Dopo l’ok alla direttiva anticorruzione, Conte e i suoi dicono: «Italia umiliata». Il ministro: «Solo fake news»
Il conflitto durava ormai da due anni e mezzo. Dalla prima iniziale proposta di direttiva anticorruzione elaborata tra Europarlamento e Consiglio Ue. Nella bozza dell’estate 2023 si ipotizzava di considerare obbligatoria l’adozione del reato di abuso d’ufficio in tutti gli Stati membri.
Inizia lì un faticoso e paziente lavoro diplomatico condotto dal governo di Roma, e innanzitutto dal guardasigilli Carlo Nordio. Lavoro premiato martedì scorso con l’approvazione del testo finale a Bruxelles. Di fatto, la soluzione concordata lascia ai Paesi dell’Unione la facoltà di determinare le fattispecie di reato capaci di contrastare “alcune gravi violazioni relative all’esercizio illecito di funzioni pubbliche”. Non sarà obbligatorio dunque mantenere (o reintrodurre, nel caso dell’Italia) un reato di “abuso d’ufficio” come quello che il ddl penale di Nordio ha cancellato dal codice nel 2024. Ma sull’interpretazione della direttiva, deflagra una polemica a distanza fra il ministro della Giustizia e il Movimento 5 Stelle.
Di avvisaglie se n’erano già colte tre giorni fa, quando Giuseppe Conte in persona aveva parlato di «brutta figura del governo di Roma», che la direttiva Ue avrebbe costretto a «introdurre, almeno per le fattispecie più gravi, il reato di esercizio illecito di funzione pubblica, in pratica l’abuso d’ufficio che Meloni e Nordio si sono intestarditi a cancellare». L’offensiva di Conte fa leva sulla lettura dell’accordo offerta dall’eurodeputato M5S Giuseppe Antoci, che ha preso parte ai lavori preliminari confluiti poi nel cosiddetto “trilogo”, il confronto informale fra Europarlamento, Consiglio Ue e Commissione di Bruxelles in cui si sono consumate le ultime trattative.
Le dichiarazioni del Movimento arrivano nella tarda serata di martedì, e hanno un “riverbero differito”: solo ieri mattina, infatti, Nordio interviene con una lunga dichiarazione in cui liquida come fake news le interpretazioni diffuse dai contiani: «La direttiva anticorruzione è stata approvata il 2 dicembre accogliendo le istanze dell’Italia, sostenute dalla maggioranza degli altri Stati membri. Alla fine», replica il guardasigilli, «il reato di abuso d’ufficio, originariamente previsto, è stato completamente stralciato. Hanno evidentemente convinto le nostre argomentazioni: l’Italia ha altri e molti reati, più di 17 fattispecie, che combattono i comportamenti illeciti dei pubblici funzionari».
Dopodiché Nordio si rivolge chiaramente a Conte, e ne ricorda l’estrazione forense oltre che la leadership politica: «Sorprende che un esponente dell’opposizione, che è anche un giurista, possa storpiare la narrazione dei lavori della commissione. Dovrebbe essere noto a tutti che è stato chiesto agli Stati membri di indicare quali reati, nel loro ordinamento, criminalizzano già condotte gravi dei pubblici ufficiali. La direttiva, quindi, mette in cantina il delitto di abuso come norma prevista dall’Ue di 'default': agli Stati, invece, scegliere quali reati già vigenti realizzano gli obiettivi di difesa della legalità». Fino al passaggio chiave del discorso: «Proprio la completa eliminazione della norma dell’abuso d’ufficio dalla direttiva e il 'mandato agli Stati membri' per indicare reati già esistenti nei loro sistemi, testimonia la credibilità della posizione italiana che, come detto, ha incassato il largo sostegno anche degli Stati membri del Consiglio. Svanito, dunque, l’obbligo di reintrodurre l'art. 323 c.p.».
I cinquestelle non si arrendono. Non lo fa Antoci, in particolare, che aveva “istigato”, di fatto, le dichiarazioni di Conte e di altri pentastellati, come la capogruppo Giustizia alla Camera Valentina D’Orso: «Stupiscono le dichiarazioni del ministro Nordio», è la contro-obiezione di Antoci, «per la confusione giuridica e l’assenza di una rigorosa analisi del testo sulla direttiva. L’articolo 11 prevede l’obbligo di recepire il reato di 'esercizio illecito di funzione pubblica', proprio il nostro ex abuso d’ufficio». Ma Antoci non nasconde il carattere quanto meno controverso delle sue stesse valutazioni che, spiega sarebbero basate su un “parere giuridico”, e non su fonti istituzionali: più precisamente, su considerazioni svolte dai «servizi giuridici del Parlamento europeo», secondo i quali, riferisce l’europarlamentare 5S, vi sarebbe «obbligo di dare attuazione attiva all’articolo 11, e dunque all’abuso d’ufficio, nell’ordinamento giuridico italiano», con la sola “concessione” che riguarderebbe «l’ambito di applicazione del reato, per il quale si concedono maggiori margini di manovra agli Stati membri».
Secondo fonti diplomatiche, invece, le cose stanno come spiegato da Nordio nella propria dichiarazione di ieri: «Gli Stati membri potranno scegliere quali fattispecie includere nell’ordinamento nazionale, l’intesa lascia flessibilità». Bisogna guardare al passaggio in cui si stabilisce la necessità di perseguire non una particolare tipologia di illecito, ma appunto “alcune gravi violazioni nell’esercizio di funzioni pubbliche”, e sarebbe quell’“alcune” a lasciare i singoli Paesi la facoltà di scegliere quali condotte contrastare.
Alla fine l’abolizione dell’abuso d’ufficio è salva. Ma, a occhio, la pervasività normativa di Bruxelles e Strasburgo sembra comunque spingersi ben oltre il principio di sussidiarietà previsto dal Trattato di funzionamento dell’Ue.