La “durata stimabile” (o disposition time) dei giudizi di primo grado aumenta (seppur dello 0,4%) anziché viaggiare verso il fantomatico -40% concordato per il Pnrr. Eppure la riforma di Cartabia, e soprattutto di Draghi, aveva proclamato che la trattazione scritta delle udienze avrebbe risolto tutto…
Difficile proporre una chiave di lettura unica. Se non la sola possibile quando si tratta di giustizia: tagliare i tempi dei diritti è impossibile. Così come è vero che ridurre i tempi dei processi è senz’altro necessario affinché la tutela dei diritti sia effettiva, e non solo virtuale (un credito recuperato quando ormai l’impresa creditrice è sommersa dalle difficoltà è un diritto negato).
In ogni caso, i dati sull’andamento della giustizia civile contenuti nella relazione di via Arenula sul 2024 smontano la favola per cui sarebbe bastato costringere gli avvocati a starsene lontani dai tribunali per sistemare ogni cosa. È una favola che la riforma intestata a Marta Cartabia – ma il cui “genitore naturale” è innanzitutto Mario Draghi – aveva preteso di realizzare anche attraverso i limiti molto stringenti imposti ai difensori nel deposito di domande e atti utili alla parte assistita. Una blindatura procedurale che si è accompagnata alla blindatura fisica, cioè al permanere delle “norme covid” sulla trattazione scritta dei procedimenti.
Ma appunto, irrigidire e smaterializzare il processo civile non è servito: nello scorso anno, il disposition time per i giudizi di primo grado è infatti aumentato, seppur di pochissimo. Si tratta del tempo in cui, prevedibilmente, verranno definite le controversie nell’anno in corso (in base al rapporto tra i giudizi pendenti alla fine dell'anno precedente certo anno e quelli definiti sempre nei 12 mesi appena trascorsi): è passato dai 486 giorni del 2023 ai 488 del 2024, con un incremento dello 0,4%.
Un’inezia, certo. Ma che tiene lontani gli iperbolici obiettivi concordati con l’Europa al momento di ottenere i fondi per il Pnrr: tra le condizioni poste da Bruxelles per concedere al Belpaese i famosi 194,4 miliardi, c’era appunto un taglio pari al 40% della “durata stimabile” delle cause civili entro il giugno 2026, taglio relativo a tutte e tre i gradi di giudizio e misurato sul dispositon time dell’ultimo anno precedente alla pandemia, il 2019.
Dopo la performance non entusiasmante del 2024 (riduzione della durata complessiva prevedibile pari ad “appena” il 3,2%, e solo grazie al bilanciamento assicurato, rispetto all’affanno dei Tribunali, da Corti d’appello e Cassazione), la riduzione è al 20,1% rispetto al “benchmark” di 5 anni fa. La metà di quanto si sarebbe dovuto conseguire.
Il vero nodo è nella fatica esasperante accusata ancora da alcuni uffici di primo grado, lentezza che peggiora la media nazionale ma che non può essere attribuita, a quanto risulta, a una particolare indolenza di magistrati e personale amministrativo: è tutto legato, casomai, all’aumento delle cause in entrata, cioè dei nuovi procedimenti iscritti a ruolo, pari al +12,4%. Crescita che riguarda soprattutto un ambito, quello delle richieste di cittadinanza e protezione internazionale, legato a sua volta a fattori incontrollabili. Ne è consapevole il governo e, in particolare, il dicastero guidato da Carlo Nordio.
A fotografare lo stato dei lavori con un dossier è il Sole-24 Ore di oggi. Resta l’evidenza di una iper-razionalizzazione delle procedure letteralmente travolta dalla realtà. Fatta di casi limite, come per il Tribunale di Venezia, uno dei veri e proprio bug (incolpevoli) del sistema: c’è un’ondata anomala di richieste di riconoscimento della cittadinanza avanzate non da stranieri miracolosamente scampati ai naufragi nel Mediterraneo, ma da cittadini brasiliani che vantano avi in veneto e si rivolgono – per trasformare la “circostanza storica” in “diritto a diventare italiani”, appunto, al Tribunale distrettuale più importante della Regione. Sono dati che fanno impressione: domande di cittadinanza in aumento del 1.138% rispetto al 2022. Parliamo di qualcosa come 36mila fascicoli.
La conseguenza è che, rispetto al 2019, il disposition time di Venezia, anziché ridursi, è saliti addirittura del 123%. A Trieste e L’Aquila si assiste allo stesso fenomeno fuori controllo, in proporzioni appena attenuate.
C’è un fantasma dietro l’angolo: il tracollo dei numeri per circostanze impossibili da preventivare potrebbe istigare a un’ulteriore stretta delle procedure e dell’accesso ai diritti sia il legislatore italiano e sia i vigilanti eurounitari, fisicamente presenti negli uffici del governo, a cominciare proprio da via Arenula.
L’incubo cioè è in una spirale ossessiva di chiusure dell’accesso alla giustizia: si è già tradotta nell’esasperata cartolarizzazione delle udienze, ereditata dal covid e conservata nonostante la rivolta dell’avvocatura. E di recente, il raptus preclusivo è riemerso prima col tentativo, scongiurato, di subordinare l’iscrizione a ruolo al versamento dell’intero contributo unificato, e poi con la norma, introdotta dal decreto 36 del 2025, secondo cui possono pretendere di diventare italiani solo gli stranieri che vantino non un quadrisavolo ma un genitore o un nonno nati sul suolo del Belpaese. Una rincorsa con poche speranze di successo, evidentemente.