Crisi internazionale
Trump e il coniglio
Il blocco di Hormuz annunciato dagli Stati Uniti è entrato in vigore e segna una nuova, pericolosa escalation nella crisi tra Washington e Teheran. Il presidente americano Donald Trump ha confermato che la stretta militare riguarda il traffico diretto verso i porti iraniani e ha minacciato di “eliminare” qualsiasi unità navale iraniana che dovesse avvicinarsi alla zona di interdizione. Il dispositivo statunitense è scattato dopo il fallimento dei colloqui in Pakistan e apre una fase ad altissimo rischio per la stabilità del Golfo e per gli approvvigionamenti energetici globali.
La risposta dell’Iran è stata immediata. Teheran ha definito la misura un atto di “pirateria” e ha avvertito che un blocco prolungato rischia di ritorcersi contro gli stessi Stati Uniti e i loro alleati, con effetti diretti sul prezzo dei carburanti e sui mercati internazionali. Anche la Russia ha lanciato l’allarme, parlando di una mossa capace di scuotere l’equilibrio globale. Intanto l’Europa teme nuove conseguenze sull’energia e si muove sul doppio binario della diplomazia e della sicurezza marittima.
Secondo Reuters, il blocco marittimo americano è scattato alle 10 del mattino EDT e riguarda le navi dirette verso i porti iraniani. Trump ha chiarito che qualsiasi mezzo veloce o unità iraniana che si avvicini all’area controllata dalle forze americane verrà colpita immediatamente, richiamando esplicitamente le regole d’ingaggio usate dagli Stati Uniti contro i narcotrafficanti in mare aperto.
La Casa Bianca punta così a soffocare il traffico commerciale iraniano senza formalizzare una chiusura totale del transito per le navi dirette verso altri Paesi del Golfo. Ma sul piano politico e militare la percezione è quella di un salto di qualità nello scontro, arrivato subito dopo il collasso del tavolo negoziale di Islamabad. Reuters sottolinea che si tratta di un’operazione militare complessa, destinata a richiedere una presenza navale robusta e potenzialmente lunga.
L’Iran non mostra segnali di arretramento. La reazione ufficiale è durissima e lega la nuova mossa americana a una violazione del diritto internazionale. Sul piano politico, la risposta più visibile è arrivata da Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha rilanciato sul costo economico della scelta statunitense, avvertendo che gli attuali prezzi della benzina potrebbero presto apparire persino bassi se la crisi dovesse aggravarsi ulteriormente. Questa linea è coerente con il messaggio già emerso nelle ore precedenti: Teheran considera il controllo di Hormuz un tema strategico non separabile dal negoziato complessivo con Washington.
L’Iran, inoltre, continua a sostenere che qualsiasi pressione militare sullo stretto rischia di produrre una destabilizzazione ancora più ampia. Gli avvertimenti sui “vortici mortali” di Hormuz e sulle possibili ripercussioni regionali restano così sullo sfondo di una crisi in cui il margine d’errore si assottiglia di ora in ora.
A Bruxelles il tono è di forte preoccupazione. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito il ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz una questione di “importanza primaria”, sottolineando che la chiusura o anche solo il forte rallentamento del traffico marittimo sta già producendo danni seri e mettendo a rischio la stabilità regionale. In un altro intervento, la stessa von der Leyen ha invitato gli Stati membri a coordinarsi sulle misure per contenere il caro energia, segnalando che il conflitto con l’Iran ha già generato un forte aumento dei costi fossili.
Il timore europeo è chiaro: anche senza una chiusura totale dello stretto, la sola percezione di rischio può colpire il sistema energetico, alzare i prezzi e aggravare un quadro economico già fragile. Reuters segnala che i mercati guardano con apprensione a un’eventuale lunga interruzione del traffico e che il Brent ha reagito con forti oscillazioni dopo l’annuncio del blocco.
Proprio per questo la Francia prova a muoversi. Reuters riferisce che Parigi e Londra stanno lavorando all’ipotesi di una missione multinazionale, “pacifica” e “strettamente difensiva”, pensata per contribuire al ripristino della libertà di navigazione quando le condizioni lo consentiranno. Non si tratterebbe di un’iniziativa in appoggio diretto al blocco americano, ma di una cornice distinta, con forte accento sulla difesa e sulla neutralità rispetto alle parti belligeranti.
La differenza politica è importante. Gli alleati Nato, secondo Reuters, hanno già preso le distanze dalla linea di Trump e non intendono partecipare alla sua operazione di blocco. L’Europa, insomma, punta a tenere aperto il canale della sicurezza marittima senza farsi trascinare dentro una logica apertamente offensiva.
Nonostante il blocco sia entrato in vigore, i contatti diplomatici non sembrano completamente interrotti. Trump ha sostenuto di essere stato contattato “dalle persone giuste” e ha lasciato intendere che esisterebbe ancora uno spazio per rimettere in moto il confronto. Ma, dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, la fiducia reciproca resta quasi azzerata e lo scenario negoziale appare molto più debole di qualche giorno fa.
Sul fronte russo, Mosca si è detta disponibile a giocare un ruolo di mediazione. È una mossa che prova a rilanciare il Cremlino come attore utile nella crisi, ma che al momento non modifica il dato essenziale: il tavolo è bloccato e la pressione militare ha ripreso a superare quella diplomatica.
A rendere ancora più instabile il quadro c’è il fronte israeliano. Il premier Benjamin Netanyahu ha avvertito che il cessate il fuoco potrebbe saltare da un momento all’altro, confermando che la tregua resta fragilissima. Intanto, continuano le tensioni sul Libano, dove gli scontri e i raid mantengono acceso un fronte che Teheran considera parte integrante dell’equilibrio regionale. Reuters osserva che proprio il nodo libanese è stato uno dei fattori che hanno pesato sul fallimento del negoziato Usa-Iran.
Anche per questo l’Europa insiste sulla necessità di separare la sicurezza della navigazione dalla spirale di guerra aperta nella regione. Ma finché i vari fronti continueranno a sovrapporsi, ogni iniziativa diplomatica rischia di restare esposta a ricadute immediate.
Nel frattempo si apre anche un fronte diplomatico tra Israele e Italia. Le autorità israeliane hanno convocato l’ambasciatore italiano Luca Ferrari per esprimere disappunto rispetto alle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che durante la visita a Beirut aveva parlato di «attacchi inaccettabili di Israele contro la popolazione civile». La protesta segnala quanto sia teso anche il clima politico attorno al dossier libanese e quanto ogni presa di posizione rischi di produrre effetti immediati sul piano diplomatico.