Martedì 13 Gennaio 2026

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Carriere separate, la sinistra per il Sì sfida l’asse Pd-M5S

Il raduno di Firenze lancia la campagna dei riformisti. Da Petruccioli a Enzo Bianco, fino a Lella Paita e Claudia Mancina: il centrosinistra parte da Vassalli e smonta le fake news sul referendum

12 Gennaio 2026, 18:46

20:30

Evento Firenze referendum

La sala della Palazzina Reale, accanto alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, è gremita. «È chiaramente una situazione che ci è esplosa in mano», dice nell’intervento introduttivo Carlo Fusaro, presidente del Comitato scientifico di Libertà eguale. “La sinistra che vota sì” evidentemente c’è, e si fa sentire. E l’atmosfera carbonara di questa reunion, a poco più di due mesi dal referendum sulla separazione delle carriere, testimonia lo spirito battagliero di chi difende una riforma della giustizia scritta sì dall’attuale governo di centrodestra ma che in fondo anche la sinistra ha sempre desiderato. E che anzi aveva messo pure lei nero su bianco, come spiega lo stesso Fusaro.

«Non è facile spiegare ai cittadini le ragioni per votare Sì, perché non è una riforma della giustizia ma dell’ordinamento giudiziario - dice Fusaro - ho imparato da mio padre magistrato le ragioni della separazione delle carriere, che mi insegnò che una cosa è il giudice e un’altra il pubblico ministero». È poi Augusto Barbera a prendere la parola. «La nostra Costituzione prevede strumenti di democrazia rappresentativa e di democrazia diretta e i secondi chiamano i cittadini a pronunciarsi direttamente sulle singole questioni - spiega l’ex presidente della Corte costituzionale - al referendum non si vota a favore o contro Giorgia Meloni, quello si farà alle Politiche. Molti cattolici nel 1974 votarono per il No in dissenso alla Dc e contribuirono a un passaggio di civiltà del nostro ordinamento. Lo stesso avvenne con il referendum sulla scala mobile ma anche nei referendum del 1971 e del 1993, che non videro schierati i partiti secondo gli schieramenti politici tradizionali».

Il punto, sottolinea Barbera, è spingere nel merito delle questioni. «Non è una rivincita di Berlusconi né l’attuazione del disegno di Licio Gelli - insiste - si sente dire che la riforma Cartabia ha reso più difficile il passaggio da giudice a pm e viceversa ma il problema è che convivono comunque nel Csm, ecco perché servono due Csm». L’ex numero uno della Consulta difende la riforma anche dall’accusa di ledere l’indipendenza della magistratura e anzi spiega che «sono le correnti a soffocare l’indipendenza dei magistrati, in particolare di quelli che non intendono partecipare alla vita delle correnti stesse: ho usato l’Intelligenza artificiale per capire quali e quante sono le correnti di oggi e le loro differenze, ebbene non ci sono riuscito». E chiudendo poi su un punto fondamentale. «È una riforma liberale che per la sorte della storia è stata portata avanti da forze politiche che si richiamano a legge e ordine ma che invece appartiene al patrimonio della sinistra e del centrosinistra», dice Barbera.

E se Anna Paola Concia spiega di essere diventata garantista «nel 1992 quando durante Tangentopoli destra e sinistra gettavano monetine contro chiunque» e che di conseguenza «da trent’anni» è a favore della separazione delle carriere, è il parlamentare azzurro Enrico Costa a dire che «troppi processi arrivano in dibattimento “nati morti” e che non avrebbero dovuti essere celebrati: a oggi mia madre non sarebbe in grado di distinguere un magistrato che fa le conferenze da un giudice che emette le sentenze». È l’ex ministro Enzo Bianco a sottolineare che «è importante che la sinistra metta voce nella campagna per il Sì perché la riforma non venga appaltata solo al centrodestra», mentre il presidente di Più Europa Benedetto Della Vedova punta l’accento sul fatto che «questa non è la riforma Nordio-Meloni e nemmeno la riforma Berlusconi, ma è una riforma pannelliana, radicale, socialista, vassalliana, garantista, che vogliamo da decenni».

Per Claudia Mancina, filosofa e già parlamentare Pd, quella che andrà a referendum a marzo «è una riforma che appartiene alla storia della sinistra, e che è stata portata a compimento dal centrodestra solo in questa ultima parte», mentre Lella Paita, capogruppo di Iv in Senato, «spiega di non aver alcuna intenzione di rinnegare le proprie idee» in riferimento a «un passato nella Fgci in cui si discuteva positivamente di separazione delle carriere». Quella di Meloni e Nordio «è una riforma profondamente liberale» la tesi di Vittorio Manes, direttore della rivista Diritto di Difesa, che pone l’accento sulla necessità di un giudice «non solo super partes ma anzi extra partes» e che poi ricorda come «il modello della separazione - che nel caso italiano sarebbe peraltro senza soggezione del PM all’esecutivo - è quello maggiormente seguito in Europa, con pochissime e trascurabili eccezioni, rappresentando quasi, per così dire, un Golden standard».

È la volta del vicepresidente Fai Vittorio Minervini, che sottolinea la necessità di questa riforma. «Se non ora quando? - si chiede Minervini - questa è la riforma che abbiamo atteso per quarant’anni come avvocati, e non si può votare No solo perché è stata fatta da un governo di certo non riformista e garantista». Per poi sottolineare come il correntismo abbia portato a una cattiva gestione della magistratura da parte del Csm. «Liberiamo la magistratura dalla volontà di sottoporre la gestione della giustizia alle correnti - ribadisce Minervini - come avvocati difendiamo i diritti dei cittadini ma dobbiamo anche avere un giudice che sia scelto per le competenze e non solo per motivi correntizi». Le parole del vicepresidente Fai vengono riprese anche da Claudio Petruccioli, uomo del riformismo Pci, secondo il quale «il riformismo deve rivendicare piena dignità nella sinistra, quella dignità che non gli viene riconosciuta perché oggi chi dirige la sinistra ritiene il riformismo lontano se non incompatibile con la sinistra».

Non manca un messaggio a parte della vicepresidente dem del Parlamento europeo Pina Picierno. «Occorre uscire dalla tenaglia ideologica tra garantismo e giustizialismo - scrive Picierno ricordando Leonardo Sciascia - Garantismo significa difendere lo stato di diritto e dentro questo orizzonte riformista si colloca la separazione delle carriere: non dobbiamo lasciare alle destre la bandiera delle garanzie e delle riforme». Ricorda il Guardasigilli Giuliano Vassalli il presidente dell’Ucpi Francesco Petrelli, per il quale «eravamo tutti d’accordo con Vassalli quando diceva che il modello accusatorio non poteva funzionare se non fosse stato accompagnato a una riforma dell’ordinamento giudiziario e della magistratura». Per poi sottolineare che «distinguere colui che accusa da colui che giudica significa spiegare un principio intuitivo e universale in cui colui che controlla non può appartenere alla stessa organizzazione del controllato». Dopo l’intervento di Cesare Salvi, a concludere l’evento è l’ideatore Stefano Ceccanti, già costituzionalista e già parlamentare dem. «Noi di centrosinistra per 25 anni abbiamo sostenuto la separazione delle carriere - non è che c’è la disciplina di partito sui referendum - spiega il vicepresidente di Libertàeguale - Noi siamo per una democrazia bipolare e per l’applicazione del codice Vassalli, riformista e socialista: per questo non possiamo che votare sì».