A Teatro
Raccontare Mani Pulite oggi è un esercizio pericoloso. Il rischio non è solo quello di trasformare quella stagione in un tribunale morale contro i magistrati o, ancora, contro l’intera classe politica, ma anche di ripetere lo stesso schema che allora si rimprovera: cercare un colpevole unico, una narrazione semplice, una verità comoda. Nel tentativo di correggere i processi sommari del passato, si rischia di crearne di nuovi. Cambiando i bersagli, ma non il metodo.
La tragedia di Sergio Moroni resta una ferita aperta e un monito potente. È quello il punto di partenza per il dibattito che lunedì ha tenuto attaccato alla poltrona il pubblico del Teatro Argentina, per la seconda puntata di Le verità sospese. Sul palco il direttore Luca De Fusco ha «interrogato» i giornalisti Goffredo Buccini del Corriere della Sera e Alessandro Barbano, direttore de L’Altra Voce. Due posizioni diverse, a tratti divergenti, ma accomunate dalla consapevolezza che semplificare quella stagione significa tradirla. La serata parte dalla lettura della lettera di Sergio Moroni al presidente della Camera Giorgio Napolitano, interpretata dall’attrice Anna Ammirati. Un vero e proprio testamento politico, ha sottolineato Barbano, in cui Mani Pulite viene definita «un processo violento e sommario». Una formula potente, che intercetta il dolore e la rabbia di chi ha vissuto quella stagione come una distruzione di vite e carriere. «Quando la parola è flebile non rimane che l’atto», scriveva Moroni.
L’atto estremo, il suicidio, come messaggio per chi non riusciva più a distinguere tra responsabilità politiche e penali. Il punto non è spostare l’atto d’accusa dal pool di Milano ai partiti, o viceversa: è riconoscere che Mani Pulite è stata il prodotto di un intreccio di responsabilità, errori, vuoti e illusioni che coinvolgono entrambi. Il confronto tra Barbano e Buccini mostra proprio questo nodo. Barbano spinge il giudizio fino a evocare un «rovesciamento della storia», arrivando a definire l’azione di quella magistratura «al limite dell’eversione». Una lettura forte, che dà voce a chi vede in Mani Pulite una stagione distruttiva. Ma se quella critica si trasforma in una contro-mitologia – magistrati colpevoli, politica vittima – finisce, secondo Buccini, per assolvere un sistema che aveva già ampiamente fallito prima dell’arrivo delle procure.
Buccini rappresenta la posizione più scomoda e forse più utile. Da giovane cronista raccontò Mani Pulite con entusiasmo, contribuendo a costruirne la narrazione pubblica. Oggi non rinnega quel passato e rifiuta anche l’etichetta di «pentito». Ammette che allora si diceva: «Qui ci sono i ladri, di là i salvatori della patria», riconoscendo che quella semplificazione ha prodotto un clima moralistico e disumanizzante. «Non abbiamo colto il punto che ognuno era un uomo e non un numero, dietro ogni nome c’è una vita», ha detto sul palco, in una delle autocritiche più oneste emerse dal dibattito. Ma questo, per Buccini, non giustifica il capovolgimento della storia fino a trasformare i magistrati nei soli responsabili e la politica in una vittima quasi innocente.
Il tema della carcerazione preventiva è emblematico. È vero che l’uso fu spesso smodato e discutibile, e questo chiama in causa la magistratura. Ma è anche vero, ricorda Buccini, che avvenne dentro un perimetro di legittimità giuridica e in un contesto istituzionale segnato da un enorme vuoto politico. Ridurre tutto a un abuso giudiziario significherebbe ignorare che quella magistratura operava in uno spazio lasciato scoperto da una politica incapace di autoriformarsi. Ma sostituirsi alla politica, ha ammonito Barbano, significa forzare l’equilibrio costituzionale. Il sistema dei partiti della Prima Repubblica non crollò solo per le inchieste: crollò perché era già logoro, attraversato da pratiche diffuse e incapace di darsi regole credibili sul finanziamento. Mani Pulite non creò quella crisi: la accelerò, la rese visibile. Questo non assolve né l’azione giudiziaria né le responsabilità politiche.
Anche la figura di Bettino Craxi oggi viene risucchiata in narrazioni emotive che oscillano tra demonizzazione e riabilitazione acritica. Riconoscere il clima di ferocia simbolica di quegli anni non significa cancellare le responsabilità politiche; così come denunciare gli eccessi della magistratura non equivale a trasformarla nell’unico colpevole.
La verità sta in una zona più scomoda: Mani Pulite è stata insieme un’inchiesta necessaria e una stagione segnata da eccessi; un tentativo di fare pulizia e una forza che ha contribuito a destabilizzare un sistema senza che la politica fosse in grado di ricostruirne uno migliore. Ha fatto emergere corruzione reale e ha prodotto danni umani enormi. Ha incarnato un’illusione di rigenerazione morale che poi si è rivelata fallimentare. Quella stessa da cui sarebbero nati negli anni successivi movimenti politici vuoti, fondati sul culto acritico dell'onestà come unica bussola dell'agire politico, indipendentemente dai meriti, dalle competenze, da sistemi valoriali e interpretativi complessi.
Il punto, allora, non è stabilire chi avesse ragione, ma rifiutare la tentazione di riscrivere quella storia come un processo a senso unico. Perché trasformare Mani Pulite in un mito o in un mostro significa ripetere lo stesso errore di ieri: ridurre la complessità a uno slogan, la storia a una sentenza, e la memoria a una tifoseria. Il fantasma di Bettino Craxi che ha continuato ad aggirarsi in sala per tutta l'ora e mezzo dello spettacolo non ha fatto altro che suggerire alle orecchie di chi stava sul palco e in platea che la storia non risponde agli schemi narrativi del racconto. Il che non significa rinunciare a un giudizio complessivo di ciò che è stato, ma fuggire dalle maglie della comodità acritica.