Martedì 24 Marzo 2026

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Addio a Gino Paoli, poeta e marinaio della malinconia...

È morto a 91 anni il cantautore di “Senza fine” e “Il cielo in una stanza”. Voce degli anni Sessanta, rivoluzionò la musica italiana con gli amici della scuola genovese

24 Marzo 2026, 19:05

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Addio a Gino Paoli , poeta e marinaio della malinconia...

«C’erano due bar, uno si chiamava Igea l’altro si chiamava Ape, erano tutte e due in via Cecchi. Quella che noi chiamavamo “The little square”, la piazzetta. Avevamo fatto anche un giornalino intitolato così. Insomma, avevamo le idee confuse, era una strada ma la chiamavamo piazzetta. E ci stavamo tutti quanti dentro, sempre seduti a sognare di fare delle cose…».

Qualche anno fa, diciamo almeno quarant’anni fa, ti poteva capire di ascoltare Bruno Lauzi da Gianni Minà, con il primo che se ne stava seduto accanto a Gino Paoli, nello stesso studio televisivo di “Blitz”, sulla Rai, a raccontare quella rivoluzione musicale che era stata la scuola genovese. L’uno e l’altro se ne sono andati da un po’, Bruno Lauzi con Gianni Minà. E ora non c’è più neanche lui, Gino Paoli, che è morto oggi a 91 anni, nella sua Genova. E ci ha lasciato quella cosa che gli era cara, la malinconia, a noi tutti che abbiamo 30 o 80 anni, ciascuno per modo suo aggrappato a una canzonetta triste che è molto più di una canzonetta.

Quel merito è suo, di Gino Paoli, che sapeva distinguere l’inquietudine dalla malinconia, per separarla dall’infelicità e farne un motore di rivelazioni piccole e magnifiche, a volte spericolate, e mai tragiche. Doveva essere questo il segreto del cantautore, che voleva cantare con i versi del poeta e vivere la vita con la postura del marinaio e la lente del filosofo. Tanto da stare comodamente seduto nella sua età, la vecchiaia, come se non fosse mai stato giovane.

Eppure lo era stato, giovane. Aspirante pittore in fuga da casa, a 18 anni, e poi tra i ragazzi con le magliette a strisce, nell’estate del 1960, quando la città insorse contro il congresso del Msi. Poi quel tempo di furore era finito. E in questo Gino Paoli era così diverso dalla sua Ornella Vanoni, che sembrava ancora bambina quando era già vecchissima. Mentre Paoli assomigliava alle sue rughe, segno di un’epoca che non c’è più, e però rimane, perché racconta una storia senza fine.

Tutti lo diranno, oggi, e non si può non dirlo, che Gino Paoli è “Senza fine”, come il titolo della sua canzone. “Una lunga storia d’amore” con chi l’ascolta, ed ecco un altro titolo. Ma non c’è nulla di male a dire che «I morti/restano morti e invano/li richiama il pensiero», come diceva Giorgio Caproni, che dei poeti era il suo preferito. Perché a Gino Paoli interessava essere vivo in vita e tenersi la sua libertà, compresi i vizi. «Come si arriva a novant’anni in forma? Con lo stile di vita più malsano possibile, fumando per decenni due pacchetti di sigarette e bevendo una bottiglia di whisky al giorno – raccontava nella sua ultima intervista ad Aldo Cazzullo -. L’ho detto a un convegno di gerontologi, studiosi della vecchiaia, e ho avuto dieci minuti di applausi».

D’altronde chi cerca buoni consigli, come cantava un altro genovese, fa bene a recarsi altrove. E ora sembra inutile anche interrogarsi troppo sulla morte che Gino Paoli invece scampò, l’11 luglio 1963, sparandosi un colpo al cuore. L’ogiva, com’è noto, non perforò il miocardio ma restò incapsulata nel torace per tutta la vita, come monito silenzioso e indizio del mistero. Perché - era la domanda ricorrente - tentare il suicidio a 29 anni? «Perché si è un po’ stupidi, si pensa di aver già tutto, di aver visto tutto, di sapere tutto, di non avere più desideri», spiegava appena un anno fa, sempre al Corriere della sera. «Ma ogni suicidio è diverso, è un gesto personale, privatissimo, non c’è collegamento possibile con quello di altri».

Come quello dell’amico Luigi Tenco, che con Gino Paoli aveva condiviso sogni, musica e passioni giovanili. Sempre nella stessa Genova, che fu scuola e porto d’ingresso di una cultura francese e americana che da noi non sarebbe entrata, senza quei cantautori. Ne era convinto Arnaldo Bagnasco, che diceva così: «Perché Genova? Genova sta zitta, aspetta, tende a confrontarsi con l’universo più che con le piccole cose. E poi, quando serve viene fuori». Eppure quei ragazzi che sognavano «erano così stupidi», scherzava ancora Bagnasco. Così stupidi da nutrirsi a colpi di Brassens e Jacques Brel, per poi fondare, di fatto, la canzone d’autore italiana. Erano solo “quattro amici” seduti allo stesso tavolo dell’infinita notte genovese. Gino Paoli, nato a Monfalcone, Gorizia, il 23 settembre 1934, da una famiglia di origini toscane e giuliano-dalmate, a Genova ci era arrivato da neonato. E genovese lo era rimasto nell’anima, l’anima in cui custodiva soprattutto il mare.

La sua carriera era iniziata negli anni Cinquanta. Con il gruppo I Diavoli del Rock si esibiva nei pomeriggi studenteschi e nei locali della Liguria, iniziando a sperimentare melodie, armonie e testi. Fu Gianfranco Reverberi ad aprirgli la strada per Milano, dove entrò in contatto con l’industria musicale ma anche con Giorgio Gaber e Mina, grazie alla quale arrivò la consacrazione de “Il cielo in una stanza”. Un successo bissato da un altro brano, “Senza fine”, interpretata da Vanoni, che all’epoca era ancora “la cantante della mala”. Il brano fece il giro del mondo e segnò l’inizio di un sodalizio personale e artistico, durato tutta la vita.

Poche righe, dunque, per le faccende d’amore. Un capitolo tormentato dal primo matrimonio con Anna Fabbri, con cui ebbe il figlio Giovanni, morto nel 2025. Negli stessi anni la relazione “scandalosa” con Stefania Sandrelli e la nascita di Amanda. Poi Vanoni, si è detto. E infine, il matrimonio con Paola Penzo, da cui ha avuto tre figli. La donna che ha amato ogni giorno di più come si amano le persone nel tempo, quando si conoscono, come aveva confidato a Maurizio Costanzo. L’amico Costanzo al quale, sulle cose della vita, aveva detto così: «Sono un uomo del dubbio, non ho certezze. Quelli della verità o sono Dio oppure sono dei coglioni…».