Prezzi pazzi
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La crisi energetica in Italia non si è mai davvero fermata e i numeri diffusi da Enea lo confermano con una nettezza difficile da aggirare. A distanza di quattro anni dall’inizio della lunga stagione dei rincari, il prezzo del gas resta più alto del 70% rispetto al periodo pre-crisi del 2022, mentre quello dell’energia elettrica arriva a un incremento del 100%. Un quadro già pesante che nel solo mese di marzo si è aggravato ulteriormente per effetto del nuovo shock innescato dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz.
Il risultato, secondo le stime contenute nello studio sul sistema energetico italiano per l’intero 2025, è un extracosto che potrebbe aggirarsi attorno a un miliardo di euro in più in appena un mese: circa mezzo miliardo per il gas e mezzo miliardo per il petrolio. Un colpo ulteriore su un sistema che appare fermo, costoso e ancora lontano dagli obiettivi fissati sul fronte della transizione.
L’elemento più evidente dell’analisi Enea è proprio la persistenza del caro energia. Gas e luce non solo non sono tornati ai livelli precedenti alla crisi, ma restano stabilmente molto più alti. Il gas viene indicato a +70% rispetto al periodo pre-crisi del 2022, mentre l’elettricità arriva a +100%.
Sono dati che raccontano una normalizzazione mai avvenuta. La lunga crisi energetica, iniziata ormai anni fa, continua a scaricare i suoi effetti su famiglie, imprese e sistema produttivo. E adesso il nuovo scenario mediorientale rischia di riaccendere ancora una volta la pressione sui costi.
Secondo lo studio, il solo mese di marzo avrebbe prodotto un aggravio stimato in un miliardo di euro per le importazioni energetiche italiane. La causa principale è il nuovo choc generato dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico di petrolio e gas.
La stima di Enea è netta. Il costo del gas importato potrebbe superare ampiamente i 2 miliardi di euro, con almeno mezzo miliardo in più rispetto a quanto si sarebbe registrato ai prezzi medi dei dodici mesi precedenti. Anche sul petrolio, una valutazione definita conservativa porta a un extracosto superiore al mezzo miliardo.
Al di là dello shock più recente, l’analisi dell’ente fotografa un sistema energetico italiano fermo. Nel 2025, consumi ed emissioni restano sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente, in linea con il quadro generale dell’Unione europea. I dati preliminari del primo trimestre 2026 mostrano invece una lieve riduzione, con emissioni di CO2 e consumi energetici in calo entrambi dell’1%.
Ma questa lieve frenata non basta a modificare la diagnosi complessiva. Francesco Gracceva, che cura l’analisi Enea, parla apertamente di uno scenario «sostanzialmente immobile», ora nuovamente turbato dalla crisi iraniana. Ed è proprio questa immobilità a far emergere il ritardo italiano sugli obiettivi di medio periodo.
Secondo Gracceva, i consumi finali di energia nell’Unione europea sono fermi ai livelli del 2023, mentre in Italia risultano persino leggermente superiori. Per raggiungere il target fissato dall’Energy efficiency directive nell’Europa a 27 servirebbe un calo medio annuo del 3%, mentre per centrare l’obiettivo italiano indicato dal Pniec occorrerebbe una riduzione inferiore al 2% l’anno.
In altre parole, il sistema italiano non solo non accelera, ma non riesce nemmeno a imboccare con continuità la traiettoria di riduzione necessaria.
Nel dettaglio del 2025, i consumi di gas risultano in aumento del 2%, spinti da temperature più rigide e da una maggiore domanda da parte delle centrali elettriche. I consumi di petrolio restano invece invariati nel comparto dei trasporti, mentre calano nel settore petrolchimico.
Crolla invece il carbone, che segna un -16% e torna ai minimi termini nella generazione elettrica. È uno dei pochi segnali di riduzione più marcata all’interno del mix energetico nazionale, ma non basta da solo a imprimere la svolta necessaria sul terreno della decarbonizzazione.
Anche il capitolo delle rinnovabili conferma un doppio movimento: piccoli progressi, ma ritardi strutturali. La loro quota sui consumi finali aumenta di un solo punto percentuale e si ferma a poco più del 20%, quando invece il Pniec prevede che si debba arrivare al 25%.
A trainare la crescita è soprattutto il fotovoltaico, in aumento del 25%, che ormai produce più di un sesto dell’energia elettrica complessiva. Ma il dato aggregato resta insufficiente rispetto agli obiettivi. E il divario, quantificato da Enea, arriva a circa -20% rispetto alla traiettoria attesa.
Uno dei punti più critici riguarda il settore dei trasporti. Qui le rinnovabili coprono soltanto il 10% dei consumi, contro un target del 15%. È uno scarto che pesa molto nella valutazione complessiva, perché proprio questo comparto continua a rappresentare una delle aree più lente nella conversione energetica.
Lo studio mette in evidenza anche un altro nodo ormai strutturale: lo spread tra i prezzi italiani dell’energia e quelli degli altri mercati europei. Il confronto è molto netto. In Italia il prezzo viene indicato a 116 euro al megawattora, contro i 65 euro della Spagna e i 61 euro della Francia.
Questa distanza consolida un divario competitivo che incide direttamente sul costo dell’energia per imprese e famiglie e rende ancora più difficile la gestione della transizione. Non si tratta più di una fiammata temporanea, ma di una differenza che appare ormai stabilizzata su livelli molto alti.
A rendere ancora più severa la fotografia del 2025 c’è il dato sull’indice Ispred di Enea, che misura insieme sicurezza energetica, prezzi e decarbonizzazione. Secondo lo studio, l’indicatore segna un nuovo minimo storico, in calo del 30% rispetto al 2024.