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Parla la difesa

Nove processi, nove assoluzioni: l’odissea di Pasquale Bonavota

L'ultima assoluzione è arrivata nel processo Rinascita Scott di Gratteri. Ma intanto si è fatto 10 anni di carcere

07 Gennaio 2026, 10:17

Nove processi, nove assoluzioni: l’odissea di Pasquale Bonavota

Pasquale Bonavota

Tra gli assolti eccellenti del processo di secondo grado sull’inchiesta Rinascita Scott c’è Pasquale Bonavota. La sua vicenda giudiziaria o meglio la sua vita ha dell’incredibile. Classe 1974, nato a Sant’Onofrio, provincia di Vibo Valentia, figlio di un boss della ‘ndrangheta, da quando è minorenne ha subìto nove processi con accuse pesanti: da associazione mafiosa a plurimi omicidi. È stato sempre assolto, assistito nei vari procedimenti dall'avvocato Tiziana Barillaro e in Rinascita Scott anche dai legali Angela Compagnone e Filippo Giunchedi.

Ritenuto al vertice dell’omonima ‘ndrina del suo paese natio, tuttavia ha scontato da innocente oltre dieci anni di carcere, di cui uno e mezzo al 41 bis. Unico neo: una condanna nel 2023 per detenzione di stupefacenti. Le sue colpe? Quelle di essere figlio di un malavitoso, non essere stato creduto nonostante avesse lasciato la Calabria e si fosse ricostruito una vita a Roma, essere stato accusato da diciassette pentiti poi sconfessati. Ma ripercorriamo sommariamente la sua storia.

Nel 1991 suo padre finisce sotto processo per la cosiddetta Strage dell’Epifania, una faida tra ‘ndrine che fece anche due vittime innocenti. Pasquale venne coinvolto nel processo già da minorenne con l’accusa di 416bis. Assolto. Successivamente venne accusato di omicidio su dichiarazione di un pentito. Assolto.

Intanto Pasquale, dopo essersi arrangiato con alcuni lavoretti, inizia una attività di video poker allora legale. «Il mio socio era lo Stato» racconterà pensando ai monopoli. Con i soldi guadagnati lascia la Calabria e si trasferisce a Roma. Voleva, anche se a malincuore, allontanarsi da quella realtà difficile. Nel 2004 viene accusato di essere un narcotrafficante nell’operazione ‘Replay’. Assolto nel 2023. Era stato intanto un anno e mezzo in custodia cautelare ma non aveva nulla a che fare coi i traffici della Calabria. Intanto nel 2007 era finito coinvolto nella operazione ‘Uova del drago’ condotta dalla Dda di Catanzaro. Accusato sempre di associazione mafiosa, stette in carcere quattro anni e mezzo. Assolto. Arriviamo nel 2016. Il pentito Andrea Mantella fa il nome di Bonavota e lo accusa di aver commesso tre omicidi. L’uomo viene arrestato a Roma. Il gip della Capitale non convalida l’arresto con un rigetto che pare una sentenza di assoluzione.

La Dda non ci sta e si rivolge al gip di Catanzaro e viene arrestato di nuovo. Il Riesame confermerà mentre la Cassazione lo libererà. Nel 2018 viene condannato in primo grado all’ergastolo per due omicidi. Da quel momento si renderà latitante. Il 27 aprile del 2023 i carabinieri lo scovano a Genova, mentre pregava seduto su una panca nella cattedrale di San Lorenzo. Poi dirà: «Chiedo scusa al Tribunale per la mia lunga assenza ma che sia chiaro non ero latitante, ero innocente». In appello verrà assolto. «È paradossale che io mi sia dovuto difendere dicendo che mentre avvenivano i fatti di cui mi accusava Mantella ero in carcere, in custodia cautelare». Ma non finisce qui perché nel 2019 viene arrestato nell’ambito dell’inchiesta Rinascita Scott del procuratore Nicola Gratteri. Anche in questo caso è stato accusato di 416bis. Condannato in primo grado, è stato assolto qualche giorno fa.

Ma intanto è stato un anno e mezzo in regime di carcere duro. Insomma una odissea giudiziaria la sua, coinvolto probabilmente per un indecifrabile reato di parentela e per essere nato nella parte sbagliata del Paese dove anche se tenti di ricostruirti una vita sana altrove rimane sempre lo stigma del criminale addosso anche se non hai fatto nulla. «Intanto - ci dice l’avvocato Angela Compagnone - trovo incivile che un soggetto sia segregato in regime di 41-bis o.p. che andrebbe abolito poiché totalmente incompatibile con la cultura di uno Stato di diritto. E aggiungo, ricordando una frase del prof. Cordero, che se nel processo penale la caccia vale più della preda, bisognerebbe evitare il “bracconaggio” riconoscendo, una volta per tutte, l’estraneità di Pasquale Bonavota al contesto associativo di riferimento, come peraltro dimostrato dalle 9 assoluzioni emesse in suo favore». Prosegue l’avvocato Tiziana Barillaro: «Difendere Pasquale Bonavota è stata un’operazione titanica. Anni ed anni di lavoro, di studio, di strategia per controesaminare lo stuolo di testimoni, tra polizia giudiziaria e pentiti che lo hanno perseguito ed accusato ingiustamente. Questo caso fa riflettere sull’utilizzo dei cosiddetti collaboratori di giustizia le cui dichiarazioni andrebbero verificate e non prese per oro colato».

E ancora: «durante le ultime indagini per il reato associativo mancavano “intercettazioni” capaci di legare Pasquale Bonavota ai suoi presunti sodali, ovvero ad affari illeciti. Sicché, la procura intercettò in maniera illegale le conversazioni tra me e il mio assistito. Alla fine vennero stralciate ma nessuno ha pagato per una violazione così grave». E ha concluso: «Il paradosso è proprio questo, perché in un sistema improntato al garantismo difendere chi non è colpevole dovrebbe essere la cosa più facile». E invece. Infine per l'avvocato Filippo Giunchedi «Il giudizio di appello di Pasquale Bonavota costituisce una pagina felice della giustizia italiana che invita a crederci sempre, come ha fatto il nostro assistito».