Giovedì 08 Gennaio 2026

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Le correnti vogliono "prendersi" le super-procure: ecco perché fanno slittare il referendum

I magistrati sostengono il tentativo di ritardare il voto sulla riforma in modo che Nordio non faccia in tempo a varare le leggi attuative: in quel caso di andrebbe avanti con un Csm eletto con le vecchie regole...

06 Gennaio 2026, 19:34

07 Gennaio 2026, 07:55

cesare Parodi

Un grande “Slam”, o per meglio dire un “triplete”. Stiamo parlando delle nomine, previste per il prossimo anno, dei vertici delle tre Procure più importanti del Paese: Milano, Roma e Napoli. Potrebbe essere questo l’obiettivo, ovviamente inconfessabile, dietro la strategia con cui l’Associazione nazionale magistrati cerca di ritardare la data del referendum sulla separazione delle carriere, a partire dal dichiarato sostegno alla raccolta delle firme dei cosiddetti “volenterosi”, concepita proprio per impedire al governo di indire la consultazione nella prima metà di marzo. È una strategia complessa, che va ricostruita.

Nei giorni scorsi, com’è noto, è partita una raccolta di firme, promossa da quindici cittadini “volontari”, con lo scopo di chiedere il referendum sulla riforma costituzionale della magistratura. «Firmiamo per fermarli», ha scritto in un editoriale Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, giornale schieratissimo contro il “divorzio” fra pm e giudici voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. La raccolta delle firme, come però è stato ricordato da autorevoli costituzionalisti, non può fermare un bel nulla, e tanto meno il referendum che è stato già ammesso, ma solo, almeno in teoria, promuoverne un altro. Lo scopo recondito dell’iniziativa consiste quindi esclusivamente nel far slittare il più possibile in avanti la data del voto, che il governo vorrebbe individuare nel 22 marzo. E ciò in considerazione del fatto che terminata la raccolta di queste firme, prevista per la fine del mese di gennaio, ci sarebbero almeno due mesi per le incombenze di legge, con l’Ufficio centrale della Cassazione chiamato a esprimersi con un’ordinanza sulla loro legittimità e su quella del quesito referendario, il Consiglio dei ministri convocato per deliberare in tal senso e, infine, il decreto per il voto del presidente della Repubblica entro 60 giorni.

Il primo a sollevare il caso è stato, due giorni fa, in un’intervista al Tempo, il deputato di Forza Italia Enrico Costa, coordinatore insieme al collega Pierantonio Zanettin, del “Comitato cittadini per il Sì”, presieduto da Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora. «Vogliono restringere la finestra per mettere a punto le norme attuative», ha dichiarato Costa al quotidiano diretto da Daniele Capezzone, «vorrebbero eleggere il prossimo Csm con le correnti anche se vincesse il Sì: la speranza è che non cambi nulla», ha aggiunto Costa.

E in effetti le tempistiche giocano tutte a favore della tesi del “triplete”: l’attuale Csm scadrà fra un anno esatto, e per quella data, in caso di vittoria del Sì, dovranno essere già pronti i due nuovi Consigli superiori (uno per i pm e uno per i giudici), i cui componenti sarebbero eletti con il sorteggio; ma appunto, perché il nuovo disegno costituzionale trovi attuazione, deve essere varata, entro il 2026, la legge attuativa prevista dall’articolo 8 della riforma costituzionale, in modo da realizzare in concreto lo “sdoppiamento” dell’organo di governo autonomo, con il personale amministrativo che dovrà scegliere in quale Csm andare. La nuova sede, va detto, è stata già individuata in un immobile sequestrato alla mafia a qualche centinaio di metri da Palazzo Bachelet, in via Andrea Cesalpino, dove i lavori di ammodernamento procedono speditamente con la loro fine prevista entro l'anno.

E qui che si inseriscono le nomine dei tre super-procuratori, ma anche del futuro procuratore nazionale Antimafia e del pg di Cassazione. Il futuro eventuale Csm dei pm, infatti, a differenza dell’attuale, dovrebbe “riscrivere” nel vero senso della parola la governance delle Procure italiane, procedendo alle nomine dei vertici dei più importanti uffici requirenti. Nomine, va ricordato, sempre “incandescenti”: quando si tratta di indicare i capi dei pm nelle sedi giudiziarie principali, la tanto sbandiera “unanimità” in plenum finisce per far posto al Tar.

Le nomine di queste super-Procure sono l’esempio perfetto di ciò, con contenziosi amministrativi interminabili.
Andando nel dettaglio: il primo posto che si libererà sarà quello della Procura di Milano, con l’attuale capo Marcello Viola che si congederà per raggiunti limiti anagrafici a febbraio 2027. Poi sarà la volta di Roma, con l’uscita di scena di Francesco Lo Voi, e infine di Napoli, con il congedo di Nicola Gratteri. Nel 2028, ad aprile, andrà in pensione il pg della Cassazione Pietro Gaeta. L’ultimo a dire addio alla toga a causa dell’anagrafe sarà il capo della Dna Giovanni Melillo. Per i loro successori alcuni nomi stanno già girando.

Titolo preferenziale sarà aver già ricoperto il ruolo di procuratore distrettuale. Ma l’amplissima discrezionalità del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria ha lasciato, finora, “mani libere” all’attuale Csm “unico” e dunque alle correnti che lo controllano. Come si comporterebbe, invece, un Csm di sorteggiati? Forse è meglio, il pensiero di molti nei gruppi associativi della magistratura, andare sul sicuro e affidarsi ai tradizionali accordi. Non è impossibile: sarebbe così, pur a fronte di una vittoria del Sì al referendum, qualora la legge attuativa non fosse approvata in tempo per formare i due eventuali nuovi Consigli superiori. In quel caso, resterebbe in vigore, per un altro quadriennio, il Csm unico controllato dalle correnti: lo prevede la stessa riforma Nordio al comma 2 del già citato articolo 8. Giulio Andreotti diceva: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. Chissà cosa avrebbe detto oggi.