Sabato 24 Gennaio 2026

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Sentenza “precotta”: a casa le tre giudici «ma solo per tutelarle»

Durante un processo per violenza sessuale su minore trovate sul banco dei giudici pagine che sembrano una condanna già motivata: collegio sostituito

23 Gennaio 2026, 10:56

Sentenza “precotta”: a casa le tre giudici «ma solo per tutelarle»

La sentenza prima del processo. O almeno così è sembrato, per alcuni minuti, a chi martedì mattina si trovava nell’aula della sesta sezione penale del Tribunale di Milano. Sul banco dei giudici, appoggiata sul fascicolo, una dozzina di pagine fitte di testo: non appunti sparsi, ma un documento che, secondo la difesa, conteneva già una sentenza di condanna motivata, con tanto di valutazione sull’attendibilità della persona offesa. Mancava solo la pena, lasciata in bianco.

A notarlo è stato l’avvocato Paolo Cassamagnaghi, difensore di un uomo imputato per violenza sessuale su minore, al termine di un dibattimento iniziato oltre un anno fa e giunto ormai alle battute finali. Accanto a lui, la collega Roberta Ligotti. Dopo una breve interlocuzione informale con il collegio giudicante (presidente Pietra Bossi, a latere Beatrice Crosti e Francesca Ghezzi) i due legali hanno depositato un’istanza di ricusazione: troppo evidente, a loro avviso, quel “verdetto già scritto” prima ancora che fosse ascoltato l’ultimo testimone della difesa, la psicologa chiamata a esprimersi proprio sull’attendibilità della persona offesa. L’udienza è stata dunque sospesa e le giudici hanno dichiarato di voler chiedere l’astensione.

Il caso, che ha immediatamente suscitato clamore, è finito sul tavolo del presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, chiamato a valutare quanto accaduto e le conseguenze istituzionali di una vicenda alquanto delicata. Ebbene, nel provvedimento depositato ieri, Roia ha accolto la richiesta di astensione ma ha chiarito che quelle pagine non erano una sentenza. Non almeno nel senso tecnico e giuridico del termine. Si trattava piuttosto, scrive il presidente, di una “sintesi ad uso di studio”, non sottoscritta, “attribuibile presumibilmente a uno solo dei componenti del collegio”, contenente valutazioni parziali sul materiale probatorio emerso nel corso dell’istruttoria, avviata peraltro da un diverso collegio.

Valutazioni che, tuttavia, pur non integrando un’anticipazione formale di giudizio, risultano “tali da profilarsi come potenziali condizioni di appannamento, anche involontario, della necessaria terzietà dell’organo giudicante” . È su questo crinale sottile, tra fisiologia del lavoro giudiziario e rischio di pregiudizio, che si colloca allora la decisione di accogliere l’astensione e disporre la sostituzione dell’intero collegio. Il processo, dunque, ripartirà davanti ad altri giudici.

Resta però una domanda, tutt’altro che marginale, che percorre in filigrana l’intera vicenda: chi ha materialmente redatto quel documento? E con quale finalità? Una ipotesi, anche alla luce delle parole del presidente Roia, è che si tratti di un atto di lavoro interno, riconducibile all’attività preparatoria che accompagna, sempre più spesso, i processi. Un’attività che oggi nei tribunali italiani vede un ruolo crescente dell’Ufficio del processo, struttura composta da giovani giuristi e funzionari chiamati a supportare i magistrati nello studio degli atti, nella ricostruzione delle emergenze probatorie, nella redazione di schemi e sintesi, e per la quale l’Anm ha “denunciato” il governo italiano in sede europea: motivo del contendere, la manca stabilizzazione dei suoi componenti, inizialmente assunto a tempo determinato.

In questo quadro, non appare implausibile che la “bozza” incriminata possa essere nata proprio lì: un elaborato di studio, forse redatto con eccesso di zelo, forse spintosi oltre il confine prudente del riassunto per avvicinarsi troppo alla forma, e al linguaggio, di una decisione. Un documento interno, non destinato alla pubblicità, né tantomeno a essere scambiato per una sentenza, ma che per una disattenzione è finito sotto gli occhi della difesa.

Se così fosse, la vicenda non parlerebbe di una giustizia che decide prima di ascoltare, ma di una giustizia che organizza il materiale, talvolta spingendosi troppo avanti nel tentativo di razionalizzare processi lunghi e complessi. Un problema serio, ma diverso. E che chiama in causa non tanto la mala fede, quanto i confini del lavoro preparatorio nel processo penale su cui incombe minacciosa la spada di Damocle degli obiettivi del Pnrr sui tempi di smaltimento concordati con Bruxelles e da raggiungere entro questa estate. Pena la restituzione dei fondi percepiti.

Resta il fatto che, come sottolinea lo stesso Roia, l’astensione serve anche a tutelare “l’apparenza di imparzialità” , valore essenziale quanto l’imparzialità stessa. Perché la giustizia non deve solo essere giusta, ma anche apparire tale. E basta una manciata di fogli appoggiati su un banco, nel momento sbagliato, per incrinare quella fiducia.