Roberto Rossi è uno dei procuratori di punta della magistratura. Non solo perché dirige un ufficio inquirente di peso come quello di Bari ma anche per il suo attivismo nella campagna per il No alla separazione delle carriere. Formalmente non fa parte del Comitato “GiustodireNo” promosso dall’Anm, ma nel sindacato delle toghe è molto ascoltato. Oltretutto diverse indiscrezioni lo indicano come un possibile candidato al vertice della Procura di Milano, che sarà vacante di qui a un anno, quando l’attuale capo Marcello Viola si congederà dalla magistratura.
Quindi, le dichiarazioni rilasciate dal procuratore Rossi al Corriere della Sera non possono essere archiviate come un’opinione qualsiasi: sono indicative. E colpiscono. Non solo per il tono particolarmente assertivo, che probabilmente è un tratto del magistrato ora alla guida dei pm baresi: basti ricordare l’impeto con cui Rossi disse al viceministro Francesco Paolo Sisto, sul palco di un convegno lo scorso 19 novembre, «ti devi sciacquare la bocca quando parli di Falcone!». Ma non si tratta di questo, non ci scandalizziamo per la vis polemica delle toghe anti-riforma.
Il punto è un altro: il procuratore di Bari risponde così al Corriere quando gli si chiede se la campagna referendaria dei magistrati è un’azione politica: «La battaglia per il No è per i cittadini di fronte al potere politico». In pratica, Rossi descrive l’ordine giudiziario come una schiera di salvatori della patria, investita di una storica missione: evitare che quei disgraziati dei politici compiano le loro nefandezze. Vi sembra una novità? No, non lo è. È il solito schema.
È lo stesso da 34 anni. Dai tempi di Mani pulite. Rossi guarda alla politica con la diffidenza obliqua che si deve agli impostori. E il suo discorso è esattamente una teorizzazione dell’antipolitica. Rivela la profonda motivazione ideologica che anima i magistrati ostili alla separazione delle carriere: tenere in vita l’anomalia istituzionale inaugurata nel 1992. Conservare un’egemonia, tenere la politica sub judice, letteralmente. Sembra una combinazione fra nostalgia e naturale riluttanza a perdere la supremazia acquisita. Rossi dà la netta impressione di essere dentro quello schema: noi magistrati difendiamo il popolo dalle ribalderie dei partiti, per lo più indegni.
Prima obiezione: i magistrati dovrebbero perseguire i singoli reati, non i fenomeni né gli altri poteri della Repubblica in quanto tali. Ma soprattutto, le parole di Rossi certificano il clamoroso equivoco della critica rivolta dall’Anm alla separazione delle carriere: la riforma, dice testualmente il procuratore di Bari, «modifica gli equilibri fra politica e magistratura» e «per questo va bloccata». E certo che modifica gli equilibri. E meno male. Quegli “equilibri” sono alterati. Ed è così da 34 anni. Non è il Parlamento che vuole stravolgere la Costituzione: è la magistratura che vorrebbe mantenere un quadro stravolto rispetto all’idea dei Costituenti, che assegnarono la supremazia al Parlamento, espressione della sovranità popolare.
Come poi la separazione delle carriere possa rimettere in ordine il puzzle della democrazia devastato dal trauma del ’92, è solo in apparenza complicato da spiegare. In realtà è semplice: il quadro cambia perché la carriera dei giudici non sarà più controllata dai pm, e sarà almeno in parte attenuata quell’egemonia che negli ultimi decenni ha consentito alle Procure di tenere in scacco il sistema politico. Ci si arriva non solo e non tanto con la scissione dell’attuale Csm unico, ma soprattutto col sorteggio, che impedirà ai pm, storicamente egemoni nell’Anm e nelle sue correnti, di controllare i togati nel futuro, eventuale Csm dei giudici.
Forse si ridurranno i via libera concessi dai gip alle intercettazioni e agli arresti chiesti dai pubblici ministeri. Forse si ridurrà pure il tasso di rinvii a giudizio ordinati dai gup su richiesta delle Procure. E forse sarà così anche nelle inchieste sui politici. Un male? Dipende dai punti di vista. Dovrebbe essere un bene per chi pensa che l’egemonia dei pm abbia alimentato l’antipolitica e ridotto in macerie la rappresentanza democratica. Dovrebbe essere un passo avanti per chi non esulta di fronte alla carriera di un politico irreversibilmente stroncata, magari, da 17 lunghi processi tutti, come nel caso di Antonio Bassolino, conclusi con una beffarda assoluzione.