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L'approfondimento

Con la pena di morte solo per palestinesi Israele scivola nell’apartheid

Approvata dalla Knesset sotto la spinta della destra di Gvir, la legge può essere fermata solo dalla Corte Suprema

13 Aprile 2026, 09:29

Con la pena di morte solo per palestinesi Israele scivola nell’apartheid

Presidio e flash mob a torino contro la pena di morte per i palestinesi

Macabri festeggiamenti si svolti nel Parlamento israeliano due settimane fa quando è stata approvata la legge che autorizza i tribunali militari a ricorrere alla pena di morte con impiccagione per gli atti terroristici commessi (solo) dai palestinesi in Cisgiordania.

Nella Knesset la controversa legge ha ottenuto 62 voti a favore – compreso quello del premier Benjamin Netanyahu -, mentre i voti contrari sono stati 48. Un successo per il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra, Itamar Ben Gvir. Il suo partito, «Otzma Yehudit», si è battuto a lungo per far passare in via definitiva il provvedimento. La legge ha ottenuto il sostegno del partito di opposizione di Avigdor Lieberman.

Dopo il voto finale, che ha richiesto circa dodici ore di dibattito, Ben Gvir ha offerto dolcetti e champagne ai colleghi di partito e agli altri componenti della coalizione di governo. In base alla nuova legge, i residenti della Cisgiordania che uccidono un israeliano «con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele» verranno condannati a morte. La pena è riducibile all’ergastolo in casi particolari. Le esecuzioni per impiccagione devono avvenire entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello.

«Questa legge sulla pena di morte è una vergogna nazionale e viola gli obblighi internazionali di Israele e della sua Costituzione». David Kretzmer, uno dei più autorevoli giuristi d’Israele e professore emerito della Hebrew University di Gerusalemme, va dritto al cuore del problema. «Il provvedimento approvato nei giorni scorsi – dice al Dubbio Kretzmer – è stato promosso da un politico razzista, Ben Gvir, che nutre idee estremiste, un tempo considerate inaccettabili nella società israeliana. La vera vergogna è il primo ministro Netanyahu, che ha appoggiato questa legge. Non c’è limite a ciò che Netanyahu farebbe pur di rimanere al potere».

Come avvenuto in occasione della guerra di Gaza, la comunità accademica ha preso posizione senza tentennamenti. Più di venti professori universitari si sono espressi con un parere sulle nuove norme che puniscono i palestinesi accusati di terrorismo contro Israele. Nel documento i più importanti giuristi israeliani si soffermano sull’importanza del diritto internazionale, tante volte calpestato da Netanyahu e dal suo governo, riponendo le ultime speranze nella Corte Suprema.

«La comunità di studiosi di diritto internazionale presso le maggiori istituzioni accademiche israeliane – scrivono i professori e ricercatori universitari -, intende esprimere la propria indignazione e la ferma condanna della nuova legge israeliana sulla pena di morte. Tale legge non è solo immorale e in violazione dei principi più elementari della coscienza pubblica, ma è anche illegale sia in base al diritto costituzionale nazionale sia in base agli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale».

Il documento è firmato, oltre che da David Kretzmer, tra gli altri, da Aeyal Gross (Harvard Law School), Michal Saliternik (Università di Haifa), Eyal Benvenisti (Università di Cambridge e Columbia Law School), Orna Ben-Naftali (Van Leer Jerusalem Institute), Tamar Megiddo (Hebrew University) e Iris Canor (Georgetown Law di Washington).

«Israele – ricordano i giuristi – ha aderito al Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966. Ai sensi del Patto, è vietato reintrodurre la pena di morte una volta abolita ed estendere l’elenco dei reati a cui si applica. Finché la pena di morte è applicabile, i procedimenti legali relativi alla sua imposizione devono rispettare tutte le garanzie del giusto processo, incluso il diritto di chiedere la commutazione della pena, garantito anche dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Inoltre, ai sensi del Patto del 1966, gli Stati devono agire per l’abolizione della pena di morte e in nessun caso questa può essere imposta in modo discriminatorio».

Adalah (in arabo significa “Giustizia”), organizzazione indipendente impegnata nella difesa dei diritti umani della minoranza palestinese in Israele, ha espresso grande preoccupazione per la legge sulla pena di morte. Il suo team legale, insieme con altre associazioni, ha presentato un ricorso alla Corte Suprema israeliana, affinché la legge di morte appena varata venga dichiarata nulla. «La legge - scrive il team legale di Adalah - rappresenta una completa negazione del diritto alla vita e impone una punizione crudele e disumana. Adotta inoltre l’apartheid, dato che stabilisce una netta separazione razziale. In Cisgiordania, le modifiche agli ordini militari si applicano esclusivamente alla popolazione palestinese, mentre la modifica al Codice penale israeliano subordina la pena di morte agli atti di omicidio premeditato commessi “con l'intento di negare l'esistenza dello Stato”. Questa formulazione è specificamente concepita per escludere gli autori ebrei israeliani di reati simili e per garantire che la legge venga applicata esclusivamente contro i palestinesi».

L’Ordine degli avvocati di Firenze esprime solidarietà ai colleghi palestinesi che hanno criticato la legge della Knesset. Il Coa fiorentino ha ricevuto una missiva dall’Ordine degli avvocati palestinesi che richiama l’attenzione della comunità giuridica internazionale sulla gravissima situazione umanitaria e sulla compromissione dei diritti fondamentali nei Territori, sollecitando una presa di posizione chiara da parte degli operatori del diritto a tutela dello Stato di diritto e dei principi del diritto internazionale.

Dalla comunità legale di Firenze è stata espressa profonda preoccupazione per le condizioni denunciate: la centralità del ruolo dell’avvocatura nella difesa dei diritti umani, delle garanzie processuali e della dignità della persona non vanno mai accantonate. «Il rispetto dei diritti fondamentali e delle garanzie dello Stato di diritto – evidenzia Sergio Paparo, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze - non può essere sospeso neppure nei contesti di conflitto ed è compito dell’avvocatura richiamare con forza questi principi universali. Invitiamo la comunità forense, le istituzioni e l’opinione pubblica a non rimanere indifferenti e a sostenere ogni iniziativa volta alla tutela dei diritti fondamentali, al rispetto del diritto internazionale umanitario e alla protezione dei civili coinvolti nei conflitti».

Il Coa di Firenze si è reso disponibile a promuovere momenti di riflessione, approfondimento e sensibilizzazione sul tema, anche in collaborazione con organismi nazionali e internazionali dell’avvocatura.