Memoria civile
A quarant’anni dalla prima udienza del maxiprocesso a Cosa Nostra, l’aula bunker dell’Ucciardone ha ospitato una giornata di memoria e riflessione dedicata a uno dei passaggi più rilevanti nella storia repubblicana della lotta alla mafia. In quello spazio simbolo, progettato all’epoca per accogliere centinaia di imputati e operatori della giustizia, si sono ritrovati alcuni dei protagonisti di quel processo senza precedenti.
L’anniversario ha fatto da cornice alla presentazione del volume _’U Maxi_ , scritto da Piero Grasso, un racconto del primo grande processo unitario ai vertici mafiosi. Un libro che guarda al passato per parlare al presente, con l’obiettivo di trasmettere alle giovani generazioni un messaggio netto: legalità e giustizia non sono conquiste definitive, ma scelte da rinnovare ogni giorno. L’incontro si è aperto con la lettura di un messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha ricordato il Maxiprocesso come un passaggio chiave nella storia della giustizia italiana, sottolineando il valore di quel giudizio nel riconoscere, in sede processuale, l’esistenza di Cosa Nostra come organizzazione unica, strutturata e gerarchica. Nel corso della commemorazione, i protagonisti hanno ripercorso episodi e momenti significativi di quei mesi intensi.
Piero Grasso ha ricordato il peso umano e professionale di un dibattimento durato quasi due anni, capace di segnare profondamente la sua vita e di rafforzare la convinzione che il rigore e la perseveranza producono risultati concreti. “Quarant'anni dal primo giorno d'inizio del maxiprocesso, sono ritornato in quest'aula bunker ancora una volta con una grande emozione- dice Grasso- come quella del primo giorno, quella in cui, uscendo da quelle porte dietro di me, ho visto una marea di toghe nere dei difensori degli imputati e il volto della mafia dietro le gabbie. lo ho scritto queste pagine non per nostalgia ma perché mi sono reso conto che questo Maxi Processo aveva tante storie di verità che vengono fuori dalla dignità del dolore, dal racconto della violenza della mafia, vissuta attraverso le parole di collaboratori di giustizia che parlano delle torture, delle violenze, degli strangolamenti, dei cadaveri sciolti nell'acido”.
Giuseppe Ayala ha richiamato l’intuizione di Giovanni Falcone, che comprese per primo la necessità di affrontare la criminalità mafiosa come un sistema unitario e non come una somma di singoli reati. Stefano Giordano ha rievocato la figura del padre Alfonso, descrivendone la lucidità e la serenità con cui affrontò la responsabilità di presiedere un processo destinato a entrare nella storia.
Particolarmente significativa anche la testimonianza di Lidia Mangione, che ha ricordato come la composizione del collegio dei giudici popolari fu segnata da numerose rinunce: su cinquanta cittadini sorteggiati, trentasette si sottrassero all’incarico. “Non so se fu coraggio o incoscienza – ha raccontato – ma non ebbi paura”. Dopo 36 giorni di camera di consiglio, la sentenza della Corte d’Assise rappresentò un punto di svolta: 19 ergastoli, condanne complessive per oltre 2.000 anni di carcere e un numero limitato di assoluzioni. Un esito che confermò, come ricordato nel corso dell’incontro, che quando lo Stato agisce con determinazione e coesione, la lotta alla mafia può produrre risultati concreti e duraturi.