Giovedì 05 Febbraio 2026

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Il libro

Bibbiano, il processo alla psicoterapia

Nel libro di Luca Bauccio, difensore di Nadia Bolognini, il caso “Angeli e Demoni” diventa una riflessione radicale su giustizia, trauma e panico morale

08 Agosto 2025, 12:00

20 Gennaio 2026, 17:00

Bibbiano, il processo alla psicoterapia

La giustizia non è una dea bendata. Contro l’inganno di Bibbiano non è un libro sul processo di Bibbiano: è un libro dentro il processo, e al tempo stesso contro il processo così come è stato pensato, narrato e agito. È un’opera che rifiuta la cronaca e la semplificazione, che non cerca assoluzioni facili né indulgenze emotive, ma sceglie la via più difficile: quella della complessità, del conflitto, della verità scomoda.

Luca Bauccio, difensore della psicoterapeuta Nadia Bolognini nel procedimento come “Angeli e Demoni”

La giustizia non è una dea bendata. Contro l’inganno di Bibbiano non è un libro sul processo di Bibbiano: è un libro dentro il processo, e al tempo stesso contro il processo così come è stato pensato, narrato e agito. È un’opera che rifiuta la cronaca e la semplificazione, che non cerca assoluzioni facili né indulgenze emotive, ma sceglie la via più difficile: quella della complessità, del conflitto, della verità scomoda.

Luca Bauccio, difensore di Nadia Bolognini nel procedimento ordinario noto come “Angeli e Demoni” sui presunti affidi illeciti in Val d'Enza, scrive un testo che è insieme arringa, saggio filosofico, riflessione giuridica e atto civile. Ma soprattutto scrive un libro che mette in crisi le certezze del lettore, lo costringe a riconsiderare categorie che credeva stabili: giustizia, cura, infanzia, famiglia, trauma, responsabilità.

La scrittura è potente, stratificata, deliberatamente esigente. Non concede nulla al linguaggio anestetizzato del dibattito pubblico. Ogni pagina è attraversata da una tensione morale e intellettuale che riflette la posta in gioco: non l’innocenza o la colpevolezza di una singola imputata, ma il modo in cui una società decide chi proteggere e chi sacrificare quando il panico morale prende il posto del pensiero.

Il cuore del libro è una critica radicale all’impianto epistemologico dell’accusa. Bauccio mostra con lucidità come il caso Bibbiano si sia fondato su un cortocircuito devastante: l’aver giudicato la psicoterapia con le categorie del diritto penale, l’aver preteso che la cura obbedisse alle regole della prova, l’aver trasformato l’alleanza terapeutica in sospetto, l’ascolto in manipolazione, l’empatia in indizio di colpa.

Il libro è, per questo, una difesa alta e rigorosa della psicoanalisi e della psicoterapia dell’età evolutiva come saperi autonomi, fondati su leggi proprie e incompatibili con la logica inquisitoria. I riferimenti a Freud, Winnicott, Bowlby, Van der Kolk e Popper non sono ornamenti eruditi, ma architravi concettuali che smascherano l’approccio antiscientifico di chi nega la sofferenza psichica in assenza di un reato accertato.

Particolarmente incisiva è la decostruzione del mito della famiglia biologica come luogo sacro e intoccabile. Bauccio affronta questo nodo senza indulgenze ideologiche: la famiglia non è per definizione protezione, né può essere elevata a dogma morale. È uno spazio umano e, come tale, può essere anche luogo di trauma e di fallimento. Difendere il diritto del minore alla cura significa, talvolta, osare la dissacrazione di ciò che la retorica sociale vorrebbe rendere inviolabile.

Nel libro, il caso Bibbiano emerge così come una tragedia collettiva: bambini trasformati in simboli, operatori sociali e psicoterapeuti convertiti in demoni pubblici, il processo penale piegato a una funzione salvifica che non gli appartiene. L’accusa non persegue fatti, ma figure; non eventi, ma identità; non reati, ma colpe morali.

Non meno severa è la riflessione sul ruolo dei media e della politica, sulla costruzione di una narrazione tossica che ha preceduto e condizionato l’azione giudiziaria. La giustizia non è una dea bendata racconta una giustizia che ha smesso di dubitare, che ha rinunciato al metodo per rifugiarsi nel mito, che ha confuso la ricerca della verità con la necessità di una storia esemplare. E la preghiera di un avvocato affinché la benda cada e la giustizia cominci a vedere davvero.

Questo è un libro scomodo, destinato a dividere, ma proprio per questo indispensabile. Non chiede consenso, ma costringe il lettore – giurista, psicologo, operatore sociale o semplice cittadino – a una domanda radicale: che cosa accade a una democrazia quando la cura diventa sospetta e l’ascolto un atto criminoso?

In definitiva, l’opera di Luca Bauccio supera il caso Bibbiano per interrogare il nostro tempo. Un libro che pretende, con rigore e passione, che la giustizia torni a distinguere tra colpa e cura, tra ideologia e scienza, tra il bisogno di capri espiatori e la responsabilità autentica di comprendere l’umano.