VISIONI CINEFILE
Nouvelle Vague
gianluca iovine
Celebrata e premiato alla Festa del Cinema di Roma dello scorso ottobre, la ricerca di Richard Linklater prosegue secondo direttrici di multiforme complessità. Per questo, il suo “Nouvelle Vague”, premiato con ben quattro César, è lineare solo all’apparenza.
Il film ha tutto quanto serve per essere compreso e amato da ogni tipo di pubblico, ma a un’analisi più attenta se ne coglie al meglio la struttura, e il gran lavoro di ricostruzione e ricerca realizzato dal regista nel ricreare volti, atmosfere, desideri, tic e follie che caratterizzarono l’epoca che rese grande nel mondo il Cinema francese sul finire degli anni Cinquanta del Novecento.
La presentazione dello scenario, con didascalie che fluttuano, sotto attrici e attori mentre incarnano al meglio nei loro ruoli i nomi di quegli anni, crea la situazione ideale perché ogni incredulità venga abbandonata in quarta parete, immergendo ognuno nell’incanto di un bianco e nero molto vicino alle tecniche dell’epoca.
Seguiamo presunzione, genio e visione del ventinovenne Jean-Luc Godard, [Guillaume Marbeck] mentre trascina la diva americana Jean Seberg [Zoey Deutch] a girare con un giovane e sconosciuto Jean-Paul Belmondo [Aubry Dullin] un film lontano da ogni ortodossia, con l’aiuto di un produttore fin troppo paziente come Georges de Beauregard [Bruno Dreyfürst].
Chiunque, tra i cineasti aderenti alla Nuova Onda contesta l’esistente, ma Godard sembra estremizzare all’eccesso la sua visione del cinema: improvvisa scene per strada, ignora volutamente tempi e costi produttivi, non guarda una sceneggiatura, e sembra stia congiurando contro l’establishment che ama e odia allo stesso tempo e, anche contro se stesso.
Eppure, per un gioco strano del destino, “A bout de souffle / All’ultimo respiro” si farà, mostrando un senso di novità e una coerenza da brividi, divenendo nel tempo uno dei classici del cinema di ogni tempo.
Oltre a rappresentare un eccellente divertimento visivo, “Nouvelle Vague” ha il raro dono di non essere retorico, mostrando che la Grande Storia passa spesso per eventi rivoluzionari che fanno poco rumore, ma che lasciano effetto. Godard non ha mai voluto essere simpatico, né compiacere il suo pubblico. Ha preferito esplorare territori e rischiare, sperimentando sempre, in bilico tra fallimento esistenziale e consacrazione, radicalmente controcorrente, anche quando nel tempo è divenuto a sua volta riferimento per cineasti e pubblico. Linklater in contesti differenti di tempo e di luogo, ha seguito Godard, indicando nuove strade al cinema di qualità, anche grazie alla magia degli effetti visivi di Alain Carsoux.