Il ricordo
Il modo migliore di ricordare Angela Azzaro è rileggere le sue parole, con un po' degli articoli più belli pubblicati sul Dubbio, di cui è stata vicedirettrice fino al 2019. Li troverete in fondo a questo ricordo di Davide Varì, che prova a raccontare chi era Angela.
Angela Azzaro è morta. La nostra Angela ci ha lasciati. Angela era il Dubbio. Lo era più di chiunque altro, di certo lo era più di chi oggi ha il compito difficile e struggente di scrivere della sua morte. Angela era solare e malinconica, sapeva essere leggera e spensierata ma era capace di tuffarsi negli abissi come nessun altro.
Sapeva essere dura e intransigente senza mai perdere la sua fragilità e la sua sconfinata capacità di essere empatica, la sua grazia. Parlava la lingua degli intellettuali e quella delle persone semplici, senza tradire né gli uni né le altre. Odiava il paternalismo con una severità quasi fisica, pretendeva coerenza e onestà intellettuale da tutti, e non ammetteva la superficialità. Da nessuno.
Aveva un’intelligenza fuori dal comune: obliqua, spiazzante, provocatoria, mai accomodante, mai pacificata. Amava la vita senza perdere di vista chi, con quella vita, ogni giorno doveva fare i conti: era accanto ai migranti, agli ultimi, con atteggiamento di profonda, assoluta e laica cristianità. Era un verso di Saba, la nostra Angela: “Qui degli umili sento in compagnia il mio pensiero farsi più puro dove più turpe è la via”.
Ed era una femminista, una femministica eretica e libertaria. Sfidò ogni conformismo, ogni tentativo di imbrigliare il femminismo dentro le categorie asfittiche del potere. Fu tra le poche a capire che un movimento che aggirava il diritto e le garanzie non poteva che finire tra le braccia del pensiero reazionario e conservatore. Era queer nell’anima, la nostra Angela.
Ha lasciato la sua vita, la sua meravigliosa famiglia di amici e il suo amato Giulio con serena lentezza. Qualcuno le ha voluto lasciare il tempo di congedarsi, di spargere sorrisi e risate fino all’ultimo.
Aveva una grazia misteriosa, la nostra Angela. Sapeva ridere di gusto fin quasi a soffocare ma sapeva piangere a dirotto; ha assaporato ogni gusto della vita, del mondo e delle cose senza rinunciare a nulla. Era anche bella. Una bellezza che affondava le radici nella sua anima. Per noi del Dubbio, per me, era un faro. Una voce sempre presente anche quando gli incontri si erano diradati fin quasi a perdersi del tutto. “Cosa penserebbe Angela di questa cosa o di quest’altra?”.
Angela era anche la sua Sardegna: il mare cristallino della Gallura e l’asprezza solo apparente della Barbagia. Con quei paesaggi aveva un legame viscerale, un cordone profondo nel quale scorrevano odori, sapori, colori, memorie. Quel cordone lo ha percorso tutto (una processione laica) il giorno in cui sua madre è morta. Un viaggio lungo, intimo, che fu la sua Ricerca. E che tuttavia non poteva restare privato. Non per esibizione, non per vanità, ma per scelta politica.
Per lei la condivisione non era un gesto ma il suo modo di stare al mondo. Condivideva tutto: la gioia e il dolore, l’entusiasmo e la delusione, le passioni e le crepe dell’animo. Lo faceva perché era convinta - lo era ostinatamente e radicalmente- che ciò che si vive non appartiene mai solo a chi lo prova, ma è materia comune, disponibile.
“La morte arriva senza preavviso, senza istruzioni”, ha scritto Joan Didion nel suo libro più bello, L’anno del pensiero magico. A noi non resta che sfogliare il bugiardino del dolore e continuare ad ascoltare la sua voce quando per l’ennesima volta ci chiederemo: “Che ne penserebbe Angela, la nostra Angela…”.