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Fine vita

Suicidio assistito, i medici legali chiedono una legge e regole uguali

La Simla sollecita protocolli nazionali e criteri uniformi sul suicidio medicalmente assistito: «Oggi operiamo in un vuoto normativo»

09 Aprile 2026, 09:07

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Il suicidio medicalmente assistito torna al centro del confronto pubblico, ma questa volta a chiedere un intervento non è il fronte politico o associativo che da anni anima il dibattito sul fine vita. A sollecitare una disciplina chiara è la Società italiana di medicina legale e delle assicurazioni, che denuncia il vuoto normativo in cui oggi si trovano a operare i medici chiamati a certificare la sussistenza delle condizioni previste dalla giurisprudenza costituzionale.

La Simla chiarisce subito di non voler entrare nel merito delle opzioni etiche o delle scelte legislative. Il punto, nella posizione espressa dalla società scientifica, è un altro: senza una legge nazionale, il lavoro dei professionisti chiamati a valutare casi di eccezionale delicatezza clinica e giuridica rischia di restare affidato a criteri disomogenei, prassi locali e strumenti non uniformi sul territorio.

Il vuoto normativo denunciato dai medici legali

La nota della Simla insiste su una criticità che, secondo i medici legali, non può più essere rinviata. «Non entriamo nel merito della questione sul piano delle opzioni etiche e delle scelte legislative, auspichiamo di superare il vuoto normativo», scrive la società, richiamando il contesto in cui oggi si muovono i professionisti incaricati di attestare i requisiti richiesti.

Il punto più delicato riguarda proprio la fase di accertamento. Nel procedimento sul suicidio medicalmente assistito, spiega la Simla, l’équipe multidisciplinare svolge un ruolo essenziale e al suo interno dovrebbe esserci sempre anche un medico-legale. A questa figura spetta infatti una verifica che non è solo sanitaria, ma ha una rilevanza giuridica diretta.

Il ruolo dell’équipe e la centralità del medico-legale

Secondo la società scientifica, l’équipe multidisciplinare è chiamata a verificare la capacità decisionale del paziente, ad accertare l’irreversibilità della patologia e a valutare la condizione di sofferenza. Si tratta di passaggi decisivi, perché riguardano il cuore dei requisiti individuati dalla giurisprudenza costituzionale.

Per la Simla, la presenza del medico-legale nell’équipe non dovrebbe essere eventuale ma necessaria. Il motivo è chiaro: si tratta di decisioni che toccano condizioni cliniche eccezionali e insieme profili di altissimo rilievo giuridico. Senza strumenti condivisi, il rischio è che valutazioni così sensibili vengano assunte secondo modelli differenti da territorio a territorio.

Introna: “Solo una legge può garantire uniformità”

Il presidente della Simla, Francesco Introna, mette il tema in termini netti. «Sul ruolo della medicina legale nel fine vita ci sono questioni ineludibili che richiedono risposte normative precise». E aggiunge: «Soltanto con una legge potremo operare in maniera uniforme sul territorio nazionale. Il rischio concreto attualmente è che un medico si trovi ad agire in un contesto così complesso senza avere alcun riferimento operativo stabilito dal legislatore».

È un passaggio che evidenzia la preoccupazione principale della medicina legale: non l’assenza di sensibilità sul tema, ma la mancanza di una cornice operativa capace di rendere omogeneo il lavoro degli operatori e di tutelare, insieme, medici e pazienti.

La sentenza della Consulta e i suoi limiti operativi

Nella ricostruzione della Simla, il riferimento centrale resta la sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale. Quella decisione ha individuato una circoscritta area di non punibilità dell’aiuto al suicidio, ma non ha prodotto una disciplina legislativa organica. Il Parlamento, sottolinea la società scientifica, non ha ancora colmato questo vuoto.

Dalla sentenza discende che il suicidio medicalmente assistito non costituisce un diritto generalizzato, ma una ipotesi eccezionale di non punibilità fondata su presupposti rigorosi e su una procedura medicalizzata di verifica. La stessa Consulta, viene ricordato, ha chiarito che la propria soluzione rappresenta una risposta minima e non può sostituire l’intervento del legislatore in una materia così delicata.

Una cornice, ma non ancora uno strumento operativo

È proprio qui che si colloca la richiesta dei medici legali. I criteri fissati dalla Corte costituzionale, nella loro lettura, costituiscono una cornice importante, ma non bastano a costruire uno strumento davvero operativo. Manca ancora una disciplina che traduca quei principi in protocolli concreti, modelli documentali uniformi e procedure chiare.

Un sistema “a macchia di leopardo” tra Regioni e strutture

Il vicepresidente della Simla, Franco Marozzi, descrive un sistema profondamente disomogeneo. «Il risultato rappresenta una realtà a macchia di leopardo: alcune Regioni si sono dotate di proprie procedure, altre no. In alcune strutture sanitarie esistono commissioni multidisciplinari che operano con tempi definiti; in altre il paziente attende mesi senza risposte certe, spesso costretto a ricorrere alle vie giudiziarie».

La società scientifica segnala dunque una frattura territoriale e organizzativa che pesa direttamente sull’effettività delle procedure. A parità di condizioni cliniche, il percorso del paziente può cambiare sensibilmente a seconda del luogo in cui si trova e della struttura sanitaria coinvolta.

Le questioni ancora senza risposta

Marozzi elenca anche alcuni dei nodi rimasti aperti: le modalità della certificazione, i parametri di misurazione di una sofferenza intollerabile, la stessa perimetrazione del concetto di trattamento di sostegno vitale. Sono tutti aspetti che, dal punto di vista della medicina legale, non possono essere lasciati alla sola interpretazione caso per caso.

Il problema, infatti, non è soltanto teorico. Ogni incertezza sui criteri produce effetti pratici su tempi, valutazioni e responsabilità. Ecco perché la Simla insiste sulla necessità di risposte «normative chiare, attuabili e ben definite».

La proposta della Simla: tavolo istituzionale, audizione e legge

Per uscire da questa situazione, la società scientifica propone un percorso in tre direzioni. La prima è l’attivazione di un tavolo istituzionale con il coinvolgimento delle società scientifiche più competenti, finalizzato alla definizione di protocolli operativi condivisi.

La seconda è lo svolgimento di una audizione presso la Commissione parlamentare competente, come sede di approfondimento tecnico e istituzionale. La terza, in esito a questo confronto, è l’elaborazione di una disciplina legislativa nazionale capace di definire in modo chiaro ruoli, procedure, strumenti di valutazione e competenze dei soggetti coinvolti.

Di Mauro: “No a prassi locali per decisioni così delicate”

Anche il segretario nazionale Lucio Di Mauro insiste sul fatto che il problema, per la medicina legale, stia nella necessità di accertare condizioni di eccezionale rilievo clinico e giuridico con strumenti che oggi non sono uniformi sul piano nazionale. Per questo, ribadisce, la presenza del medico-legale nell’équipe multidisciplinare dovrebbe essere considerata un elemento necessario.

«Senza una disciplina chiara, il rischio è quello di affidare a prassi locali disomogenee decisioni che richiedono invece rigore metodologico, tracciabilità e piena tutela dei diritti della persona».