Alle quattro del mattino si entra nelle case, non nei tribunali. È l’ora in cui il sonno è più profondo e la difesa più fragile. È anche l’ora che ricorre, con impressionante regolarità, nelle storie di chi è stato arrestato da innocente. Da qui il titolo della rassegna stampa presentata alla Camera "Alle 4 del mattino, storie di vite stravolte, una raccolta di cento casi di ingiusta detenzione", curata dal deputato di Forza Italia Enrico Costa.
L'iniziativa si è svolta alla presenza di esponenti politici, dell'avvocatura e dei Comitati per il sì al referendum sulla giustizia. Accanto a Costa erano presenti Giandomenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa, Francesca Scopelliti, presidente del Comitato Cittadini per il Sì, Francesco Petrelli, presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè e Pierantonio Zanettin, capogruppo di FI in Commissione giustizia a Palazzo Madama.
"Le quattro del mattino tornano nella stragrande maggioranza dei casi", ha spiegato Costa: "Ti piombano in casa a quell’ora e la vita è stravolta". Dietro quelle porte forzate ci sono errori "giganteschi": omonimie, scambi di persona, intercettazioni male trascritte, testimonianze rivelatesi false. Non eccezioni, ma un fenomeno strutturale. Secondo i calcoli del deputato azzurro, dal 1992 ad oggi gli innocenti arrestati e poi assolti sarebbero stati almeno centomila.
Una cifra che nasce dai dati ufficiali e dalle loro omissioni. Dal ’92 ad oggi sono 32.262 le persone che hanno ottenuto dallo Stato la riparazione per ingiusta detenzione. Ma a queste vanno aggiunti, sottolinea Costa, gli innocenti cui il risarcimento è stato negato "per una giurisprudenza vergognosa che rigetta oltre il 50 per cento delle domande", e coloro che, pur avendo subito una misura cautelare ingiusta, non hanno mai presentato istanza di indennizzo. "E soprattutto", insiste Costa, "chi sbaglia non paga mai. Neppure viene chiamato a rispondere".
"Una tragica antologia giudiziaria", ha commentato Petrelli. Il cuore dell’iniziativa è tutto qui: le ingiuste detenzioni vengono considerate conseguenze fisiologiche delle indagini. A chi le subisce resta il risarcimento — quando arriva — come se fosse già una concessione. Riavvolgere il nastro per capire perché si è sbagliato, individuare responsabilità, prevedere sanzioni, non è contemplato. "Tutti i magistrati interessati hanno proseguito serenamente la loro carriera", accusa Costa, "forti di valutazioni di professionalità positive al 99 per cento dispensate dal Csm delle correnti".
A dare un volto concreto ai numeri sono state le testimonianze di Antonio Lattanzi e Angelo Massaro. Lattanzi, ex assessore di un piccolo comune, ha raccontato di essere stato arrestato quattro volte da innocente. "Quando succede", ha detto, "il dolore è troppo forte. Allora è meglio che i giudici abbiano qualcosa alle loro spalle che indichi la strada. La responsabilità civile dovrà esserci prima o poi, altrimenti continueranno impunemente a fare quello che hanno fatto".
Ancora più drammatica la vicenda di Massaro, che ha trascorso 21 anni in carcere da innocente. "La nostra è una giustizia malata: nel mio caso il giudice ha commesso nove errori e non ha mai subito una sanzione", ha affermato. Entrambi fanno parte del Comitato Cittadini per il Sì, presieduto da Francesca Scopelliti, che ha richiamato la vicenda di Enzo Tortora come monito ancora attuale: "La giustizia non deve essere affidata alla fortuna. Deve essere il sistema a garantire il giusto processo".
Lo Stato ha pagato circa 250 milioni di euro in risarcimenti. I magistrati sanzionati disciplinarmente sono stati solo nove. "È una sorta di immunità", ha denunciato Costa. "E quando c’è immunità si può sbagliare tranquillamente: fare copia e incolla, aderire acriticamente alle richieste del pubblico ministero, tanto non succede nulla".
Inevitabile collegamento con il referendum sulla giustizia. Per Giandomenico Caiazza, "un giudice più forte e indipendente internamente è garanzia di una giustizia più equa". Giuseppe Benedetto ha usato toni più duri: "Errare è umano, perseverare è diabolico. Al terzo errore di valutazione forse un magistrato dovrebbe fare altro". In platea era presente anche il consigliere del Csm Andrea Mirenda, che ha scelto di non intervenire. All’uscita, Lattanzi gli ha detto: "Ecco un giudice dalla parte del sì". "Più come cittadino che come giudice", ha replicato Mirenda.
Resta l’immagine iniziale: le quattro del mattino. Un’ora che per migliaia di persone ha segnato l’inizio di una lunga notte, spesso senza colpe e senza responsabili. Una ferita che, come ricorda la rassegna, non si rimargina con un assegno. E che interroga il sistema nel suo complesso.