Mercoledì 04 Febbraio 2026

×

«Nordio spia le toghe, si dimetta». E lui: «Spazzatura, non finisce qui»

Il giorno della relazione sulla giustizia avvelenato dalle anticipazioni di Report, che parla di «pc dei magistrati spiati da remoto». Il ministro smonta tutto. «Avete solo paura del referendum»

21 Gennaio 2026, 18:21

22 Gennaio 2026, 19:27

«Nordio spia le toghe, si dimetta». E lui: «Spazzatura, non finisce qui»

Che non sarebbe stata una relazione sulla giustizia di quelle che filano via lisce, era ampiamente previsto. Forse però neppure un ministro attento agli insegnamenti della Storia come Carlo Nordio poteva aspettarsi un’entrata a gamba tesa come quella che l’immancabile Sigfrido Ranucci gli riserva per il gran giorno.

Mentre il guardasigilli dibatte con i deputati sul proprio resoconto, Report, il programma di Ranucci appunto, diffonde un comunicato. Vi si sostiene che, nella prossima puntata, l’approfondimento di Rai3 svelerà (in realtà lo ha già svelato oggi) come sui computer di tutti e 9.600 i magistrati italiani sia installato una sorta di virus spia, o meglio un applicativo che consente il controllo da remoto della postazione. Sempre nella nota vi si aggiunge che in realtà, a implentare i pc delle toghe, è stata la direzione di via Arenula preposta all’innovazione tecnologica, non durante il mandato di Nordio ma nell’ormai altrettanto remoto 2019, quando c’era un guardasigilli agli antipodi dell’attuale, Alfonso Bonafede. Si aggiunge pure che l’allora ministro della Giustizia pentastellato non fu informato della novità telematica. Un modo per scagionarlo ma anche per assimilarlo pericolosamente a Claudio Scajola, destinatario di una casa in regalo «a sua insaputa», ma vabbè.
In ogni caso l’anticipazione della Rai basta, alla responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani, per chiedere a Nordio di «dimettersi». Lui, il guardasigilli, spiegherà poche ore dopo, nell’incipit del bis eseguito in Senato (la relazione sullo stato della giustizia va presentata a entrambe le Camere), che non capisce «da quale pattumiera delle fake news» Serracchiani abbia tratto la notizia sulla base della quale gli ha “intimato” di sloggiare (la deputata dem cita in particolare le rassicurazioni che nel 2024 il ministero avrebbe reso, sulla app, a una Procura della Repubblica, ispirate, secondo il «testimone chiave» al quale accenna Report, dalla presidenza del Consiglio).

Ma sempre via Arenula diffonde anche un comunicato, nell’intervallo fra i due interventi del guardasigilli. È il ministro in persona a ribattere che «le funzioni di controllo remoto non sono attive né sono state mai attivate», e «il loro eventuale uso necessiterebbe di una richiesta dell’utente e di una sua conferma esplicita: non potrebbe dunque avvenire a sua insaputa». Poi Nordio, nell’emiciclo di Palazzo Madama, aggiunge che ci saranno conseguenze «per l’onorevole Serracchiani» e diffida dal proporre imitazioni. «Attribuire al ministro della Giustizia un comportamento che configurerebbe reato è di una gravità inaudita». L’Aula rumoreggia. Il guardasigilli insiste: «Non finirà qui».

Insomma, com’era prevedibile, si tratta di una giornata particolare. Nordio sciorina dati, soprattutto alla Camera, che, per esempio, danno il “disposition time” delle cause civili in calo del 27 per cento. Ricorda il bando per l'assunzione di «oltre 2mila magistrati» e il prossimo stanziamento dei fondi necessari alla stabilizzazione dell’Ufficio per il processo. Su quest’ultima presunta emergenza, come riferito ieri sul Dubbio, l’Anm ha inopinatamente chiesto alla Commissione Ue di essere audita. L’impressione è che voglia più o meno apertamente denunciare il cattivo uso che il governo italiano avrebbe fatto dei fondi Pnrr. Più che in un rapporto sull’amministrazione giudiziaria, Nordio si immerge insomma in un contenzioso tutto catalizzato dall’ovvio convitato di pietra: il referendum sulla separazione delle carriere. Unico argomento che, allo stato, sembri contare davvero, nella giustizia.

I contenuti sono ovviamente vari. A Montecitorio, il guardasigilli parla per 45 minuti. Sulla giustizia minorile, destinataria di alcune delle norme in arrivo con il “pacchetto sicurezza”, invoca la «certezza della pena». Sulle carceri non si discosta dal tradizionale, ostinato negazionismo (della realtà) che impedisce all’Esecutivo di vedere quanto sia inconsistente il piano «straordinario» per «l’edilizia penitenziaria» rispetto alla tragedia delle carceri sovraffollate. Può sì, il ministro, riferire di «un calo del 10 per cento» dei suicidi fra i detenuti. Ma già lui ammette che comunque «i numeri impongono una riflessione e un’azione di contrasto». Dopodiché persino la mozione presentata dai deputati di centrodestra lo esorterà a puntare sulle «misure alternative». Ed è inevitabile cogliervi un’incredibile faccia tosta, visto che gli stessi deputati di maggioranza non hanno mosso un dito neppure davanti a un’idea intelligente qual era il ddl Giachetti sulla liberazione anticipata: l’hanno affossato senza prevedere alternative, appunto.

Ma l’ipocrisia è trasversale come l’assenza di rigore logico. La mozione congiunta di Pd, M5S e Avs reclama, dalla campagna referendaria del governo, maggiore tutela per la magistratura: ci si riferisce, evidentemente, anche alla spietata narrazione che Nordio fa, nel suo libro su “Una nuova giustizia”, delle lottizzazioni consociative fra le correnti, sule nomine come sul disciplinare. Poi il centrosinistra, sempre nella propria mozione, invoca una riforma della giustizia che, si dice, diversamente da quella di Nordio, rispetti rigorosamente l’autonomia e indipendenza delle toghe scolpita nell’articolo 104 della Costituzione. E qui l’eccentricità è nel fingere di dimenticare che, nella Costituzione, c’è pure un altro articolo il 138, nel quale si detta il procedimento da seguire per cambiarla, la Carta. Sarà Nordio a ricordarlo, in Senato, e a sfidare le opposizioni: «Ditemi in che modo avremmo violato il 138: c’è una doppia (approvazione, ndr) conforme delle due Camere, cos’altro dobbiamo fare per dimostrare che non siamo eversivi? Il punto forse è il referendum, di cui avete paura». L’Aula torna ad agitarsi.

Nordio ripete in entrambi gli emicicli che la separazione delle carriere «non è punitiva né vendicativa nei confronti dei magistrati». Al Senato, in particolare, ribadisce che «i padri costituenti, a cominciare dal ministro Togliatti sulla cui scrivania sono seduto, non pensarono di dover separare le carriere perché avevano a che fare con il modello inquisitorio. Poi è arrivato Vassalli, che ha cambiato il codice e che avrebbe voluto adeguarvi l’ordinamento dei magistrati, ma all’epoca la politica non ne ebbe la forza. Parliamo»:, scandisce ancora una volta il guardasigilli, «di una medaglia d’argento della Resistenza, di un socialista. Cos’altro devo dirvi per assicurarvi che noi, se ora realizziamo quella riforma impossibile a Vassalli, non siamo golpisti né eversivi?». Niente, è inutile che si sprechi. Report troverebbe una fonte anonima pronta a dire che dietro quel raffinato liberale si nasconde il grande fratello.