Il fronte del Sì
Antonio Di Pietro già pm di Mani Pulite
«Sono stato poliziotto, commissario, magistrato, indagato, parte civile, testimone, avvocato. Ho indossato ogni abito processuale. E a seconda della giacchetta che porti, cambia tutto». Antonio Di Pietro parla senza filtri in un’intervista a La Verità, raccontando cosa significhi trovarsi dall’altra parte della barricata. «Quando diventi imputato – spiega – si innesta un timore difficile da comprendere. Non c’è niente da fare».
Al centro del suo ragionamento c’è un nodo che, secondo l’ex pm di Mani Pulite, incide profondamente sulla percezione di giustizia: «È il connubio tra accusa e giudice che intimorisce. Quando uno dei giocatori fa anche l’arbitro, non ci si sente sereni». Un’affermazione che nasce dall’esperienza personale. «Dopo aver lasciato la toga ho subito richieste di rinvio a giudizio incredibili. Mi sono difeso, certo. Ma intanto la mia carriera, prima da magistrato e poi da politico, è stata distrutta».
Di Pietro ricorda anche il passaggio alla politica e le conseguenze giudiziarie che lo accompagnarono. «Dopo due anni da imputato a Brescia sono stato nominato ministro nel governo Prodi. Sei mesi dopo mi sono dovuto dimettere: avevano pubblicato la notizia di un altro avviso di garanzia. Alla fine sono stati condannati i miei accusatori». E sugli ex colleghi è netto: «Nessuno mi ha difeso. Ero un battitore libero. Questo ha dato forza a Mani Pulite, ma quando mi sono ritrovato sotto inchiesta ero completamente nudo».
Oggi l’ex magistrato è stato coinvolto dalla Fondazione Luigi Einaudi, scelta che rivendica come coerente con il suo percorso. «Non mi sarei mai schierato con un partito. Questa riforma serve ai cittadini. Il referendum sarà tre per uno: separazione delle carriere, sorteggio e Alta Corte disciplinare. Bisogna votare sì, per non continuare a mischiare cavoli e fagioli».
Secondo Di Pietro, le resistenze più dure arrivano dal sistema delle correnti. «Cosa spaventa i ferocemente contrari? Il fatto che non risponderebbero più alla propria corrente, ma alla propria coscienza. Abbiamo scoperto il caso Palamara perché l’abbiamo intercettato. Ma quanti altri Palamara c’erano nel Consiglio superiore della magistratura?».
Il danno di credibilità, per l’ex pm, è evidente. «Ai tempi di Mani Pulite il consenso verso la magistratura era del 97%. Oggi non arriva al 50». Una caduta che attribuisce anche ai magistrati stessi: «Una grossa fetta di responsabilità ce l’hanno loro, perché non hanno mai fatto autocritica. A cominciare dall’Associazione Nazionale Magistrati. Se cerchi chi ha commesso un reato fai il tuo dovere. Se fai indagini esplorative, nella rete finiscono tanti innocenti. Su cento persone, ne vengono condannate una ventina in primo grado, poi ancora meno».
Alla domanda sul potere delle toghe, Di Pietro risponde senza esitazioni: «I magistrati hanno cento volte più potere dei politici. È per questo che è balzana l’idea della loro sottomissione al governo. Un pubblico ministero non è subordinato a nessuno. Può essere fermato solo da un altro pm o da un quintale di tritolo».