“Affidi pilotati, choc al processo: film su Auschwitz per impaurire i bambini”. Sono questi i titoli che ieri hanno raccontato il processo sui presunti (dettaglio non da poco) affidi illeciti a Torino, una sorta di Bibbiano bis in salsa piemontese. Titoli che riassumono il racconto fatto in aula dal colonnello dei carabinieri Vincenzo Bertè, che coordinò le indagini guidate dalla pm Giulia Rizzo. La tesi portata avanti dalla procura è sovrapponibile a quella della famosa inchiesta “Angeli e Demoni”: i due bambini di origine nigeriana, secondo l’accusa, vennero tolti ai genitori con false prove di abusi nella famiglia d’origine.
Tra i temi trattati nell’udienza di mercoledì - quando le difese hanno contestato una delega d’indagine della pm che chiedeva ai carabinieri di relazionare sugli orientamenti sessuali delle indagate, particolare sfuggito ai grandi media -, dunque, la visione di un cartone animato, fatto vedere ai bambini, secondo l’accusa, per manipolarli poco prima di un’audizione. «Il 17 luglio 2020 in vista dell’audizione dei bambini — queste le parole di Bertè riportate da Repubblica — fanno vedere ai piccoli un cartone che parlava dei campi di concentramento, c’erano dei bimbi che chiedevano di rivedere la mamma, un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori». Insomma, si sarebbe trattato di una «opera di manipolazione delle menti dei due bambini, intensificata in prossimità dell’audizione dell’autorità giudiziaria, finalizzata a screditare la mamma biologica».
Peccato, però, che la situazione sia ben diversa. A farlo notare, in aula, la difesa delle due affidatarie a processo, le avvocate Donatella Mondini, Maria Grazia Pellerino e Daniela Altare.
Il cartone, infatti, dal titolo “La stella di Andra e Tati” racconta la storia vera di Alessandra e Tatiana Bucci, due sorelle di 4 e 6 anni deportate nel campo di concentramento di Auschwitz. E che ne sono uscite vive, tanto da recarsi ogni anno nelle scuole a raccontare la propria vicenda. È infatti realizzato grazie alla collaborazione fra Miur, Rai e Larcadarte per il Giorno della Memoria e mira a sensibilizzare le giovani generazioni sulla Shoah. Ed è proprio a scuola che uno dei due bambini in affido alle donne vede per la prima volta proiettata questa storia, che si conclude in modo positivo, cioè con il ricongiungimento delle piccole coi loro genitori. Insomma, un esito - stando all’interpretazione che viene data a quell’evento dall’accusa - tecnicamente non desiderato dalle affidatarie.
Nella sua audizione, Bertè fa riferimento ad una sola intercettazione relativa a quella giornata. Ma sono tre quelle che raccontano l’intera vicenda. La prima, infatti, registra la situazione al mattino, quando, durante la colazione, la bambina chiede chiarimenti su cosa siano i campi di concentramento e su cosa sia successo agli ebrei. Domanda che lascia di stucco l’affidataria, che dunque chiede il perché di tale curiosità. Il motivo lo spiega la bambina stessa: a scuola aveva visto la storia di Alessandra e Tatiana, storia che ora vuole comprendere meglio. La bambina parla del cartone ed è così che l’affidataria lo cerca e lo trova, facendoglielo rivedere. Cartone che, però, non ha le sfumature descritte dai giornali: le bambine vengono prese in simpatia da una kapò, che suggerisce loro di non dire di voler rivedere la mamma quando verrà loro richiesto dall’uomo in camice bianco. E così fanno, cosa che le salva dagli esperimenti di Mengele e dalla terribile morte riservata agli altri bambini. Grazie a questo stratagemma, dunque, Alessandra e Tatiana, alla fine, potranno ricongiungersi con mamma e a papà. Una vicenda che Bertè, evidentemente, non aveva approfondito, non sapendo, dunque, che il finale non prevedeva la distruzione del nucleo familiare originario.
Le difese lo hanno fatto presente subito, contestando l’interpretazione che il colonnello ha dato della vicenda. «Le sue sono impressioni personali - ha sottolineato l’avvocata Pellerino in aula - omette una serie di particolari. Il cartone viene mostrato nelle scuole per commemorare il giorno della Memoria e non ha alcuna valenza manipolatoria. Inoltre sappiamo che anche la scuola denunciò comportamenti sessualizzati del bambino. Atteniamoci ai fatti». Obiezioni accolte dal Tribunale, che ha lasciato comunque terminare l’esposizione di Bertè sulle indagini svolte e sulle intercettazioni, da depurare, però, da eventuali valutazioni.
«Abbiamo letto sui giornali una storia assolutamente distante dalla realtà, diversa e parziale - commenta al Dubbio l’avvocato Mondini -. Nessuno ha spaventato o manipolato i bambini parlando di forni crematori ed è stata la stessa bambina ad aprire l’argomento e a chiedere di poter rivedere quel cartone. L’episodio - aggiunge - è stato distorto. La manipolazione è, semmai, mediatica». Insomma, Bibbiano non ha insegnato nulla a nessuno.