Giovedì 09 Aprile 2026

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Recensione

Il virus dell’eroina: da Lucky Luciano alle stragi di mafia

Contro le narrazioni romanzate che inquinano università e tribunali, Iervolino con il libro "Il Contagio" ricostruisce la metamorfosi economica che portò Cosa Nostra a sfidare e condurre guerra allo Stato

09 Aprile 2026, 10:21

Il virus dell’eroina: da Lucky Luciano alle stragi di mafia

C’è un ragazzo morto nel bagno di un cinema di Palermo, nel 1979. Vent’anni, forse meno. Una siringa accanto al corpo, la felpa strappata, il pugno chiuso. Nessuno lo reclama, nessuno sa come si chiami. Massimiliano Iervolino apre con questa immagine il suo Il Contagio della Marlin Editore, e fa bene a farlo, perché in quel corpo abbandonato c’è già tutto il senso del libro: la mutazione silenziosa di Cosa Nostra, il modo in cui un’organizzazione criminale arcaica ha cambiato natura grazie all’eroina, diventando qualcosa di molto più pericoloso di quanto chiunque avesse immaginato. Prima di entrare nel merito del libro, vale la pena dire una cosa che Iervolino, ex segretario dei Radicali Italiani, non dice esplicitamente ma che il libro impone di pensare.

Da anni, il racconto pubblico sulla mafia è stato oscurato da teorie romanzesche: dietrologie stratificate, trame di Stato costruite a tavolino, connessioni occulte usate come chiave di lettura universale. Quelle narrazioni hanno avuto vita lunga, sono entrate nelle facoltà universitarie, hanno riempito convegni. Recentemente, persino nell’aula di Giurisprudenza di Palermo si sono udite ricostruzioni che nulla hanno a che vedere con i fatti, la Storia. Il problema non è la complessità: la storia di Cosa Nostra è complicata per davvero. Il problema è che il teorema complottista, quando prende il posto dell’indagine documentale, finisce per spostare l’attenzione da ciò che conta. E ciò che conta, come insegnò Giovanni Falcone, è il denaro. Sono gli interessi economici. È quando li senti minacciare sul serio che la mafia ricorre agli omicidi eccellenti e alle stragi. Il maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino fu devastante proprio perché colpì lì, nel cuore del sistema economico di Cosa Nostra. Il Contagio parte esattamente da questo punto, e lo fa con rigore documentale.

Il libro di Iervolino è costruito su sentenze, relazioni parlamentari, atti processuali, rapporti internazionali e cronache d’epoca. Non ci sono confidenze di pentiti conosciuti per la prima volta dall’autore, non c’è spazio per le voci non verificabili. Lo stesso autore segnala nell’introduzione di aver cercato accesso alle carceri per raccogliere testimonianze dirette: gli è stato negato. Una richiesta formale è rimasta senza risposta, un’interrogazione parlamentare depositata dall’onorevole Giulia Pastorella non ha ottenuto chiarimenti. Da questa chiusura istituzionale nasce una scelta metodologica precisa: seguire i documenti, rimettere in fila le prove, ascoltare il silenzio delle omissioni. È una postura intellettuale onesta e, in un panorama editoriale spesso orientato allo scoop narrativo, anche piuttosto rara. La tesi centrale è dichiarata senza esitazioni: tutto è cominciato con l’eroina. È da lì che la mafia ha ricavato tonnellate di miliardi. Quei soldi che saranno investiti nel giro dei grandi appalti, la corruzione politica e la militarizzazione vera e propria.

La svolta nasce dall’incontro tra la mafia siciliana e quella americana, un rapporto che si consolida nel 1957 durante il summit segreto all’Hotel delle Palme di Palermo, quando le due organizzazioni iniziano a parlare seriamente di droga. Da quel momento si apre un arco di trentasei anni – fino all’arresto di Totò Riina nel 1993 – in cui Cosa Nostra passa dai campi alle città, dall’intimidazione fisica al dominio economico, dall’onore al profitto puro. Per capire questa trasformazione, Iervolino fa una cosa importante: comincia dall’America. La mafia americana, nata nell’emigrazione siciliana e cresciuta nel Proibizionismo, aveva già imparato decenni prima cosa significa trasformare il crimine in impresa. Tra il 1920 e il 1933, con il divieto degli alcolici, i clan avevano costruito rotte, logistica, strutture di distribuzione, sistemi di corruzione politica. Quando il Proibizionismo finì, quell’organizzazione era già un sistema stabile, gerarchico, capace di generare profitti miliardari e di reinventarsi.

Lucky Luciano e la Commissione ne avevano fatto un modello globale. Quando quel modello tornò in Sicilia, attraverso uomini e capitali, non si limitò a influenzare la vecchia struttura contadina: la contaminò dall’interno. Fu un contagio di ritorno, economico e culturale insieme. Il libro ripercorre la storia della mafia siciliana con una lucidità che non concede nulla al folklore. Le origini agrarie, il controllo delle terre, la violenza al servizio dei proprietari terrieri, la trasformazione urbana con il “Sacco di Palermo” degli anni Sessanta. La speculazione edilizia viene ricostruita con dati precisi: più di quattromila permessi edilizi concessi in quegli anni, tremila dei quali rilasciati a cinque prestanome, tra cui pensionati nullatenenti come Salvatore Milazzo, Lorenzo Ferrante, Michele Caggeggi, Francesco Lepanto e Giuseppe Mineo.

Dietro di loro operavano figure come Vito Ciancimino, assessore ai Lavori pubblici con origini corleonesi, e Salvo Lima, garante politico democristiano del sistema. La prima guerra di mafia degli anni Sessanta viene narrata senza semplificazioni. La scintilla, secondo diverse versioni tra cui quella di Tommaso Buscetta, fu una partita di eroina diretta verso gli Stati Uniti, finanziata da più famiglie. Quando il denaro non tornò e Calcedonio Di Pisa venne accusato di trattenere i profitti, la tregua saltò. Fu la prima volta che l’eroina entrò come causa diretta di un conflitto interno a Cosa Nostra. La strage di Ciaculli del 30 giugno 1963, con sette morti tra militari e carabinieri uccisi dall’esplosione di un’Alfa Romeo Giulietta, scosse il Paese e produsse una reazione dello Stato: milleduecento fermati, scioglimento di diversi comuni, crisi della struttura di comando. La Commissione fu sospesa. Sembrò, per un momento, una vittoria. Non lo era. Le sentenze di assoluzione del 22 dicembre 1968 a Catanzaro per quarantaquattro imputati, e del 10 giugno 1969 a Bari che prosciolse Luciano Liggio, Salvatore Riina e Calogero Bagarella, certificarono la disfatta giudiziaria dello Stato.

I rapporti parlamentari dell’epoca lo scrissero con chiarezza: quella sentenza conferì rinnovato prestigio a chi ne era uscito indenne e provocò una nuova ondata di omertà nella popolazione. La mafia capì che poteva permettersi di ricominciare. Ed è in questo snodo che il libro di Iervolino diventa veramente importante. Perché l’eroina non fu solo una nuova fonte di profitti: fu il meccanismo che permise ai Corleonesi di compiere la loro scalata interna. Con i soldi della droga, Riina e i suoi costruirono un potere verticale, militarizzato, impermeabile. I vecchi equilibri vennero spazzati via. La mafia smise di essere un sistema fondato sulla prossimità sociale e divenne una forma di capitalismo occulto. Iervolino usa una metafora che attraversa l’intero libro: il contagio.

L’eroina si diffuse in Sicilia come una malattia, trasformando tutto ciò che toccava. Trasformò le famiglie, le geopolitiche interne, le alleanze internazionali, la struttura stessa del potere criminale. E trasformò il territorio: quel ragazzo anonimo nel bagno del cinema era il segno visibile di una mutazione che stava avvenendo a un livello molto più profondo, nell’economia e nella politica dell’isola.

Il libro si chiude, almeno nell’arco temporale che copre, con l’arresto di Riina nel 1993 e con la domanda implicita che Falcone aveva già posto in vita: se vuoi battere la mafia, devi batterla sul terreno economico. È la lezione del maxiprocesso, il più grande nella storia della lotta a Cosa Nostra, costruito non su suggestioni ma su prove, flussi di denaro, organigrammi, connessioni finanziarie. Quella lezione non è mai invecchiata. Il Contagio ha il merito di ricordarcela con la forza di chi conosce i documenti e non ha bisogno di romanzare la realtà per renderla interessante. La realtà, in questo caso, è già abbastanza.