La sentenza
La Cassazione
La Cassazione, con la sentenza numero 40716, ha detto no a un modo di ragionare che rischia di trasformare la pericolosità sociale in una condanna perpetua. La prima sezione penale ha annullato il decreto con cui la Corte d’Appello di Reggio Calabria aveva confermato la pericolosità di Pietro Criaco, 52 anni, condannato per mafia. Il motivo? I giudici calabresi si sono limitati a guardare il passato, ignorando sedici anni di carcere e tutto quello che è successo nel frattempo.
La storia di Criaco è quella di tanti boss della ‘ndrangheta. Anni Novanta, faida tra cosche ioniche, reati pesantissimi: associazione mafiosa, omicidio, tentati omicidi. Più precisamente, il reato associativo risale agli anni 1996-1997. Poi undici anni di latitanza. Quando lo arrestano, nel dicembre 2008, inizia una lunga detenzione che si conclude solo nell’agosto 2024. Quasi sedici anni dentro. Al 41 bis.
La misura di prevenzione che gli pende sulla testa viene da lontano. Il decreto originale è del 13 settembre 1999: sorveglianza speciale per tre anni con obbligo di soggiorno. Diventa definitivo il 6 aprile 2004. Passa il tempo, Criaco finisce in carcere, sconta la pena, esce. Ma quella misura lo insegue. Nell’ottobre scorso il Tribunale di Reggio Calabria dichiara che la sua pericolosità sociale è ancora lì, presente. Ad aprile 2025 la Corte d’Appello conferma. Durante questo periodo prende il diploma di scuola superiore, mantiene una condotta tutto sommato regolare, si trasferisce in provincia di Varese per stare vicino alla famiglia. Si allontana, insomma, dal territorio d’origine, da quell’ambiente che lo aveva cresciuto e poi inghiottito. Ma per la giustizia tutto questo non conta. O meglio, non conta abbastanza.
Quando esce dal carcere, il Tribunale di Reggio Calabria conferma che la sua pericolosità sociale è ancora lì, intatta. Come se quei sedici anni fossero passati invano. L’avvocato Pietro Stilo, che difende Criaco, prova a far valere gli elementi positivi: i reati risalgono a quasi trent’anni fa, c’è stata pace tra le cosche, in carcere si è comportato bene, ha studiato, si è spostato al nord. Niente da fare. La Corte d’Appello conferma: pericoloso era, pericoloso resta. E qui arriva la sentenza della Cassazione, depositata lo scorso dicembre, che smonta questo ragionamento pezzo per pezzo. Il relatore Giorgio Poscia e il presidente Giuseppe De Marzo spiegano che non si può continuare a guardare solo al passato. La pericolosità sociale non è un marchio indelebile che ti porti dietro per sempre. Va verificata nell’oggi, nel presente.
Le Sezioni Unite Gattuso, citate nella sentenza, lo hanno chiarito: serve l’ “attualità” della pericolosità. Non basta dire che uno è stato un mafioso. Bisogna dimostrare che lo è ancora. Quella pronuncia, la numero 111 del novembre 2017, ha fissato un principio: per applicare una misura di prevenzione a chi è accusato di appartenere a un’associazione mafiosa bisogna accertare che la pericolosità esista adesso, non vent’anni fa. E bisogna distinguere tra chi “partecipa” davvero al sodalizio e chi invece è solo vicino, contiguo all’ambiente criminale. La differenza non è sottile, è sostanziale.
La Corte d’Appello, secondo i giudici di legittimità, ha fatto un errore di metodo. Si è fermata ai fatti vecchi: la gravità dei reati, la lunga latitanza, il ruolo nella ‘ndrangheta. Tutto vero, tutto documentato. Ma sono elementi che fotografano il passato, non il presente. E quando si è trovata a valutare i sedici anni di detenzione, la Corte calabrese ha dato peso a un unico episodio: una contestazione disciplinare del marzo 2015.
Qui la sentenza della Cassazione diventa ancora più netta. Quell’episodio disciplinare era una protesta pacifica. Criaco e altri detenuti del 41-bis si erano opposti al divieto di cucinare cibi. Una questione che, va detto, non era proprio secondaria. Tanto che il magistrato di sorveglianza di Spoleto aveva sollevato questione di legittimità costituzionale. E la Corte Costituzionale, con la sentenza numero 186 del 2018, aveva dato ragione ai detenuti. Aveva detto che quel divieto non stava in piedi. Eppure la Corte d’Appello ha usato proprio quell’episodio come prova di pericolosità, senza nemmeno rispondere alle obiezioni della difesa. La Cassazione parla di “motivazione apparente”, un’espressione tecnica che nel diritto di prevenzione equivale a una violazione di legge. In pratica, i giudici calabresi hanno scritto una motivazione che sembra esserci ma in realtà non c’è. Hanno fatto finta di valutare gli elementi attuali, ma in realtà hanno solo guardato indietro. Un modo di ragionare che la Cassazione boccia senza appello.
La sentenza è chiara su questo punto: nel procedimento di prevenzione si può ricorrere in Cassazione solo per violazione di legge. E la motivazione apparente è proprio questo, una violazione. Succede quando il giudice ignora completamente un elemento che potrebbe cambiare l’esito del processo. Non risponde, non lo prende in considerazione, fa come se non esistesse. La difesa aveva messo nero su bianco tutti gli elementi positivi, li aveva elencati nei motivi aggiunti depositati il 30 marzo 2025. La Corte d’Appello ha letto e non ha risposto.
C’è poi un secondo profilo, quasi tecnico ma significativo. La difesa aveva chiesto, in subordine, almeno di ridurre la misura di prevenzione al minimo (un anno invece di tre) o di sostituire l’obbligo di soggiorno con il braccialetto elettronico. La Corte d’Appello non ha risposto. Silenzio totale. Anche questo, dice la Cassazione, è un errore. Non si può ignorare una richiesta difensiva facendo finta che non esista.
Il decreto impugnato viene annullato e il caso torna alla Corte d’Appello di Reggio Calabria. I giudici calabresi dovranno rifare il ragionamento da capo, questa volta guardando davvero al presente e non solo al passato. Dovranno spiegare, con argomenti concreti e attuali, se Criaco è ancora pericoloso oppure no. E dovranno rispondere, punto per punto, alle obiezioni della difesa. Dovranno dire se quei sedici anni di carcere contano qualcosa o se sono irrilevanti. Dovranno spiegare perché il trasferimento in provincia di Varese non significa nulla. Dovranno motivare, davvero.
La sentenza tocca un tema che va oltre il caso singolo. Quando finisce la pericolosità di un mafioso? È possibile che una persona condannata per reati gravissimi, dopo anni di carcere e di allontanamento dall’ambiente criminale, non sia più la stessa? O il passato è un’ombra che non si cancella mai? La Cassazione non dà una risposta generale, ma indica un metodo: bisogna guardare i fatti, tutti i fatti. Quelli vecchi e quelli nuovi. Il passato conta, ma non può essere l’unico elemento. Serve una valutazione complessiva, attuale, che non si limiti a ripetere formule standard.
In fondo, è una questione di civiltà giuridica. La pericolosità sociale è uno strumento di prevenzione, non una pena aggiuntiva mascherata. Se diventa automatica, se si applica guardando solo al passato, perde la sua funzione e si trasforma in qualcosa d’altro. In una condanna senza fine, che prescinde dalla realtà e si alimenta solo di sé stessa. La Cassazione, con questa sentenza, rimette le cose al loro posto. Il passato va considerato, ma va pesato insieme al presente. E quando un uomo ha passato sedici anni in carcere, ha studiato, si è allontanato dal territorio, questi elementi non possono essere liquidati con poche righe o con un generico richiamo alla gravità dei reati. Vanno presi sul serio, discussi, valutati. Poi la Corte d’Appello deciderà. Ma almeno dovrà farlo con una motivazione vera, non apparente.