La polemica
Paolo Bolognesi
Scoppia la polemica a Bologna attorno alle dichiarazioni di Paolo Bolognesi, promotore del Comitato per il No alla riforma sulla separazione delle carriere, che nei giorni scorsi ha evocato un presunto legame tra la riforma costituzionale della magistratura e il “piano di rinascita” di Licio Gelli, arrivando ad accostare il referendum alla strage del 2 agosto 1980.
Parole che hanno provocato una dura reazione sia del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna sia della Camera Penale “Franco Bricola”, che in due distinti comunicati hanno parlato di affermazioni infondate, pericolose e lesive del dibattito democratico.
Secondo quanto dichiarato da Bolognesi a Repubblica, infatti, ci sarebbe un filo nero che unisce «la riforma della magistratura e la strage di Bologna». Filo che porta il nome di Licio Gelli, del capo della P2 e del suo «piano di rinascita» che puntava a distruggere la Costituzione e assoggettare la magistratura alla politica.
Parole che non sono piaciute all’avvocatura, a partire dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna, che ha segnalato «l’assoluta infondatezza e l’inaccettabilità di tali affermazioni, che rischiano di indebolire la più alta espressione democratica attribuita dal nostro ordinamento alla consultazione popolare sulle riforme costituzionali». Il Coa ha anche condannato «ogni forma di linguaggio violento, allusivo o denigratorio, che distorca i contenuti del dibattito pubblico e ostacoli il libero e consapevole formarsi dell’opinione delle cittadine e dei cittadini». L’intero iter della proposta di riforma sottoposta a referendum, evidenzia l’Ordine presieduto da Flavio Peccenini, «si è svolto nel pieno rispetto delle procedure costituzionali e ha ricevuto l’autorizzazione alla promulgazione da parte del Presidente della Repubblica, il quale — secondo la stessa riforma — continuerà a rivestire il ruolo di Presidente dei due Consigli superiori della magistratura». Da qui l’auspicio che il dibattito sulla riforma possa finalmente concentrarsi sui contenuti autentici di una riforma che nasce da un’esigenza riconosciuta da chi contribuì alla costruzione del nuovo processo penale, tra cui Giuliano Vassalli, partigiano, Medaglia d’Argento al valor militare e figura centrale della nostra Repubblica: distinguere in modo netto i percorsi di carriera della magistratura giudicante e di quella requirente». Con un’origine tanto autorevole e con un iter pienamente conforme alle garanzie previste dalla Costituzione, aggiunge il Coa, «la riforma si presenta al giudizio di tutte e tutti le cittadine e i cittadini italiane e italiani. Invita quindi a rispettare il significato profondo dell’istituto referendario, promuovendo un confronto serio, civile e basato sui fatti, evitando derive verbali e provocazioni che alimentano tensioni e avvelenano il clima del dibattito democratico. #BastaOdio#».
Dello stesso tenore la nota della Camera penale presieduta da Nicola Mazzacuva, che ha espresso «sconcerto» per le parole di Bolognesi. «Destano in particolare preoccupazione le affermazioni dei presidenti del comitato, secondo cui la riforma della magistratura e la strage di Bologna sarebbero unite da un filo nero», aggiunge la nota. «La strage di Bologna è un evento drammatico che ha lasciato una ferita profonda in tutta la comunità, nazionale e bolognese - spiegano i penalisti -, e l’accostamento tra questo terribile attentato di matrice eversiva nera e il prossimo referendum sulla giustizia è, non solo del tutto privo di fondamento, altresì un’inaccettabile strumentalizzazione. Affermare che la riforma costituzionale della magistratura era prevista nel “piano di rinascita” di Licio Gelli è una falsità e per comprenderlo basta leggere il testo di quel piano, ove è scritto che nessuna distinzione deve esserci tra pubblico ministero e giudice, vale a dire l’esatto contrario di quel che prevede la riforma costituzionale». Il “piano” prevedeva una “dipendenza” del Csm e dei magistrati al Parlamento e, dunque, dal potere politico, cosa che la riforma non prevede, ribadendo invece «l’autonomia ed indipendenza sia del giudice che del pubblico ministero, che attraverso questa riforma continuano a non essere assoggettati ad alcun controllo politico e sono finalmente liberati anche dal controllo delle “correnti”». Ciò senza dimenticare il ruolo che continuerà a svolgere il garante della Costituzione, ovvero il Presidente della Repubblica, che, dunque, vigilerà sull’indipendenza delle toghe. «Auspichiamo che la campagna referendaria non sia più caratterizzata da strumentalizzazioni che paiono finalizzate più a diffondere un insensato senso di paura che a divulgare i veri contenuti e obiettivi della riforma costituzionale della magistratura - conclude la nota -, volta esclusivamente a inverare l’articolo 111 della Costituzione e a rafforzare la terzietà ed indipendenza del giudice».