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La trappola perfetta: dossier, pm e potere dietro le nomine

Un'inchiesta giudiziaria riemerge al momento decisivo di una nomina chiave, trasformando un fatto marginale in un'arma di potere

13 Gennaio 2026, 08:27

08:32

La trappola perfetta: dossier, pm e potere dietro le nomine

Luca Palamara

Pubblichiamo di seguito un estratto dal libro Alessandro Sallusti intervista Luca Palamara, Il Sistema colpisce ancora. Come salvare la magistratura italiana dal vizio delle correnti e dalle mani dei politici, in libreria per Rizzoli dal 13 gennaio.

Alessandro Sallusti: «La trappola ha una perfezione orribile» ebbe a dire lo scrittore americano Stephen King, massima autorità nel campo della letteratura fantastica. Lo sa bene Francesco Greco, generale di Corpo d’Armata della Guardia di Finanza in pole position per diventare il prossimo comandante generale in sostituzione di Andrea De Gennaro, il cui mandato scade nel maggio 2026. Cinque biglietti di un traghetto, quello che fa la spola tra Genova e Olbia, bastano cinque maledetti e stupidi biglietti per provare a fermare sul più bello, a un passo dal traguardo, anche la migliore delle carriere. Attualmente comandante interregionale dell’Italia meridionale, Greco può vantare un curriculum di eccezione per il quale è stato pure insignito dal capo dello Stato del titolo di grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica.

Luca Palamara: Tutto vero, titoli e onorificenze servono per entrare nella terna finale dalla quale uscirà il nuovo capo assoluto della Guardia di Finanza. Ma quando arrivi lì, il medagliere non serve più.

E cosa serve, invece?

Uscire vivo dalla rete di trappole che vengono disseminate ovunque, perché quel posto è lo snodo più importante di tutto il sistema di potere, sia di quello costituito sia di quello clandestino che prova a infiltrarsi.

Andiamo con ordine. Partiamo dalla trappola.

Nel 2023 la procura di Genova apre un’inchiesta denominata Traghettopoli che coinvolge soprattutto il gruppo Onorato, allora proprietario della Tirrenia, che naviga non solo tra Genova e la Sardegna ma pure in pessime acque finanziarie. Dalle notizie uscite sulla stampa si scopre che Onorato, tra l’altro, faceva largo uso di biglietti omaggio o fortemente scontati, se ne contano 33.900 in sei anni. Non è questo il cuore dell’inchiesta ma comunque spulciando i nomi salta fuori anche quello del generale Greco, che nel 2021 utilizzò, per sé e per la famiglia, cinque di quei biglietti. Peraltro, da quanto si apprende non fu neppure lui a chiederli, bensì l’allora comandante della Gdf di Olbia, Carlo Lazzari. Della cosa non si è mai saputo nulla, è rimasta chiusa in un cassetto dal quale riemerge, guarda caso, al via dello scontro finale per la poltrona di generalissimo.

Venerdì 5 dicembre 2025 sul «Fatto Quotidiano» esce la notizia: «Biglietti dei traghetti in regalo: indagato Greco, generale della Gdf». Il capo di accusa è pesantissimo: concorso in corruzione.

Perché il fatto in sé è di una sconcertante banalità e probabilmente non costituisce neppure reato, ma pesantissima è la posta in gioco. Vige la vecchia regola dei cacciatori di prede: se spari devi mirare a uccidere, non c’è nulla di più pericoloso di un animale solo leggermente ferito.

E allora vediamola, questa posta in gioco.

Con tutto il rispetto per gli altri, la Guardia di Finanza, per i discorsi che stiamo facendo, è certamente il Corpo più importante.

In che senso?

Le elenco i tre motivi principali. Primo, quello più generale: la Gdf si occupa innanzitutto di soldi, sa tutto, o può sapere tutto, dei soldi sia dei privati cittadini sia delle imprese. E quando sai tutto dei soldi puoi sapere qualsiasi cosa delle persone che li maneggiano: dal grande affare miliardario al biglietto di un traghetto tutto lascia traccia, indica contatti, relazioni, abitudini e financo costumi e debolezze.

Secondo?

Come abbiamo già visto, la Guardia di Finanza ha l’unica chiave che permette di accedere in modo libero e autonomo al cervellone della Direzione nazionale antimafia ed estrarre le famose Sos, gli alert su operazioni sospette o anomale che non riguardano solo i mafiosi bensì tutti gli italiani.

Vediamo il terzo motivo.

Per svolgere qualsiasi indagine penale, ogni procuratore si affida a una figura chiave: l’ufficiale di polizia giudiziaria. È lui il braccio operativo del magistrato, colui che materialmente conduce gli accertamenti, raccoglie gli elementi di prova, esegue gli atti e riferisce passo dopo passo all’autorità giudiziaria. Quando poi si entra nel territorio più delicato – quello delle dinamiche economiche, finanziarie e, talvolta, politiche, cioè dei reati dei «colletti bianchi» – il ricorso alla Guardia di Finanza diventa pressoché naturale. In questi casi, la delega investigativa passa nelle mani di appartenenti al Corpo, che da quel momento rispondono esclusivamente al magistrato titolare del fascicolo. È un rapporto diretto, quasi simbiotico: il finanziere delegato tendenzialmente non riferisce più alla propria linea gerarchica, ma unicamente al pubblico ministero che guida l’indagine.

È tutto chiaro, ma la Guardia di Finanza, la cui storia ha appena traguardato i duecentocinquanta anni di vita, è un Corpo fatto da leali servitori dello Stato della cui fedeltà alle istituzioni democratiche e alla Costituzione nessuno ha mai dubitato.

Ci mancherebbe altro, non mi fraintenda. Io sto parlando dell’enorme potere concentrato sotto un unico cappello che per questo fa gola a tanti. La nomina del suo comandante spetta al governo ma in realtà concorrono in tanti e tanti, anche se non convocati o forse proprio perché non convocati, vogliono partecipare, non sempre con spirito decoubertiniano.

La parola giusta forse non è «partecipare» bensì «interferire».

Obiezione accolta. In questo il caso del generale Greco non è per nulla una novità. Nel 2015 fui testimone dell’agguato al generale Michele Adinolfi che tutti davano per imminente nuovo comandante.

Luglio 2015, anche allora sul «Fatto Quotidiano» esce una notizia che scombussola le carte, proveniente dall’inchiesta che l’allora famoso pm Henry John Woodcock sta conducendo a Napoli sulla società Cpl Concordia, incaricata della metanizzazione della Campania. È l’intercettazione di una telefonata del febbraio 2014 tra il generale Adinolfi e Matteo Renzi. Nel libro Il Sistema lei così ricostruisce quella vicenda: «Si dice che Renzi, segretario del Pd, risponda al cellulare mentre si trova a Palazzo Chigi in attesa di essere ricevuto dal premier Enrico Letta, al quale sta per comunicare la decisione di licenziarlo e prendere il suo posto, cosa che avverrà pochi giorni dopo. Nella telefonata non c’è nulla di penalmente rilevante: i due parlano con grande confidenza – Adinolfi chiude dicendo: “Ciao stronzo” – e Renzi si lascia andare a giudizi su Letta, “non è cattivo, è un incapace”, e su Berlusconi, “con lui si può parlare”».

Per oltre un anno quel documento rimase nei cassetti, per poi uscire al momento opportuno, azzoppando Adinolfi. La versione ufficiale offerta dalla procura di Napoli e dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, audito al Csm, fu che quella pagina era stata estratta dal Tiap, il registro informatico degli atti processuali, e consegnata al giornalista da un avvocato della difesa. Ma a quella ricostruzione non ha mai creduto nessuno. Cesare Sirignano, uno dei magistrati che si occupava di

un altro filone dell’inchiesta – in particolare dei rapporti tra il clan dei Casalesi e Cpl Concordia –, mi confidò di aver dato un ordine preciso al Noe dei Carabinieri: non inserire quelle carte nel registro informatico. E mi dimostrò che il documento pubblicato dal «Fatto Quotidiano» non coincideva con quello depositato nel Tiap, poiché le differenze grafiche erano evidenti. Dunque, quello finito al giornale non poteva provenire da un avvocato.

Parla di Cesare Sirignano, uno dei magistrati anticamorra considerato tra i più esperti, che il giorno prima dei noti fatti dell’Hotel Champagne viene registrato dal trojan mentre con lei discute della nomina del procuratore di Perugia?

In realtà sono io che, nel corso di quella conversazione registrata dal trojan il 7 maggio 2019, lo coinvolgo improvvisamente in uno sfogo personale, raccontandogli che il pm Stefano Fava era intenzionato a presentare un esposto contro Pignatone e che, proprio per questo, era necessario che

a Perugia arrivasse un procuratore terzo e imparziale: non Borrelli, comunque invischiato nelle dinamiche correntizie.

Insomma, le solite beghe interne di corrente che interferiscono nelle nomine.

A rendere ancora più grave il travisamento successivo è un elemento che Sirignano mi riferì proprio in quella conversazione: Pignatone si era recato personalmente alla procura di Napoli nelle stesse giornate in cui il trojan iniziava a funzionare. In seguito scopriremo che proprio a Napoli erano custoditi i server sui quali transitavano e venivano memorizzate tutte le conversazioni intercettate dal trojan.

Server che, come segnalato da molteplici esposti, non erano collocati all’interno della procura, ma in un sito esterno. Così, dal 7 maggio 2019 in avanti, la narrazione diventa un’altra: non due magistrati che parlano di questioni interne alla magistratura, ma due presunti complici intenti a tessere una trama di potere. Una trama che non è mai esistita. Le omissioni presenti negli atti del mio procedimento lo dimostrano: vengono cancellati i motivi reali dei contatti con Sirignano, ignorati i documenti, espunti i riferimenti che avrebbero chiarito tutto. Privati del contesto, quei frammenti di conversazione diventano perfetti per costruire un teorema.

Come raccontato in Lobby & Logge, poi Sirignano – una volta che i giornali pubblicheranno gli stralci delle conversazioni intercettate – verrà a sua insaputa registrato proprio dallo stesso Giuseppe Borrelli e sanzionato disciplinarmente per quella vicenda.

Il giorno successivo alla mia perquisizione qualcuno dalla procura di Roma invia a Giuseppe Borrelli uno stralcio del decreto nel quale compare anche il suo nome. A quel punto Borrelli, magistrato professionalmente stimato a prescindere dalle beghe correntizie, aveva un solo obiettivo: fugare qualsiasi sospetto di un suo coinvolgimento nelle conversazioni tra me e Sirignano. L’unico modo per riuscirci era quello di smentire una prova su ogni forma di contatto, diretto o indiretto, con la mia persona o con gli altri colleghi della mia corrente.

Perché ci racconta questa vecchia storia?

La storia sarà vecchia ma il metodo è attuale e l’ho provato anche sulla mia pelle: non esiste un confine netto tra ciò che fanno le procure, quello che certificano gli uomini della Guardia di Finanza e ciò che si muove nel sottobosco popolato da uomini e forze – servizi segreti, agenzie private, giornalisti orientati o al loro servizio – che hanno come scopo non l’accertamento della verità o la giustizia, ma

deviare il corso delle storie, a volte storpiandole a loro favore immaginando di trarne qualche beneficio. […]