Mercoledì 14 Gennaio 2026

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Crans-Montana , la lezione svizzera: il garantismo è senza "ma"

Il Tribunale di Sion ricorda che «il principio cardine della procedura penale svizzera è la libertà fino al giudizio», senza la ricerca rabbiosa di pene esemplari

14 Gennaio 2026, 17:58

crans montana

Il ministro Antonio Tajani che, nel proporre la costituzione dell’Italia come parte civile nel processo, è costretto a ciò che nella cultura liberale è una bestemmia, quando dice “sono garantista, però…”. E il tribunale svizzero di Sion che, nel respingere la richiesta di arresti domiciliari per Jessica Moretti, pare rispondere al ministro degli Esteri e a tutta quanta l’opinione pubblica italiana con una vera lezione di garantismo. Quello che non consente l’aggiunta di quel “però” che pare ucciderne il senso.

Siamo sulla scena della “strage di Crans”. In cui qualche punto fermo su quella notte di capodanno con i 40 ragazzi morti e i quasi 120 ustionati e intossicati, alcuni dei quali in condizioni critiche, può essere messo. E anche il fatto che responsabilità gravissime, dirette e indirette, una volta accertate con precisione, dovranno essere sanzionate. Con le pene previste dai codici di un Paese come la Svizzera, in cui si respira l’aria laica e garantistica del nord Europa. Pena massima di detenzione 20 anni, per esempio, carceri-modello con appartamentini in cui il detenuto/a periodicamente può incontrare il/la partner in fine settimana affettivi. E infine - grande lezione per il circo mediatico/giudiziario italiano - ai giornalisti è vietato persino pubblicare i nomi delle persone arrestate così come delle vittime. Perché si ritiene che il rispetto della singola persona debba prevalere sull’interesse pubblico a essere informati. Salvo casi eccezionali, naturalmente. E la strage di capodanno passerà sicuramente alla storia come uno di questi.

Le responsabilità di Jessica e Jacques Moretti, gestori del locale della strage, sono palesi, così come quelle di coloro, istituzioni o altri, che avevano il dovere di sorvegliare e prevenire il disastro. Si parte dal problema della capienza del bar Constellation e del suo sotterraneo. Jessica Moretti, nel suo primo interrogatorio come persona informata dei fatti del primo gennaio, ha detto di ritenere che la capienza fosse di circa 400 persone, ma che quella sera ce ne fossero non più di un centinaio. Tutta la sua deposizione appare molto incerta e approssimativa. Chi l’ha vista in quelle ore l’ha descritta come molto emozionata, ma appare anche poco sincera. Più esplicito il marito Jacques, il quale ha ammesso, e veniamo al secondo punto critico delle loro responsabilità, che la famosa “uscita di sicurezza” nella realtà non era né un’uscita né men che meno una possibile via di fuga o di salvezza sicura.

Sua la responsabilità di quel materiale insonorizzante ma sicuramente non ignifugo applicato al soffitto che ha preso fuoco al contatto con le scintille del giochetto pirotecnico applicato alle bottiglie di champagne. Così come i lavori di ristrutturazione con cui nel 2015 era stata ristretta la scala d’ingresso (che si è rivelata poi essere anche l’unica di possibile uscita) su cui nella notte tragica si sono accalcati i ragazzi che cercavano disperatamente di scappare dal fuoco e dal fumo. Ad ambedue i coniugi, gestori del locale sia pure con diversi compiti, è già stata applicata la “vergogna” dell’avidità del guadagno. Particolare un po’ moralistico, come quello di chi ritiene di aver visto Jessica che “se ne andava con la cassa”, che non turba certo gli svizzeri, abituati a ben altre dimensioni di guadagni.

Il quadro dell’accusa è dunque stato ben chiaro fin da subito. Pure, nessuno è stato arrestato per nove giorni. Il pubblico ministero, che nell’ordinamento sia cantonale che federale è il vero e unico dominus delle indagini, non ha ritenuto ci fosse pericolo di fuga dei gestori del Constellation e neanche di inquinamento delle prove. Del pericolo di reiterazione del reato, la norma incostituzionale dell’ordinamento italiano, neanche parlarne, non esiste neppure nel codice. Che cosa è cambiato il decimo giorno, dopo l’interrogatorio di Jacques Moretti? Assolutamente niente, pure l’imprenditore è stato arrestato a causa di un presunto pericolo di fuga, probabilmente a causa della forte pressione mediatica, soprattutto italiana, cui è stata sottoposta la procura svizzera.

Si sono incontrate, se non proprio scontrate, due culture giuridiche, due mondi. Quasi la laicità della giustizia contro la sua religiosità. Come se il grande palcoscenico che sono diventati i processi, e prima ancora le inchieste giudiziarie, avesse la necessità di essere nutrito con qualcosa di forte e di appariscente come le manette. Ma sono arrivati finalmente i giudici del tribunale di Sion, fortunatamente ben separati dai pubblici ministeri, che si sono riuniti per decidere sulla richiesta di misure cautelari nei confronti di Jessica Moretti. Respinta la proposta di arresti domiciliari, sono stati disposti l’obbligo quotidiano di firma, il ritiro del passaporto e una cauzione da quantificare. Cautele che potrebbero essere disposte anche per il marito.

Il tribunale ha colto l’occasione per una bella lezioncina. Non alla nostra commozione, che è di tutti, e anche alla comprensibile disperazione delle famiglie e degli amici di tutti quei ragazzi, italiani, francesi, svizzeri e di altre nazioni europee. Ma alla ricerca rabbiosa che vengano date punizioni esemplari come il carcere, prima ancora che sia stato celebrato un processo e che siano state accertate le responsabilità individuali. «Il Tribunale per le misure coercitive -scrivono i giudici - ricorda che ogni imputato è presunto innocente fino al passato in giudicato di una sentenza di condanna. Il principio cardine della procedura penale svizzera è dunque che l’imputato resti in libertà fino al giudizio, e che la detenzione preventiva possa essere ordinata solo in casi eccezionali, quale ultima ratio, al fine di garantire il corretto svolgimento dell’istruttoria. Pertanto, se misure meno coercitive della detenzione preventiva consentono di raggiungere lo stesso risultato, tali misure sostitutive devono essere obbligatoriamente ordinate al posto delle detenzione». Più chiaro di così.

Pure, proprio per questa diversità di cultura tra quella nordica e quella più mediterranea, il sistema giudiziario svizzero viene visto in Italia, in una pericolosa simbiosi tra organi di stampa di ogni orientamento politico, come luogo di opacità e compromissioni. Potrebbe essere l’occasione, questo confronto, per mostrare ai media e all’opinione pubblica italiana, che un altro modo di indagare e giudicare e soprattutto informare, ci può essere. Lo vedremo nei prossimi giorni, quando il Tribunale di Sion deciderà sulle misure cautelari nei confronti di Jacques Moretti.