È una fredda serata di gennaio. Gelida. Insolita, per la splendida e bianchissima Trani. È il primo incontro del ciclo organizzato dall’Unione giuristi cattolici sulla separazione delle carriere. Non si tiene nemmeno nei paraggi della meravigliosa cattedrale. Percorri una lunga strada che presto perde la suggestione dei marmi del centro storico, si urbanizza fino a sembrare periferia, sebbene Trani sia abbastanza piccola da non avere neppure i taxi. Raggiungi finalmente la parrocchia degli Angeli custodi, sede dell’evento che vede dalla stessa parte la sezione tranese dell’“Ugci” e i magistrati pugliesi.
È qui che cominci a sentire in sottofondo il soundtrack di Don Camillo. Ti torna. Anche se passi davanti a quello che dovrebbe essere l’oratorio e, ovviamente, al posto dei ragazzini con i calzini corti e le scarpe rimediate alla meglio c’è un perfetto campo in erba sintetica e allenatissimi diciottenni con le pettorine per distinguere le squadre. Al centro parrocchiale si arriva dopo le reti e le righe bianche del calcetto. Ci si inabissa nelle scale. Finalmente la sala. Grandissima. Potrebbero starci anche due o trecento persone, a volerci aggiungere le sedie. Don Davide, il parroco, ci accoglie con un sorriso.
Sparpagliati fra le pareti che fanno pensare all’aula magna di una scuola si contano al massimo trenta convenuti. Inclusi Giuseppe Mastropasqua, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Lecce, e Giovanni Lucio Vaira, pm della Procura di Trani, che stanno per spiegare, dal loro punto di vista, cosa c’è in ballo col referendum. Ecco, al di là di quanto diranno i due magistrati, al di là delle spiegazioni che ci offre Giuseppina Paracampo, la presidente dei giuristi cattolici di Trani, davvero colpisce questo porta a porta anni Cinquanta. Questo clima da vecchia Dc che cerca i voti ovunque, anche nelle parrocchie. Un’Associazione magistrati pronta a tutto. A mobilitarsi ovunque. A infilarsi in contesti imprevedibili. A farsi partito popolare, quasi sturziano. Ma non solo e non sempre.
Raccontiamo il nostro viaggio a Trani di lunedì 12 gennaio in differita di tre giorni: nel frattempo, scopriamo una locandina. Viene dall’altro capo del Paese. Da Genova. È del circolo dem Castelletto-Manin. Bella, rossa. Vecchio stile. Quasi ti scalda il cuore, sapere che ancora esistono le sezioni di partito. Ma la locandina, a guardarla bene, regala una sorpresa. Non ci sono solo la capogruppo del Pd in Consiglio comunale Martina Caputo e il vicesindaco Alessandro Terrile. All’evento intitolato “La riforma Nordio. Perché è giusto dire NO” lo scorso 10 gennaio sono intervenuti anche la giudice del Tribunale di Genova Paola Faggioni e il pm Giuseppe Longo.
Incredibile. Altro che vecchia Dc. È un’Anm da compromesso storico. Morotea e berlingueriana. Chiese e sezioni “rosse”. Dc e Pci. Don Camillo e Peppone. Finalmente, ecco, Guareschi ci riappare. E ci ruba un sorriso. Ora, è difficile capire cosa resterà, per la magistratura, di questo 2026, per parafrasare la canzone di Raf. Chissà se, dopo il referendum del 22 e 23 marzo, vinca il Sì o vinca il No alla riforma di Carlo Nordio, l’Anm sarà più la stessa. Se dopo essersi temporaneamente trasformata in partito con una ramificazione capillare e appunto trasversalissima, la magistratura tornerà se stessa, e dirà “abbiamo giocato, ora ci rimettiamo a fare il nostro mestiere”. Chissà.
Se vince il No ci ritroveremo di fronte a un mostro, a un ordine giudiziario che, anche grazie ai manifesti ingannevoli, avrà espugnato il ring della politica, e sarà ancora più forte e anomalo, in una condizione di oggettiva, per quanto involontaria, eversione, più egemone di quanto non lo sia stato dai tempi di Mani pulite. Se vincerà il , aver snaturato un’associazione “sindacale” che rappresenta i più alti funzionari della Repubblica in una battaglia contro una legge approvata dall’organo che nello Stato rappresenta la sovranità popolare, il Parlamento, lascerà strascichi e lacerazioni dolorose, nella magistratura. Ne usciranno delegittimati i capi della sconfitta, e sconvolti i giudici civili e penali, così come tanti pm, della maggioranza togata silenziosa. Pero vedremo.
A Trani abbiamo ascoltato Mastropasqua e Vaira. Il primo ha citato le diverse encicliche in cui Giovanni XXIII e papa Wojtyla hanno esaltato i «corpi intermedi» e la separazione dei poteri, «e tra i corpi intermedi c’è anche l’Associazione nazionale magistrati», ha rivendicato il presidente della Sorveglianza di Lecce. Il secondo, Vaira, è stato più diretto , ha detto che «l’obiettivo della riforma è indebolire l’indipendenza del pubblico ministero». A fine incontro ci siamo a lungo intrattenuti con Mastropasqua e con la dottoressa Paracampo. È chiaro che si tratta di persone in perfetta buonafede, di togati o laici (la presidente dell’Ugci Trani è una funzionaria della Procura) sollecitati anche da un senso del dovere civico, certo alimentato dall’appartenenza, diretta o indiretta, alla magistratura ma non consustanziali al correntismo.
Né Mastropasqua né Vaira risultano nel giro dei gruppi organizzati dell’Anm. Sono preoccupati dalle bacchettate che ha inflitto loro Michele Perfetti, direttore di “Silere non possum”, il brillantissimo giornale cattolico on line scopritore del ciclo d’incontri pugliesi (i prossimi coinvolgeranno anche le diocesi di Andria e di Molfetta). È stato il portale d’informazione che si autodefinisce “dedicato all’attività del Santo Padre, della Santa Sede e della Chiesa Cattolica”, a contestare, in un editoriale, la violazione del codice di diritto canonico, a fronte di quanto riportato nella locandina degli incontri, alcuni dei quali si sarebbero tenuti “in chiesa”. Davanti all’altare, per le regole ecclesiastiche, non si può fare politica, ha ricordato “Silere non possum”. Poi in una lettera, il parroco di Santa Maria della Stella a Terlizzi ha chiarito che la parola “chiesa” era una semplificazione, che in realtà si è sempre pensato di poter celebrare le conferenze anti-riforma solo nelle sale parrocchiali.
È un po’ come la semplificazione dei manifesti Anm che danno il giudice alle future dipendenze della politica: una inesattezza. Evidentemente in buona fede, è il caso di dirlo, per i sacerdoti, maliziosissima, invece, per gli spot dell’Associazione magistrati. Ma Don Camillo e Peppone, la fervida catechizzazione di Ucpi e Azione cattolica e il pragmatismo delle toghe che vanno a fare campagna per il No nel circolo Pd di Genova, sono facce di una medaglia unica. In cui sono virtualmente scolpite due effigi. Una ricorda Fernandel, l’altra Gino Cervi.