Giovedì 15 Gennaio 2026

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Caso Magherini, la Cedu condanna l’Italia: “Morte evitabile”

La Corte di Strasburgo non mettono in discussione le decisioni dei giudici italiani, che nel 2018 avevano assolto definitivamente i quattro carabinieri coinvolti. Ma certificano che lo Stato non ha fatto abbastanza per proteggere la vita del 40enne immobilizzato dagli agenti

15 Gennaio 2026, 15:55

15:56

Riccardo Magherini

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per la morte di Riccardo Magherini, l’uomo di 40 anni deceduto a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 dopo essere stato immobilizzato dai carabinieri in posizione prona per circa venti minuti. La sentenza individua due violazioni dell'articolo 2 della Convenzione europea: una relativa all'uso della forza da parte degli agenti (diritto alla vita), l'altra alle carenze nell'indagine e nell’addestramento delle forze dell'ordine. I giudici di Strasburgo non mettono in discussione le decisioni dei tribunali italiani, che nel 2018 avevano assolto definitivamente i quattro carabinieri coinvolti. Ma certificano che lo Stato italiano non ha fatto abbastanza per proteggere la vita di Magherini, né prima né dopo quella tragica notte fiorentina.

Una notte di marzo a Firenze

Tutto inizia poco dopo l'una di notte. Diverse chiamate arrivano ai servizi di emergenza: un uomo corre per strada gridando disperatamente aiuto, sembra completamente fuori di sé. I primi carabinieri lo trovano inginocchiato sul marciapiede con le braccia tese. Riccardo Magherini è in uno stato di grave agitazione psicofisica, probabilmente a causa di un'intossicazione acuta da cocaina. I carabinieri provano ad avvicinarlo cercando il dialogo, ma lui continua a urlare, sembra delirante. Quando tentano di ammanettarlo, oppone resistenza e colpisce alla testa uno degli agenti.

A quel punto, intorno all'1:23, i quattro carabinieri lo portano a terra in posizione prona e riescono ad ammanettarlo. Magherini continua a dibattersi, poi gradualmente le sue forze sembrano venir meno. Alle 1:29 smette di parlare. Ma resta a terra, immobilizzato in quella posizione, fino all'arrivo del medico alle 1:44. Quando il dottore arriva, capisce subito che Magherini è in arresto cardiaco. Tenta la rianimazione, ma è troppo tardi. Alle 3 del mattino viene dichiarato morto in ospedale.

I medici legali nominati dalla procura arrivano a una conclusione che diventerà centrale: la morte di Magherini è stata causata da una combinazione di tre fattori. L'intossicazione acuta da cocaina, che aveva scatenato quello che nella letteratura medica viene definito “excited delirium syndrome”. Lo stress causato dall'immobilizzazione forzata. E la posizione prona prolungata, che ha ridotto la capacità respiratoria causando “asfissia posizionale”. I periti sottolineano che nella letteratura scientifica internazionale già da anni si conoscevano i rischi di questa tecnica di contenimento, specialmente su persone in stato di agitazione per droga o alcol.

Il processo

La procura di Firenze apre un'indagine e inizialmente contesta ai quattro carabinieri l'omicidio preterintenzionale. Poi l'accusa si ridimensiona: omicidio colposo. Nel luglio 2016 il tribunale di Firenze condanna tre dei quattro agenti. Le pene vanno dai sette agli otto mesi. I giudici riconoscono che l'immobilizzazione iniziale era legittima, anzi necessaria considerando lo stato di agitazione di Magherini. Ma ritengono che mantenere quella posizione anche dopo che l'uomo era diventato silenzioso e immobile costituisse una condotta colposa.

L'appello conferma le condanne. Ma nel novembre 2018 arriva la Cassazione e ribalta tutto. I giudici assolvono definitivamente i tre carabinieri. Il ragionamento è questo: all'epoca dei fatti, le linee guida operative in vigore non contenevano alcuna indicazione specifica sui rischi della posizione prona. Una nuova circolare che menzionava questi rischi era stata emessa a gennaio 2014, poche settimane prima della morte di Magherini, ma non era ancora operativa. Non si poteva quindi chiedere agli agenti di conoscere rischi che non erano stati oggetto di formazione specifica.

La sentenza di Strasburgo

Ed è proprio su questi punti che la Corte europea interviene con forza. I giudici di Strasburgo riconoscono che l'immobilizzazione iniziale di Magherini era “assolutamente necessaria”: l'uomo era in evidente stato di agitazione, aveva manifestato comportamenti violenti, aveva colpito un agente. Ma prolungare quella posizione per venti minuti, anche dopo che Magherini era diventato silenzioso e apparentemente privo di sensi, non era giustificato. Erano presenti quattro agenti, erano stati chiamati rinforzi: c'erano modi per controllarlo senza tenerlo immobilizzato a terra in quella posizione.

La Corte è ancora più netta quando affronta il tema delle linee guida e dell'addestramento. I giudici rilevano che già nel 2003 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura aveva segnalato i rischi della posizione prona. Nel 2011, diversi paesi avevano già aggiornato le proprie direttive in materia. In Italia, la circolare del 2008 che regolava le tecniche di ammanettamento non conteneva alcun riferimento ai rischi della posizione prona. Anzi, prevedeva espressamente che l'agente potesse mettere il ginocchio sul collo del soggetto immobilizzato. Solo nel gennaio 2014 viene emessa una nuova circolare che finalmente menziona i rischi di asfissia posizionale. Ma quella circolare non era ancora in vigore quando Magherini morì. E c'è di più: nel 2016, mentre i processi erano ancora in corso, quella circolare viene abrogata e sostituita con una nuova che non fa più alcun riferimento ai rischi della posizione prona.

Per la Corte europea questo è inaccettabile. Lo Stato aveva l'obbligo di fornire agli agenti linee guida chiare e adeguate su tecniche che potevano mettere a rischio la vita delle persone. Il fatto che una circolare del 2014 avesse finalmente riconosciuto il problema dimostra che le autorità italiane erano consapevoli delle carenze del sistema. Ma quella circolare arrivò troppo tardi per Magherini e poi venne cancellata.

L’indagine sotto accusa

La seconda violazione riguarda l'indipendenza dell'indagine. Qui la Corte si concentra su quello che accadde nelle primissime ore dopo la morte di Magherini. Alle 3:05 della stessa notte, due dei carabinieri coinvolti nell'immobilizzazione vanno in pronto soccorso e raccolgono la testimonianza di una volontaria della Croce Rossa che era stata presente sulla scena. Un altro agente coinvolto raccoglie la deposizione di un testimone. Tutto questo prima che l'indagine venga formalmente assegnata a un'unità investigativa.

I tribunali italiani avevano ritenuto legittimo questo comportamento: gli agenti dovevano raccogliere subito le testimonianze per evitare che le prove andassero perse. La Corte europea la vede diversamente. Il rischio, dice, è che un testimone possa sentirsi sotto pressione quando deve raccontare quello che ha visto a uno degli agenti coinvolti nell'incidente. La Corte riconosce che in certi casi può essere necessario che gli agenti presenti sulla scena compiano alcuni atti immediati per evitare la perdita di prove. Ma in questo caso non c'erano circostanze eccezionali che giustificassero il fatto che proprio gli agenti coinvolti raccogliessero testimonianze sull'accaduto.

È importante sottolineare quello che la Corte europea non dice. Non mette in discussione le decisioni dei tribunali italiani sulla responsabilità penale dei singoli agenti. Non dice che quei carabinieri dovevano essere condannati. La Corte si limita a dire che lo Stato italiano non ha fatto abbastanza per proteggere la vita di Riccardo Magherini: non aveva predisposto linee guida adeguate, non aveva formato gli agenti sui rischi di tecniche potenzialmente letali, non ha garantito un'indagine pienamente indipendente. Sono carenze di sistema, non colpe individuali.

Il governo italiano dovrà ora pagare ai familiari di Magherini 140.000 euro di risarcimento (oltre a 40.000 euro per le spese legali). Ma più dei soldi, conta il riconoscimento che qualcosa non ha funzionato, che si poteva e doveva fare di più. La circolare del 2014 che menzionava i rischi della posizione prona c'era, anche se non ancora in vigore. Dimostrava che le autorità avevano capito il problema. Ma dopo l'abrogazione del 2016, quel riconoscimento è sparito, lasciando aperta la domanda: l'Italia ha davvero imparato la lezione?