Caso Palmoli
Può una famiglia che vive nel bosco ed educa i figli con l’istruzione parentale essere considerata inadeguata? È il quesito al centro della Memoria tecnica integrata depositata dai legali della famiglia Trevallion-Birmingham, residente a Palmoli, nel Chietino, dopo l’allontanamento dei tre figli e il loro trasferimento in un centro protetto a Vasto.
Il documento, redatto da un’équipe multidisciplinare di medici, psicologi e pedagogisti, ricostruisce nel dettaglio la scelta educativa della famiglia, chiarendo che non si tratta di una condizione improvvisata o di marginalità, ma di un progetto coerente, strutturato e conforme alla legge italiana. La vita nel bosco, spiegano i consulenti, è parte integrante di un percorso educativo ispirato al metodo Waldorf-Steiner, applicato nell’ambito dell’istruzione parentale prevista dall’ordinamento.
La memoria sottolinea che il metodo Waldorf-Steiner non è una pratica priva di cornice normativa. In Italia rientra tra i modelli educativi legittimamente adottabili nell’istruzione parentale, riconosciuta dall’articolo 30 della Costituzione. Non è richiesta l’omologazione ai programmi scolastici tradizionali, ma la dimostrazione dell’assolvimento dell’obbligo di istruzione attraverso esami di idoneità, che nel caso dei minori risultano sostenuti e documentati.
Nella prima infanzia, ricordano gli esperti, l’approccio Waldorf privilegia apprendimento esperienziale, gioco libero, imitazione e relazione continua con l’adulto. «Ciò che dall’esterno può apparire come eccessiva libertà è in realtà una libertà strutturata, fondata su ritmi, ritualità e presenza educativa continua», si legge nella relazione. In questa prospettiva, la natura non è un semplice contesto abitativo, ma uno spazio educativo attivo.
La memoria è firmata da professionisti del Dipartimento scientifico dell’Associazione italiana di medicina forestale, che concordano nel ritenere che una vita in natura, se affettivamente sicura e organizzata, non rappresenti un rischio per i bambini, ma possa costituire un fattore di protezione. Il contatto quotidiano con l’ambiente naturale favorirebbe autoregolazione emotiva, sviluppo sensoriale, attenzione e capacità di cooperazione.
Uno dei nodi più delicati riguarda la socializzazione. I consulenti invitano a non ridurla alla sola frequenza quotidiana di una classe scolastica. Le osservazioni descrivono bambini capaci di adattarsi a contesti nuovi, di entrare in relazione con adulti e coetanei e di affrontare cambiamenti complessi. «La socialità non è assente, ma segue forme diverse, coerenti con il contesto di crescita», precisano.
Anche aspetti come l’abbigliamento funzionale, l’uso parsimonioso delle risorse, la limitata esposizione ai dispositivi digitali o la quotidianità condivisa con animali e ambiente naturale vengono interpretati come espressione di una scelta educativa consapevole. «È fondamentale distinguere tra differenza di stile di vita e incuria: sono concetti profondamente diversi», evidenzia la nota integrativa.
La conclusione della Memoria tecnica integrata è netta: non emergono elementi di negligenza, manipolazione o danno concreto per i minori. Le eventuali criticità riscontrate sono ritenute migliorabili e monitorabili, ma non tali da giustificare interventi traumatici come la separazione familiare. In una società pluralista, sottolineano gli esperti, «il superiore interesse del minore non si realizza attraverso l’omologazione dei modelli educativi, ma attraverso la tutela delle relazioni affettive, della sicurezza reale e dell’istruzione effettiva». Educare in modo diverso, anche nel bosco, non significa educare fuori dalla legge.