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Medio Oriente

Israele e Libano verso i negoziati, ma Beirut resta sotto le bombe

Colloqui diretti attesi a Washington, mentre i raid israeliani tengono alta la tensione e mettono a rischio la fragile tregua regionale

10 Aprile 2026, 09:28

Israele e Libano verso i negoziati, ma Beirut resta sotto le bombe

Beirut sotto le bombe

I negoziati tra Israele e Libano si aprono mentre Beirut continua a subire i colpi della guerra. È questa la contraddizione che segna una delle fasi più instabili del Medio Oriente, con il rischio concreto che la fragile tregua tra Iran, Israele e Stati Uniti venga compromessa proprio nel momento in cui la diplomazia prova a rimettersi in moto. I colloqui, che dovrebbero iniziare la prossima settimana a Washington, arrivano dopo le pressioni del presidente americano Donald Trump, che ha invitato Benjamin Netanyahu a mantenere un «profilo basso» nei raid contro la capitale libanese.

Ma sul terreno il quadro resta ben diverso da quello di una vera de-escalation. Netanyahu, parlando agli abitanti del nord di Israele, ha escluso l’esistenza di un cessate il fuoco e ha ribadito che l’offensiva contro Hezbollah continuerà. È in questo scarto tra diplomazia e guerra che si gioca la tenuta dell’intero assetto regionale, alla vigilia dei negoziati previsti sabato a Islamabad, in Pakistan.

Israele accetta i colloqui ma esclude il cessate il fuoco

Lo Stato ebraico ha dato disponibilità ad aprire un tavolo diretto con il Libano, ma il messaggio politico che accompagna questa scelta è tutt’altro che conciliatorio. Netanyahu ha chiarito che «non c'è nessun cessate il fuoco» e ha spiegato che Israele continuerà a colpire Hezbollah «con grande forza» fino a quando non sarà ripristinata la sicurezza nelle aree settentrionali del Paese.

Il premier israeliano ha anche definito il doppio obiettivo dei colloqui: da una parte il disarmo di Hezbollah, dall’altra la costruzione di «un accordo di pace storico e duraturo tra Israele e Libano». Una prospettiva ambiziosa, ma che si scontra con una realtà militare ancora apertissima.

Beirut resta il punto più caldo della crisi

La situazione nella capitale libanese continua infatti a essere segnata dai bombardamenti. Le vittime del massiccio attacco israeliano condotto mercoledì hanno superato quota 300, in un quadro che mantiene altissima la tensione e rende ancora più fragile ogni tentativo di negoziato.

È proprio su Beirut che si misura la distanza tra le intenzioni diplomatiche e la situazione reale sul campo. E non è un caso che lunedì sia attesa nella capitale libanese la visita del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che punta a esprimere la vicinanza dell’Italia in un momento di gravissima instabilità.

Un fronte che minaccia la tregua più ampia

Il nodo libanese non riguarda solo Israele e Hezbollah. La prosecuzione degli attacchi rischia infatti di riverberarsi sulla tregua più ampia tra Iran, Israele e Stati Uniti, che resta estremamente delicata e collegata ai colloqui internazionali di Islamabad. Ogni nuova escalation in Libano può trasformarsi in un fattore di rottura per il quadro regionale costruito con fatica nelle ultime ore.

L’Iran accusa Israele di violare la tregua

Da Teheran sono arrivate accuse molto dure contro lo Stato ebraico. L’Iran parla apertamente di una «palese violazione» del cessate il fuoco e alza il tono attraverso le parole del presidente del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, secondo cui la continuazione degli attacchi israeliani contro Hezbollah comporterebbe «costi espliciti e risposte forti».

Il messaggio iraniano è accompagnato dall’invito a «spegnere immediatamente l’incendio», ma dentro questa formula resta evidente la minaccia di un possibile allargamento della crisi se il fronte libanese continuerà a bruciare.

Mosca si inserisce sul dossier libanese

A prendere posizione sulla situazione in Libano è stata anche Mosca, che ha ricordato come gli accordi annunciati dai mediatori pakistani debbano applicarsi anche a questo scenario di guerra. È un richiamo che conferma quanto il dossier libanese venga considerato ormai parte integrante della più ampia architettura negoziale che riguarda Iran, Stati Uniti e Israele.

Il Libano, insomma, non è più soltanto un fronte parallelo. È diventato uno snodo centrale della trattativa e, nello stesso tempo, uno dei principali fattori di rischio per il suo fallimento.

Mojtaba Khamenei detta la linea iraniana

Dall’Iran, intanto, è arrivato anche un nuovo intervento della Guida suprema Mojtaba Khamenei, a quaranta giorni dalla morte del padre Ali. Il leader sciita ha sostenuto che, «fino a questo punto», il popolo iraniano può essere considerato «il vero vincitore sul campo di battaglia».

Khamenei ha ribadito che Teheran non cerca la guerra, ma è pronta a difendere i propri diritti. Ed è proprio su questa linea che ha fissato due condizioni chiave per il negoziato: il risarcimento dei danni subiti e una «nuova fase» nella gestione dello Stretto di Hormuz.

Hormuz resta il vero punto sensibile

Le richieste iraniane sullo Stretto di Hormuz rappresentano uno dei passaggi più delicati dell’intera trattativa. Per Teheran, la gestione futura di quel passaggio strategico dovrà entrare nel nuovo equilibrio regionale. Per Washington, invece, resta un punto non negoziabile sul piano della libertà di navigazione e della sicurezza energetica.

Trump avverte: le forze Usa resteranno nell’area

Donald Trump ha già chiarito che le forze armate americane resteranno nella regione fino al raggiungimento di un «vero accordo», che dovrà essere «pienamente rispettato». Il presidente americano ha anche avvertito che, se questo non dovesse accadere, torneranno «scontri a fuoco più forti di quanto si sia mai visto prima».