È bello immaginare Rossana Rossanda con la sua fierezza battagliera, e Luigi Pintor e la sua distaccata ironia, seduti al fianco, o magari alla guida, della “sinistra che vota SÌ” sul referendum, riunita a Firenze. Gli eretici di un tempo, ben più trasgressivi di quelli di oggi, uniti ai fratelli minori proprio sul tema della giustizia. Quella che separò e portò su sponde opposte, negli anni in cui non c’era ancora neppure il processo accusatorio, i fondatori del “Manifesto”, quotidiano comunista, dall’ “Unità”, organo del Pci. Il partito da cui Rossanda e Pintor erano stati radiati per aver difeso i comunisti di Praga dai carri armati sovietici.
Garantisti contro giustizialisti, eretici contro ortodossi. E i diritti dell’individuo, culturalmente breviario del mondo liberale, che entravano a testa alta anche in una parte di quello comunista. Tanto da portare Luigi Pintor, in occasione dell’inaugurazione di un anno giudiziario, a scrivere sul “Manifesto” un editoriale che diventerà famoso, e sarà poi illustrato in un libro di Tullio Pericoli, dal titolo “I Mostri”. I mostri erano, nella penna perfida di uno dei più brillanti giornalisti italiani, i vertici della magistratura. Coloro che arrestavano senza prova, coloro che non pagavano mai per i loro errori.
Tre furono gli eventi che segnarono un crinale di lontananza, e di reciproche accuse di tradimento, nel mondo della sinistra di allora. Il primo fu il rapimento di Aldo Moro, il presidente della Dc che fu sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978. I 55 giorni che separarono il momento del sequestro da quello dell’assassinio furono tra i più tragici della storia politica italiana. Ma delinearono anche i confini di diversi orizzonti culturali che molto avevano a che fare con il diritto, i diritti e la giustizia. La nascita del “partito della fermezza”, composto da coloro, i partiti ma anche i giornali, che si mostrarono disposti al sacrificio umano di un grande leader pur di non accettare un accordo con il gruppo terroristico, divise il mondo cattolico ma anche e soprattutto quello della sinistra. Nel cui ambito solo i socialisti si impegnarono per accettare la trattativa con le Brigate Rosse.
Uno Stato che si ritenne forte, mostrò la propria cinica debolezza mandando a morte insieme ai terroristi un personaggio di punta della propria storia. Il “Manifesto”, piccolo quotidiano (comunista) corsaro, esibì con coraggio il proprio SÌ a salvare la vita di un avversario politico. Fu questa la vera scommessa della nascita del garantismo. Non essere dalla parte del dirigente della Democrazia cristiana né di quella cultura politica, ma essere in prima fila per salvare la vita a un “nemico”. E al contempo - cosa che Rossanda fece in prima persona, non mancando a nessuna udienza del processo - sorvegliare perché a ogni imputato delle Brigate Rosse fossero assicurate le garanzie dello Stato di diritto.
Quel che seguì all’anno del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, segnerà un altro momento di divaricazione sulla giustizia all’interno della sinistra. E sarà proprio il mondo dei comunisti ortodossi, con le sue propaggini giornalistiche e anche qualche collateralismo nell’ambito delle toghe, a costruire la prima grande bufala politico-giudiziaria della storia italiana. Siamo nel 1979, ben prima del caso Tortora, di tangentopoli e di tutto quello che arriverà dopo, fino all’imbroglio del processo Stato-mafia. Sarebbe utile, ogni volta che si sente parlare di giustizialismo e di circo mediatico-giudiziario, studiare la storia del processo “7 aprile”. Che nacque a Padova proprio in quel mondo della sinistra ortodossa che si nutriva di complicità culturali, politiche e giudiziarie e che si intrecciò, nella figura del professor Toni Negri, con la storia dell’uccisione di Aldo Moro.
Il 7 aprile 1979 la retata promossa dal procuratore di Padova Pietro Calogero rase al suolo l’intera dirigenza di Autonomia Operaia, un movimento che teorizzava la sovversione sociale, ma che non aveva alcuna relazione, né culturale né operativa, con i gruppi armati come le Brigate Rosse e Prima Linea. Il giudice istruttore dell’inchiesta, che si svolgeva ancora con il rito inquisitorio, era Giovanni Palombarini, esponente di vertice di Magistratura democratica. Perché definiamo quell’inchiesta come “grande bufala”? Perché fondata su un teorema, che si rivelerà fallimentare, che indicava una sessantina di intellettuali come Toni Negri, Franco Piperno, Lanfranco Pace e Oreste Scalzone, come i veri vertici occulti delle Br. E il professore padovano, che il quotidiano “Repubblica” indicò addirittura come il capo del gruppo terroristico, fu accusato di aver rapito e ucciso Aldo Moro.
Tutto ciò era falso e lontano dalla realtà, ma quegli imputati rimasero per cinque anni reclusi nelle carceri speciali con accuse che andavano dalla costituzione di banda armata fino all’insurrezione contro i poteri dello Stato. Quella sul processo ”7 aprile” fu la grande battaglia garantistica del “Manifesto” e di Rossana Rossanda in particolare. Naturalmente poi le sentenze dimostrarono che l’Autonomia Operaia era altro rispetto alle Brigate Rosse e che non Toni Negri ma Mario Moretti e altri erano i responsabili dell’assassinio di Aldo Moro. E chissà come sarebbero andate le cose, a quel tempo, se ci fosse già stato il processo accusatorio e magari anche la separazione tra la carriera del magistrato requirente e quella del giudicante.
Se qualcuno per caso a questo punto stesse pensando che era troppo comodo comunque, per un giornale comunista, difendere i “compagni”, è la storia successiva a smentire questo sospetto. Perché “Il Manifesto” di Rossanda e Pintor si buttò a mani nude anche nella difesa dei diritti di due ragazzi di opposta ideologia, Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Due militanti di destra che avevano preso le armi e ucciso, ma che sono stati condannati per l’unico reato che non avevano commesso, la strage di Bologna. Forse proprio nel capoluogo emiliano avrebbero organizzato la manifestazione per il SÌ al referendum, Luigi Pintor e Rossana Rossanda. Per mostrare, proprio come hanno fatto a Firenze Stefano Ceccanti, Enrico Morando, Paola Concia, Augusto Barbera, Claudio Petruccioli e tutto il mondo riformatore, che esiste “la sinistra che vota SÌ”. SÌ al referendum SÌ allo Stato di diritto. Semplicemente.