Domenica 25 Gennaio 2026

×

Dibattito

«Spiegare a tutti il senso della riforma», la sfida dei “Cittadini per il Sì”

Il Comitato presieduto da Francesca Scopelliti e coordinato da Zanettin e Costa rivendica l'exploit sui social: «I testimonial? Le vittime di malagiustizia»

22 Gennaio 2026, 08:51

«Spiegare a tutti il senso della riforma», la sfida dei “Cittadini per il Sì”

Zanettin e Costa

«In effetti stiamo facendo grandi numeri. È tutto molto inatteso e improvviso, e non possiamo che essere contenti». Al Comitato “Cittadini per il Sì” commentano i risultati ottenuti in termini di visualizzazioni dei post a favore della riforma con un misto tra soddisfazione e piacevole sorpresa. L’attività social del comitato, presieduto da Francesca Scopelliti, ex compagna di Enzo Tortora, ha riscosso in questi primi giorni di campagna referendaria un successo che in pochi si aspettavano. Il comitato, coordinato dai parlamentari azzurri Enrico Costa e Pierantonio Zanettin, è composto da cittadini e da vittime di malagiustizia. Nel dibattito referendario è certamente una delle novità più interessanti. Gran parte degli altri comitati è composta quasi esclusivamente da giuristi – magistrati, avvocati, professori – e per questo il messaggio può restare prigioniero della sua stessa competenza.

La riforma della giustizia è, per sua natura, altamente tecnica: tempi dei processi, separazione delle carriere, assetti del Csm, riti e procedure. Temi cruciali, ma difficili da tradurre in un linguaggio capace di parlare all’opinione pubblica nel suo insieme. Il risultato può essere paradossale: un grande sforzo che, però, intercetta soprattutto chi è già “dentro” il sistema. Addetti ai lavori che parlano ad altri addetti ai lavori, mentre la maggioranza dei cittadini resta ai margini, disinteressata o disorientata. «È perciò importante cambiare prospettiva: accanto, o persino prima, delle categorie giuridiche, servono le storie», fanno sapere dal comitato “Cittadini per il Sì”, sottolineando l’importanza di «raccontare casi concreti di malagiustizia, processi durati anni, vite sospese in attesa di una sentenza, assoluzioni arrivate quando il danno era ormai irreparabile. Vicende umane prima ancora che giuridiche, capaci di rendere immediatamente percepibile ciò che altrimenti resta astratto».

Le storie raccontate dai cittadini hanno una forza che nessun dato statistico può eguagliare. C’è chi ha atteso dieci, quindici, vent’anni per una sentenza definitiva, vivendo nel frattempo in una condizione di limbo: impossibilitato a programmare il futuro, segnato sul lavoro, logorato nei rapporti familiari. C’è chi è stato assolto dopo anni di processo, quando però la reputazione era ormai compromessa e il danno economico irreversibile. C’è chi, pur avendo ragione, ha rinunciato a farla valere, scoraggiato da tempi e costi incompatibili con una vita normale. Fra le vittime di malagiustizia, Diego Olivieri , l'imprenditore vicentino accusato di essere legato ai narcos; Angelo Massaro , che ha trascorso 21 anni in carcere da innocente per un omicidio mai commesso; Antonio Lattanzi , ex assessore di un comune in provincia di Teramo arrestato per ben quattro volte consecutive prima di essere assolto. Dare spazio a queste storie significa restituire centralità ai cittadini e rendere comprensibile ciò che altrimenti resta distante.

Significa mostrare che la riforma della giustizia non è una battaglia ideologica né una disputa tra corporazioni, ma una necessità quotidiana che incide sulla qualità della democrazia e sulla fiducia nello Stato. «Raccontare la malagiustizia dal punto di vista di chi l’ha subita non serve a delegittimare le istituzioni, ma a rafforzarle. Perché ogni riforma autentica nasce dall’ascolto. E senza la voce dei cittadini, la giustizia rischia di restare un sistema che parla di sé, ma non più alle persone», puntualizzano dal comitato. E in questo senso, l’uso dei social network rappresenta uno strumento imprescindibile. Piattaforme come Instagram consentono di raggiungere un pubblico vastissimo, soprattutto quelle fasce di cittadini che non frequentano convegni, leggono poco i giornali, e spesso percepiscono la giustizia come un mondo distante, opaco, quasi ostile.