famiglia, riconosciuto dalla Costituzione e dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
I numeri mostrano una situazione complessa. Secondo i dati del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nel 2024 circa 25mila minori risultavano ospitati in strutture residenziali, mentre 16mila erano accolti in famiglie tramite affido (escludendo i minori stranieri non accompagnati). Il costo medio di un collocamento in casa famiglia è di circa 150 euro al giorno per minore, per una spesa pubblica che supera 1,3 miliardi di euro l’anno. «Risorse che potrebbero sostenere direttamente le famiglie — ha osservato la Garante — evitando separazioni non necessarie e ulteriori traumi».
Al 31 dicembre 2024 risultavano attivi 4.836 servizi residenziali per minorenni, per un totale di 28.701 posti di accoglienza, con una media di sei posti letto a struttura. Tuttavia, non è possibile distinguere con precisione quanti collocamenti siano disposti in via d’urgenza ai sensi dell’articolo 403, quanti derivino da contenziosi tra genitori e quanti da altre cause. «Manca anche una valutazione strutturata del possibile impatto traumatico e del rischio iatrogeno connesso agli allontanamenti», ha rilevato Terragni. Ma il dato andrebbe incrociato con quello relativo ai casi di violenza in famiglia, tendenza tristemente in aumento, come segnalato qualche mese fa proprio dall’ufficio del Garante che, interrogato sul punto dal Dubbio, ha confermato la possibile utilità di un’analisi più approfondita incrociando tali dati. Stando ad un recente rapporto del Garante, infatti, i casi di maltrattamenti sono aumentati del 58 per cento. E nell’87% dei casi, il maltrattamento avviene all’interno della cerchia familiare ristretta. Impossibile, dunque, valutare l’efficacia e la necessità degli interventi senza valutare anche questo dato. E una verifica effettiva degli esiti degli affidi, ha evidenziato Terragni, in effetti al momento non c’è.
Un capitolo è stato dedicato alla Pas, la sindrome di alienazione parentale, ciarpame antiscientifico che rischia di vittimizzare ulteriormente il minore. Nonostante sia acclarata la sua infondatezza, ha evidenziato Terragni, spesso vengono seguiti percorsi che si basano proprio su tali teorie, allo scopo «di ricostruire il rapporto che non funziona a scapito di quello che invece funziona».
Un rischio che rischia di riproporsi con la cosiddetta bigenitorialità, che è sana se tiene al centro l’interesse superiore del bambino. «Non si può configurare come un dovere del minore frequentare il genitore non convivente» e magari rifiutato dal bambino, ha sottolineato, «le relazioni affettive non possono essere sottoposte a coercizione». Se non si può costringere una persona a fare il genitore non si può costringere un figlio a vedere un genitore che lo fa stare male. Eppure, ha dichiarato Terragni, «ho visto perizie dove si dice che se non frequenti il genitore “rifiutato” cambia il dna».
Altro ciarpame. Esistono anche terapie della riunificazione, praticate nei tribunali, una sorta di reset dei rapporti simile, per validità scientifica, ai tentativi di “curare” gli omosessuali. Teorie che non hanno riconoscimento scientifico né sanitario e che spesso costringono bambini a incontri forzati con genitori rifiutati, causando stress e sofferenza. Una forma di tortura psicologica, secondo gli osservatori Onu.
Insomma, il vademecum del Garante rappresenta un tentativo di riportare il dibattito su basi giuridiche, scientifiche e costituzionali, in un campo spesso deformato da emergenze mediatiche e narrazioni ideologiche. Una bussola necessaria per orientare - e raccontare - decisioni che incidono profondamente sulla vita dei bambini.