Giovedì 29 Gennaio 2026

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Il caso

Affidi, la pm indagò sulla sessualità delle due mamme

Le difese del cosiddetto processo "Bibbiano bis" contro la delega dell’accusa ai carabinieri: «Si prega di relazionare sugli orientamenti sessuali delle persone coinvolte»

21 Gennaio 2026, 17:36

22 Gennaio 2026, 11:30

Affidi, la pm indagò sulla sessualità delle due mamme

«Pregasi relazionare sugli orientamenti sessuali delle persone a vario titolo coinvolte nella vicenda». Poche parole, messe nero su bianco in una delega d’indagine della pm Giulia Rizzo, hanno scatenato una tempesta giudiziaria ed etica nel processo torinese sulla cosiddetta “Bibbiano bis”, che vede imputate tre donne, tra le quali la psicoterapeuta Nadia Bolognini, già assolta a Reggio Emilia con formula piena nel processo “Angeli e Demoni”. La vicenda riguarda l’affido di due fratellini nigeriani: dopo la separazione dal marito, la madre dei bimbi si rivolse ai servizi sociali di Torino a causa di gravi difficoltà economiche. Questo portò al primo affidamento (concordato) dei due bambini ad una coppia di donne. Secondo gli inquirenti, tuttavia, gli abusi che hanno portato alla decisione di prolungare l’affido sarebbero stati inventati e manipolati proprio dalle due mamme affidatarie e da Bolognini, che, secondo l’accusa, avrebbe collegato la precoce sessualizzazione dei bambini a un presunto abuso da parte del padre.

La delega firmata dalla pm Rizzo ha prodotto una relazione sui rapporti sentimentali delle indagate, con tanto di indicazione circa coniugi o conviventi, da parte dei Carabinieri. Rizzo, nello specifico, chiedeva alla polizia giudiziaria di «relazionare sullo stile di vita delle affidatarie con riferimento particolare ai rapporti di amicizia esterni, alle loro frequentazioni ed in particolare alle persone che sono solite frequentare i due minori». Frasi per le quali ieri, in aula, gli avvocati Maria Grazia Pellerino, Donatella Mondini (difensori delle madri affidatarie) e Luca Bauccio (difensore di Bolognini) hanno chiesto conto.

«O mi spiegate che rilievo ha questo dato oppure io non ne voglio sapere», ha affermato ad un certo punto la presidente del collegio Immacolata Iadeluca. «In 41 anni di esercizio della professione non mi era mai capitata una cosa del genere», ha sottolineato Pellerino. A intervenire, subito dopo, Bauccio, che ha definito «disturbante» un’indagine sull’orientamento sessuale. Frase non gradita dalla pm. «È inutile che si dispera - ha replicato -, l’ha chiesto lei, se adesso rinnega un suo atto d’indagine anche culturalmente ed eticamente noi siamo felici, ma non può ripudiarlo fino a voler rimuoverne l’esistenza». Come difensore, ha poi aggiunto, «la valutazione che ho dato leggendo quel documento è che gli accertamenti svolti sull’orientamento sessuale di Bolognini, avendo dato esito negativo, hanno frantumato la possibilità di costruire una “relazione” (con le altre indagate, ndr) su base sessuale». Proprio per questo motivo «la difesa ha interesse a capire, perché questo tema e questo metodo non toccano soltanto un modo di fare le indagini, ma toccano anche un modo di concepire l’accusa verso gli imputati. Abbiamo un interesse ad approfondirlo: se la dottoressa Bolognini fosse risultata omosessuale, che cosa avremmo dovuto discutere? Del collegamento fra le imputate in quanto omosessuali?». Un tema che era emerso anche nel processo Bibbiano, dove la pm aveva parlato di una questione politica legata al tema degli affidi lgbt.

È stato l’ufficiale Roberto Cappelletti, durante la sua deposizione, a parlare apertamente di «indirizzo sessuale». Secondo il teste, il dato sarebbe stato rilevante poiché la famiglia d’origine avrebbe dovuto acconsentire all’affidamento qualora le assegnatarie fossero state omosessuali, dato che in Nigeria tale orientamento è fuorilegge. «Ma lì vige la Sharia!», ha ricordato Bauccio. «Seguendo questa logica dovremmo comunicare tutto, dalle simpatie sportive alle preferenze elettorali, pur di assecondare un possibile diniego del consenso?». Pellerino, dal canto suo, si è detta contraria all’acquisizione della annotazione: «Quanto al fatto che la contestazione attuale di falso per induzione sia in qualche modo collegata al fatto che la madre scopra, ammesso che lo scopra - ma comunque questa è la ricostruzione -, che le nostre due assistite sono una coppia omosessuale non ha alcun rilievo. A meno che noi non vogliamo immaginare che l’omosessualità sia una condizione. La contestazione di falso, che era collegata originariamente a queste condotte, è stata censurata in Cassazione, dove è stata annullata la misura cautelare proprio su questi riferimenti. Col rinvio, il Tribunale del Riesame ha escluso proprio la sussistenza del reato per queste condotte così contestate quanto al falso. Evidentemente il rilievo dei “comportamenti omosessuali” non c’è, viva Dio. Siamo in un Paese che ha una cultura costituzionale che credo debba essere qui rispettata da tutti, da noi avvocati e dai magistrati». Parole alle quali ha fatto eco Bauccio, secondo cui «nel concetto di trasparenza non si possono mai far rientrare i propri orientamenti sessuali. Si oppone a questa pretesa un’obiezione prima di tutto etica, in secondo ordine costituzionale. Pensare che per definire trasparente il comportamento di una affidataria la stessa debba confessare il proprio orientamento sessuale perché in Nigeria l’omosessualità sarebbe punita è veramente paradossale - ha concluso -, perché deraglia il processo penale in un luogo che è un non luogo anticostituzionale, aberrante, irrazionale e anche incivile».

Il colonnello Vincenzo Bertè, a domanda dell’avvocato Bauccio, ha comunque affermato di non avere studi in materia di psicoanalisi e di comprendere solo l’italiano, di non aver fatto ricerche e di non comprendere i concetti contenuti nelle relazioni. «Sono false le relazioni di Bolognini?», ha chiesto il legale. «Non l’ho mai detto», ha risposto Bertè. Mentre l’unica osservazione investigativa di Cappelletti riguardava il fatto che la neuropsichiatria infantile avrebbe dovuto fare accertamenti autonomi senza limitarsi alle relazioni di Bolognini. Ma non solo: l’ufficiale ha affermato di non ricordare di aver letto le relazioni della psicoterapeuta né il loro contenuto ma che il centro Cappuccetto Rosso, che si era occupato del caso per primo parlando di comportamenti sessualizzati del bambino, sarebbe stato influenzato dalle relazioni di Bolognini. Un’affermazione che, però, non è coerente col dato temporale, dal momento che la prima relazione della psicoterapeuta risale soltanto al termine della presa in carico da parte di Cappuccetto Rosso. Bolognini avrebbe dunque dovuto influenzare il centro retroattivamente, cosa oggettivamente impossibile. «Oggi - ha commentato Bauccio - abbiamo assistito a una clamorosa smentita sulla legittimità delle premesse di queste indagini, fondate sulla ricerca di prove di un collegamento tra le imputate giustificate dal motivo sessuale».