Martedì 14 Aprile 2026

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Diritti e democrazia sotto assedio

L’omofobia di Stato: come la politica populista trasforma il pregiudizio in regime

Dai divieti ai Pride alle restrizioni sanitarie per le persone trans, l'ostilità verso la comunità Lgbtq+ non è più solo una tensione sociale, ma un programma politico strutturato che minaccia le fondamenta della democrazia.

14 Aprile 2026, 19:06

L’omofobia di Stato: come la politica populista trasforma il pregiudizio in regime

Negli ultimi anni, l’aumento degli attacchi omofobici in Europa e nel mondo non può essere spiegato semplicemente come il risultato di tensioni sociali. I divieti contro le marce del Pride, la criminalizzazione delle associazioni Lgbtq+, le restrizioni all’accesso alle cure sanitarie per le persone trans e l’inasprimento del linguaggio pubblico non sono episodi isolati, ma parti di un orientamento politico strutturato. La dichiarazione di Donald Trump nel 2025 — “Se sei nato con Dna maschile non potrai mai essere una donna” — rappresenta un esempio emblematico di questa tendenza. Tali affermazioni non costituiscono un semplice dibattito biologico; sono dichiarazioni ideologiche che mostrano come la politica populista di destra costruisca le proprie politiche di genere. Oggi il problema non è il pregiudizio individuale, ma un regime dell’omofobia radicato nella razionalità dello Stato.

La strumentalizzazione della scienza: il riduzionismo biologico

L’enfasi su Dna cromosomi da parte degli attori populisti di destra pretende una certezza scientifica. Tuttavia, la biologia e la medicina moderne dimostrano che il sesso non può essere ridotto alla semplice dicotomia xx/xy. Le variazioni intersessuali fanno parte della naturale diversità biologica. Studi in endocrinologia e neurobiologia mostrano che l’identità di genere non è riducibile alla sola struttura genetica. Le istituzioni psichiatriche e psicologiche a livello globale riconoscono l’identità trans non come patologia, ma come dimensione della diversità umana. Il dibattito, dunque, non è scientifico: è l’uso selettivo della scienza a fini politici. Qui la biologia non viene utilizzata per spiegare la realtà, ma per produrre norme. La definizione di “vera donna” o “vero uomo” non è scientifica, ma politica.

L’ascesa dell’omofobia istituzionale in Europa

Negli ultimi anni si è assistito a un arretramento significativo dei diritti Lgbtq+ in Europa e nelle regioni limitrofe. In Ungheria sono state adottate leggi che limitano la visibilità Lgbtq+ sotto il nome di “protezione dei minori”; in Polonia alcune amministrazioni locali hanno proclamato “zone libere da Lgbtq”; in Russia sono state rafforzate le leggi contro la cosiddetta “propaganda Lgbtq”; in Turchia le marce del Pride sono da tempo oggetto di divieti e repressioni di polizia.

Questi sviluppi non rappresentano un’ascesa spontanea del conservatorismo culturale, ma un programma politico costruito attraverso strumenti giuridici e amministrativi. Lo Stato ridefinisce lo spazio pubblico e fissa un modello di cittadino conforme a un quadro eteronormativo. A questo punto, l’omofobia smette di essere un sentimento e diventa politica di Stato.

Biopolitica e disciplina della popolazione

Il concetto di biopolitica di Michel Foucault sostiene che lo Stato moderno non si limita a governare la popolazione, ma la categorizza e la normalizza. La sessualità è al centro di questo processo. Le persone Lgbtq+ vengono così codificate non solo come “diverse”, ma come popolazioni da regolare. Il modello della famiglia eterosessuale viene elevato a fondamento demografico e ideologico, mentre le identità alternative vengono presentate come minacce alla stabilità sociale. Questo approccio prepara il terreno per l’inasprimento del linguaggio pubblico, le restrizioni legali e, infine, la violenza di strada. Il linguaggio politico plasma la pratica sociale.

Fissare l’identità e intervento ontologico

Come sostiene Judith Butler, il genere non è un’essenza fissa, ma una costruzione prodotta attraverso ripetizioni sociali. Tuttavia, per la politica autoritaria questa fluidità è inaccettabile, perché l’incertezza indebolisce la gerarchia. Le politiche populiste di destra mirano quindi a fissare le identità. Le categorie di maschile e femminile vengono assolutizzate e riprodotte in ambito giuridico ed educativo. Le restrizioni all’accesso ai documenti d’identità e ai servizi sanitari per le persone trans sono esempi concreti di questa fissazione. Non si tratta solo di esclusione, ma di un intervento ontologico: lo Stato rivendica il diritto di decidere chi un cittadino possa essere.

Le vecchie tattiche del populismo, nuovi bersagli

I movimenti populisti di destra hanno storicamente creato diverse figure nemiche: migranti, minoranze, giornalisti critici, femministe. Oggi le persone Lgbtq+ occupano il centro di questo bersaglio. Non è un caso: esse rappresentano simboli di trasformazione sociale e strumenti funzionali per consolidare l’elettorato conservatore attraverso la “guerra culturale”. Secondo la teoria degli “apparati ideologici di Stato” di Louis Althusser, media, istruzione, diritto e istituzioni religiose producono e riproducono tali narrazioni, costringendo gli individui entro identità predeterminate e perpetuando il dominio politico. La produzione di panico culturale è uno dei modi più efficaci per nascondere fallimenti economici e regressioni democratiche. La politica identitaria prolunga la sopravvivenza del potere occultando i problemi reali della società.

L’aumento degli attacchi omofobici in Europa e nel mondo non è casuale. È il prodotto di una logica di regime alimentata da politiche statali, rafforzata da strumenti giuridici e riprodotta attraverso apparati ideologici. Oggi l’omofobia in molti Paesi non è un semplice pregiudizio, ma una strategia di gestione della crisi, una politica demografica e uno strumento di consolidamento del potere. La questione non riguarda soltanto i diritti delle persone LGBTQ+. Riguarda la possibilità che lo Stato stabilisca una gerarchia ontologica tra i suoi cittadini. Se il potere politico rivendica il diritto di determinare i confini dell’identità, il problema non è di una minoranza, ma della democrazia stessa.