di Fabrizio Cicchitto
Non c’è niente di peggio delle mele marce. Questa è - sia detto senza nessuna volontà di offendere - la situazione che riguarda la magistratura dopo che anni fa non si sono tratte le dovute conseguenze dalla trasformazione del sistema inquisitorio al sistema accusatorio. Questa crisi della magistratura si è risolta anche in una crisi dell’Italia perché si è tradotta nell’involuzione dello stesso sistema politico largamente influenzato dalla magistratura dagli anni '90 in poi.
La trasformazione del rito inquisitorio a quello accusatorio avrebbe dovuto portare come logica e quindi immediata conseguenza a ciò di cui stiamo parlando solo adesso, dopo che è avvenuto di tutto, anche il fatto che nel ‘92-‘94 gli interventi di due pool, il pool dei pm di Milano e quello dei direttori dei quattro giornali, coperti dai poteri forti e sul piano mediatico dalle tv di Berlusconi, che ha voluto salvarsi quando ha capito che Craxi era condannato ad infera, hanno operato nella sostanza una vera e propria rivoluzione perché tale è stata l’eliminazione di ben cinque partiti regolarmente eletti al Parlamento.
La novità è stata che si è trattato di un moderno colpo di Stato realizzato a colpi di avvisi di garanzia, di arresti per ottenere confessioni e attraverso un GIP unico a disposizione della Procura e non di carri armati, paracadutisti, e altri arnesi militari. Se Curzio Malaparte fosse stato ancora vivo, avrebbe dovuto scrivere una nuova versione-edizione del suo libro Tecniche di un colpo di Stato.
La mancata separazione delle carriere fatta in immediata successione e come conseguenza dell’adozione del rito accusatorio, ha avuto sul terreno giudiziario come conseguenza che una associazione del tutto privata, cioè l’ANM, si è impadronita di una sede costituzionale cioè del CSM e lo ha gestito in modo insieme del tutto assoluto e arbitrario cioè attraverso l’intesa politica tra le correnti della magistratura che hanno proceduto a promozioni, assegnazioni di sede, molto rari procedimenti disciplinari, non per titoli ma per contrattazione e lottizzazione.
Da questo snodo fondamentale sono derivate tutte le perversioni possibili e immaginabili, in primo luogo il CSM è stato gestito da una associazione nella quale la divisione della Magistratura era per correnti politiche, destra, centro e sinistra. Già questo di per sé è una bella contraddizione rispetto alla conclamata indipendenza e autonomia della magistratura. In quel quadro già di per sé perverso si è verificata poi una perversione ulteriore. Magistratura democratica dal ‘68 in poi (quando Beria d’Argentina è stato mandato in esilio) si è correlata a un partito, il PCI, caratterizzato da una gestione centralizzata e autoritaria fondata sul centralismo democratico che ha prodotto come conseguenza al suo interno il “partito dei giudici”, inserito nel Partito più vasto, il PCI, tant’è che abbiamo avuto insigni personaggi, uomini e donne (potremmo fare i nomi) e a rotazione per cinque anni magari presiedevano la commissione giustizia di Camera e Senato, in quella successiva tornavano in magistratura e poi chiudevano in bellezza ridiventando personalità significative del Parlamento italiano.
Comunque già di per sé la divisione della magistratura in tre correnti di ispirazione politica ha costituito un’enorme contraddizione da nessuno contestata. Poi su questo terreno si è verificata un’altra perversione, tutta di carattere politico, con implicazioni istituzionali visto che il CSM è presieduto dal presidente della Repubblica. Ebbene, non era scritto da nessuna parte se non in una sorta di atipica “costituzione materiale” che la maggioranza di Anm e quindi quella di gestione del Csm dovesse essere basata sulla alleanza fra il centro di Unicost e la sinistra di Md e derivate. Ma ciò ha rappresentato l’elemento costante e ineliminabile di molti anni. Ad un certo punto però Palamara di Unicost che è stato uno delle venti persone che hanno gestito tutta la baracca di Anm e del Csm per molti anni, forse influenzato dalla personalità di Cosimo Ferri, ha rovesciato questa alleanza che doveva essere infrangibile e si è alleato con la destra di Costituzione Indipendente.
A quel punto c’è stato lo tsunami. Palamara e’ stato indagato per una corruzione inesistente, che però ha consentito di mettere nel suo telefonino il trojan e quindi di intercettarlo a correnti alternate da parete della Guardia di Finanza di Roma (quando parlava con Pignatone le intercettazioni venivano interrotte). A quel punto cioè MD per reagire ad un cambio di maggioranza non si è servita di un solitario killer inquisitorio, ma ha usato la bomba atomica: Palamara infatti non era un solitario inquinatore di promozioni e trasferimenti, ma era uno fra i venti che gestivano il pentolone: però il trojan ha fatto uscire allo scoperto tutto quello che bolliva in pentola.
A quel punto tutto il traffico è stato messo allo scoperto ma con un atto di suprema ipocrisia (si è trattato dell’unica decisione di Mattarella che il sottoscritto non ha condiviso), quel CSM non è stato tutto azzerato ma invece il solo Palamara è stato espulso dalla magistratura, operazione del tutto forzata e incredibile. Siccome però le vie del Signore sono infinite, è accaduto che al governo è andato il centrodestra, che non ha mai brillato certamente per garantismo, ma che era estraneo a tutto quel sistema di potere. Per di più è andato al ministero di Grazia e Giustizia un liberale che per la professione di Pm esercitata in tutta la sua vita, conosceva a puntino i meccanismi di questo sistema perverso.
Così finalmente con alcuni decenni di ritardo adesso si sta cercando di compiere un atto che avrebbe dovuto essere realizzato immediatamente. Non a caso le resistenze sono state fortissime e l’Anm, indebita proprietaria del Csm, è discesa in campo arrivando al punto di arroganza di convocare la sua assemblea costitutiva del comitato per il No addirittura nella sede delle riunioni a sezioni riunite della Cassazione: non sappiamo se per questa riunione assolutamente privata l’Anm ha pagato l’affitto di una sede così prestigiosa.
Tutto ciò premesso affrontiamo nel merito alcune delle balle messe in giro dai campioni del No, primo fra tutti Gratteri. La separazione delle carriere trasformerebbe il pm in una sorta di super poliziotto: di grazia perché non lo è già, visti i poteri inquisitori di cui gode, del rapporto che ha con l a polizia giudiziaria, di come può gestire ad libitum intercettazioni, arresti e, badate bene, conferenze stampa plenarie su questa o quella accusa, dove intorno al tavolo siedono sia i pm che gli alti ufficiali della polizia giudiziaria. La conseguenza della separazione delle carriere sarebbe quella di sottolineare che l’accusa è una delle parti in causa e che quindi quelle conferenze stampa sono una iniziativa mediatica di parte e non una sentenza anticipata come rivendicava giustamente Borrelli. Piuttosto, siccome non tutto il male viene per nuocere, la scelta di una carriera, quella inquisitoria, dovrebbe spingere ad una maggiore specializzazione che forse porterebbe ad evitare la catena di errori che viene squadernata ogni mese davanti a tutti e il recupero delle capacità professionali largamente perse di colui che a suo tempo svolgeva il ruolo di giudice istruttore.
Seconda balla proclamata da Gratteri e amici: la separazione comporterebbe la subalternità del Pm all’esecutivo: nel testo della legge e’ scritto il contrario e il contatto di fu anche detto da Falcone, chiamato in causa del tutto a sproposito. Infine, veniamo al fango gettato sul sorteggio. In primo luogo per sorteggio vengono nominate le giurie popolari e i giudici del Tribunale dei Ministri, in secondo luogo non capiamo l’attacco sferrato ai loro colleghi dai portavoce della tesi del NO. Secondo questa tesi, soggetti come i magistrati che hanno il potere di mandare in galera, addirittura all’ergastolo, i cittadini non sarebbero invece in grado di valutare le capacità professionali dei loro colleghi.
L’osservazione è giusta solo se è riferita al sistema attuale dove solo un numero assai limitato di specialisti presenti alla guida delle correnti sono in grado di valutare la ponderazione e la combinazione delle lottizzazioni da realizzare, tenendo conto dell’importanza delle sedi e dei ruoli da dividere. Ciò detto, la partita è certamente aperta, perché per una parte della sinistra - con la Cgil in prima fila - si tratta di difendere un sistema di potere che nel ‘92-‘94, venuta meno la divisione del mondo in due blocchi, aveva portato ad un passo di conquistare interamente il potere politico da parte del PCI- PDS, d’intesa con i poteri forti che conservavano interamente il potere economico.
Allora ci volle l’ingresso in campo di Berlusconi con il suo carisma, le sue televisioni, la sua forza finanziaria (conflitto di interesse) a bloccare quella operazione rivoluzionaria che altrimenti sarebbe pienamente riuscita. Certamente, in seguito a quella spericolata discesa in campo (contestata da suoi amici esperti su come vanno le cose in Italia cioè Gianni Letta e Fedele Confalonieri) Berlusconi ha avuto il merito storico di avere evitato che il potere fosse assunto da alcuni pool dei pm delle procure più significative e dai ragazzi di Berlinguer alla guida del PDS. Quella sortita di Berlusconi però nel lungo periodo non ha evitato che l’eliminazione della classe politica della Prima Repubblica non si traducesse nel deterioramento qualitativo nettissimo di partiti, leader di partiti, e del Parlamento nel suo insieme, al di là delle divisioni politiche che oramai si traducono solo in risse da Western all’italiana. Ma questa è tutta una altra storia che va al di là del tema oggi in discussione che è quello del referendum con la separazione delle carriere.