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La tregua sarà anche una sconfitta, ma i profitti del petrolio Usa volano

La paralisi dello Stretto di Hormuz ha colpito in particolare l’Asia. E in questo vuoto si sono inseriti gli Stati Uniti, che hanno visto crescere le proprie esportazioni del 33 per cento

10 Aprile 2026, 18:00

La tregua sarà anche una sconfitta, ma i profitti del petrolio Usa volano

La tregua tra Stati Uniti e Iran accettata da Donald Trump è stata letta da molti osservatori come un segnale di debolezza, se non come un arretramento strategico o addirittura la sconfitta di un apprendista stregone travolto dal caos che ha generato. Ma le valutazioni geopolitiche sono per loro natura mobili, spesso influenzate da prospettive ideologiche o da letture parziali e contingenti dei fatti.

I numeri, al contrario, tendono a essere meno ambigui. E quelli che arrivano dal mercato petrolifero restituiscono un quadro decisamente più favorevole agli Stati Uniti. Fin dalle prime settimane del conflitto, iniziato il 28 febbraio con il rapido deteriorarsi della crisi iraniana, il commercio internazionale di greggio è stato profondamente ridisegnato. La quasi paralisi dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale, ha colpito in particolare l’Asia, storicamente dipendente in modo vitale dalle forniture mediorientali. In questo vuoto si sono inseriti gli Stati Uniti, che hanno visto crescere in modo spettacolare le proprie esportazioni: secondo i dati della società di analisi Kpler, citati dal Financial Times, nel mese di aprile Washington dovrebbe esportare circa 5,2 milioni di barili al giorno, contro i 3,9 milioni del periodo precedente alla guerra: un aumento del 33%.

Il dato è accompagnato da un segnale logistico altrettanto eloquente: il numero di petroliere dirette verso le coste americane, pronte a caricare greggio, è passato in poche settimane da 27 a 68 unità. Il cuore di questa domanda si trova in Asia. Paesi come Cina, India, Giappone e Corea del Sud, privati di una parte rilevante delle forniture tradizionali, hanno iniziato a rivolgersi verso il mercato statunitense. La tregua annunciata il 7 aprile, i cui contorni restano peraltro incerti non sembra in grado, almeno nel breve periodo, di invertire questa tendenza. Il traffico nello Stretto di Hormuz, che resta l’unica leva negoziale del regime degli ayatollah non è ancora tornato alla normalità, mentre i paesi del Golfo stanno affrontando bruschi cali della produzione. L’Arabia Saudita ha segnalato danni significativi alle proprie infrastrutture colpite dai missili e dai droni di Teheran, con una perdita stimata di circa 600mila barili al giorno.

Anche i prezzi riflettono questo nuovo equilibrio: il West Texas Intermediate (WTI), ovvero il tipo di petrolio standard che definisce il prezzo globale del greggio, ha toccato i 117 dollari al barile nei momenti di massima tensione, superando temporaneamente il Brent, tradizionale benchmark globale. Dopo l’annuncio della tregua, entrambi sono scesi sotto i 100 dollari, ma restano comunque oltre il 50% più alti rispetto ai livelli precedenti al conflitto. Questo scenario ha effetti immediati sulla posizione economica degli Stati Uniti. In un contesto globale segnato da una crisi energetica diffusa, Washington appare chiaramente avvantaggiata: non solo è meno esposta alle interruzioni delle forniture, ma beneficia direttamente dell’aumento della domanda internazionale.

Per gli analisti economici di Citigroup, una delle più grandi banche e istituzioni finanziarie del mondo, gli effetti economici della crisi saranno distribuiti in modo diseguale, con l’Asia particolarmente vulnerabile e l’Europa sottoposta a forti pressioni, mentre Nord America e produttori extra-mediorientali saranno gli attori più avvantaggiati. I benefici si riflettono anche sui conti delle grandi compagnie petrolifere; Chevron ha stimato un impatto positivo tra 1,6 e 2,2 miliardi di dollari sui risultati del primo trimestre, mentre ExxonMobil ha esposto guadagni analoghi anche se questi profitti sono in parte attenuati da perdite contabili legate a contratti stipulati nei mesi precedenti, quando i prezzi erano significativamente più bassi.

Resta però un limite strutturale: gli Stati Uniti non possono sostituire integralmente il Medio Oriente, il tetto delle esportazioni americane si colloca infatti sotto i sei milioni di barili al giorno, ben lontano dai 12-15 milioni di barili che transitano normalmente attraverso Hormuz. Inoltre, l’espansione della produzione richiede tempo e investimenti colossali.

Infine, ci sono i consumatori americani: gli Stati Uniti, pur essendo grandi produttori di greggio, non sono immuni alle tempeste che colpiscono il mercato globale. Il prezzo della benzina è già salito a 4,16 dollari al gallone, rispetto ai 3 dollari di febbraio, con inevitabili ripercussioni sull’inflazione e sul costo della vita. Un problema non secondario per un presidente che, solo pochi mesi fa, scommetteva sul petrolio a 50 dollari al barile per sostenere il potere d’acquisto degli americani in vista delle complicate elezioni di midterm che lo aspettano al varco.