Tregua saltata
DONALD TRUMP PRESIDENTE USA
I colloqui tra Usa e Iran a Islamabad si chiudono senza accordo e con un nuovo salto di tensione che riporta il Medio Oriente sull’orlo di una nuova escalation. Dopo oltre venti ore di negoziato in Pakistan, Washington e Teheran restano divise sui punti centrali del confronto: programma nucleare iraniano, libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, ruolo dei gruppi armati alleati dell’Iran e sblocco dei fondi congelati. A rendere ancora più pesante il bilancio del fallimento è l’annuncio di Donald Trump, che ha ordinato un blocco navale verso i porti iraniani a partire da lunedì, mentre il Comando centrale Usa ha chiarito che la misura riguarderà il traffico marittimo diretto in Iran, ma non il transito verso altri Paesi attraverso Hormuz.
Il risultato è un quadro più instabile di quello uscito dalla tregua di due settimane mediata dal Pakistan. Gli Stati Uniti parlano di “offerta finale” respinta, l’Iran accusa Washington di non avere saputo costruire fiducia e di avere cambiato il perimetro delle richieste. Sullo sfondo resta anche il fronte libanese, che Teheran considera parte integrante di qualsiasi cessate il fuoco credibile.
A certificare lo stallo è stato il vicepresidente americano JD Vance, che al termine del round negoziale ha confermato il fallimento del tentativo pakistano. Reuters riferisce che i negoziatori statunitensi sono rientrati senza intesa e senza lasciare alcun membro della delegazione a Islamabad, segnale che non esiste al momento una ripresa immediata del tavolo.
Washington sostiene di avere presentato la propria “offerta finale e migliore” e continua a indicare come irrinunciabile l’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari. Ma secondo la ricostruzione Reuters, i punti di rottura sono stati più ampi: gli Stati Uniti hanno chiesto anche la fine dell’arricchimento dell’uranio, lo stop al sostegno a gruppi come Hamas e Hezbollah e la riapertura completa di Hormuz.
La risposta iraniana è arrivata con toni molto duri. Il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che guidava la delegazione di Teheran, ha accusato gli Stati Uniti di non avere saputo “guadagnare la nostra fiducia”, pur lasciando aperta sul piano formale la porta alla diplomazia. Reuters segnala che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che un accordo resta possibile solo dentro un quadro di rispetto delle norme internazionali e delle richieste iraniane.
La linea di Teheran resta legata a due richieste fondamentali: il risarcimento dei danni subiti durante il conflitto e una nuova disciplina della navigazione nello Stretto di Hormuz. Ed è proprio su questo secondo punto che il negoziato si è arenato più nettamente, perché l’Iran continua a voler inserire la questione della rotta marittima dentro un accordo politico più ampio.
La svolta più grave è però arrivata subito dopo il fallimento dei colloqui. Reuters riferisce che Trump ha annunciato il blocco navale di tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani, con avvio operativo previsto da lunedì alle 10 del mattino ora americana. Il Centcom ha precisato che la misura si applicherà alle navi dirette verso porti iraniani nel Golfo e nel Golfo di Oman, ma non impedirà il passaggio di imbarcazioni dirette verso altre destinazioni attraverso lo Stretto di Hormuz.
Trump ha inoltre minacciato di intercettare le navi che paghino pedaggi all’Iran, definendo quei pagamenti una forma di “estorsione mondiale”. In parallelo, Reuters segnala che l’esercito americano sta già predisponendo anche operazioni di sminamento nello stretto, mentre gli esperti avvertono che un blocco del genere rappresenta una manovra militare vasta, rischiosa e potenzialmente lunga.
Il blocco navale non viene letto soltanto come un atto di pressione sull’Iran, ma come una scelta capace di colpire anche partner degli Stati Uniti fortemente dipendenti da quelle rotte energetiche. Reuters sottolinea che gli analisti temono effetti pesanti sul prezzo del petrolio e sulla stabilità regionale, con il Brent già risalito sopra i 100 dollari dopo il collasso dei colloqui.
Lo Stretto di Hormuz si conferma il punto più sensibile dell’intera crisi. Reuters racconta che, dopo il cessate il fuoco, alcune superpetroliere avevano ripreso a transitare, ma il traffico restava già molto ridotto. Ora, con il blocco americano in arrivo, molte navi stanno di nuovo evitando la rotta oppure invertendo la navigazione all’ultimo momento.
Il significato politico è chiaro: nonostante la tregua formale, il sistema energetico globale non è tornato alla normalità. Il transito verso i porti non iraniani resta teoricamente aperto, ma l’intera area continua a essere percepita come ad altissimo rischio da armatori, assicuratori e operatori energetici.
In mezzo allo stallo, anche Vladimir Putin prova a inserirsi. Reuters riferisce che la Russia ha accolto con favore la tregua e ha espresso l’auspicio che, dopo la pausa nelle ostilità, si possa riaprire uno spazio negoziale più ampio. In questo quadro Mosca tenta di rilanciare il proprio ruolo diplomatico, proponendosi come attore utile per evitare un nuovo precipitare del conflitto.
La mossa russa si inserisce in una fase in cui il Cremlino cerca di mantenere un peso nella crisi regionale, pur dentro un contesto internazionale estremamente frammentato e segnato da interessi divergenti tra Washington, Teheran, Israele e gli attori del Golfo.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il Libano. Reuters ha già evidenziato che la tenuta della tregua tra Stati Uniti e Iran dipende anche dall’estensione del cessate il fuoco a quel fronte. Proprio per questo Teheran aveva chiarito nei giorni scorsi che non avrebbe partecipato ai colloqui senza garanzie su “tutti i fronti”, compreso quello libanese.
Il proseguimento degli scontri tra Israele e Hezbollah rende dunque ancora più fragile qualsiasi architettura diplomatica. Il rischio è che Islamabad si sia arenata non solo per le divergenze sul nucleare e su Hormuz, ma anche perché il contesto regionale continua a restare incendiato.
Nonostante il quadro sia pesante, il Pakistan continua a parlare di colloqui non falliti ma “in una fase di stallo”.