Recensione
Una mattina d’inverno. Guardare in lingua originale al cinema Barberini “Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin” di Olivier Assayas, fa sfumare Roma nella Mosca di fine Novecento. È il 31 dicembre 1999. Boris Eltsin è al tramonto, e in un tormentato discorso alla nazione, istituisce a sorpresa il suo erede: l’oscuro capo dei servizi segreti Vladimir Putin. Tratto dal romanzo dell’ordinario di politica Giuliano da Empoli, pubblicato in Francia da Gallimard e poi dall’italiana Mondadori, il film ha concorso per il Leone d’Oro a Venezia 2025.
Da subito si avverte il confronto tra la Russia di metà anni Novanta e quella zarista, e nel quotidiano oscillare tra crisi velenose e opportunità sconfinate, nasce la via russa al successo nel visibile sovvertimento dell’etica. Politica, economia e media si saldano in un abbraccio mortale, che il regista contrasta, narrando la generale decadenza dell’epoca con immagini scolpite dalla luce, e l’approccio politico in scrittura di Emmanuel Carrère, col quale ridisegna la drammaturgia dei personaggi, usandone le parabole per raccontare un’epoca.
Al riparo da ogni apologia, la vicenda umana e di potere di uno dei più violenti autocrati contemporanei, diviene un saggio visivo sulla dannazione dell’esistere. Assayas esplicita il male, restituendo il giudizio etico al pubblico, che sente l’effetto di azioni e pensieri del Presidente e della sua corte, nello speciale punto di vista di Vadim Baranov, suo moderno Rasputin. Come nell’”Amadeus” di Forman è proprio lo spin doctor a squarciare il velo sulla politica putiniana. In sala si materializzano così, uno dopo l‘altro, tutti i fantasmi di fine Novecento, ma resta alto lo sguardo sullo schivo funzionario dei Servizi Segreti, capace nel tempo di costruirsi un sistema di potere altamente ingegnerizzato.
Paul Dano dà a Baranov un eloquio rassicurante, distaccato, senza apparenti fragilità emotive e tiene la sfida con un magnetico Jude Law, mentre una straordinaria Alicia Vikander ridefinisce il paradigma della giovane donna post sovietica su basi di vorace contemporaneità, da vera erede della Bergman. Nella lunga intervista concessa dal consigliere a uno scrittore, il racconto sfiora la grammatica documentaristica, aggiungendo realismo alla vicenda già densa di un ragazzo come tanti, che diviene signore dei new media e stratega politico, rinunciando infine a tutto quanto ha contribuito a creare forse per amore. Un tempo effimero aveva regalato ai giovani di Mosca e San Pietroburgo l’illusione di progettare le loro vite in una Russia libera. Putin, da predestinato della Storia, ha ben presto divorato quella libertà, orientando masse e stravolgendo regole, equilibri, diritti.
Dalla prospettiva di chi lo ha consigliato il gioco è sempre più pericoloso, ma ormai non c’è più scelta. Gli alleati divengono nemici da eliminare, e ogni lobby è chiamata a corte per aiutare a condizionare il popolo o rafforzare lo Zar. Assayas ci svela la nudità fredda e letale di un potere che non ammette dissenso e spezza ogni contrapposizione. Il film esplora con intensità populismi e potere mediatico, forza militare e terrore estremistico e di Stato. Le relazioni umane si piegano al verbo putiniano, che Jude Law cattura in modo memorabile, nei tic gestuali e linguistici, rendendoci testimoni dei segreti più inconfessabili dell’Uomo del Cremlino. Paul Dano certifica la presa di potere dei media in una Russia postcomunista nella quale sopravvivono e coesistono corposi frammenti di zarismo e stalinismo.
Nel tempo, Putin presenta il conto al suo popolo, come a nemici e alleati dello scacchiere internazionale. Dopo la Cecenia il Donbass, e poi la lunga tragedia bellica in Ucraina, nella compiuta trasformazione di ogni prassi geopolitica esistente. Il film mette a fuoco le ragnatele più oscure della storia recente, difendendo libertà e pensiero critico da un autoritarismo cieco, che desidera la guerra come catarsi. Il cinema francese conferma potenza di immagini e coraggio nel narrare grandi storie. Come falene verso la luce, gli oligarchi danzano veloci verso il Nuovo Millennio. La macchina da presa ne segue ascesa e declino nella bellezza glaciale dei panorami lettoni, usati per ricreare una Russia forse scomparsa per sempre o esistita solo per astrazione.